THE SPELL OF DUCKS, “CI VEDIAMO A CASA” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

La ‘banda’ degli Spell Of Ducks torna a un annetto di distanza dall’EP di esordio con un lavoro sulla lunga distanza, segnato dalla scelta di scrivere in italiano, accantonando l’inglese del primo lavoro.

La novità non può che portare importanti conseguenze sul fronte stilistico: la lingua ‘di casa’ accentua la componente cantautorale della band, con la parte cantata che tende a conquistare maggiori spazi.

Certo, trattandosi di un gruppo di sei elementi, resta quell’indole un po’ da ‘festa di paese’, rimarcata dall’uso del banjo e del violino, ma la lentezza, gli spazi in cui si fanno strada la nostalgia, a volte il rimpianto si ampliano. Amori finiti, omaggi a chi non c’è più, esortazioni ad uscire dall’immobilismo e le difficoltà di chi dall’immobilismo è costretto a uscire per necessità.

Il nuovo folk di band come Mumford & Sons e qualche citazione del Morricone western, fanno da sfondo a un disco che segna un passo deciso verso una maggiore maturità di scrittura, lasciando però l’impressione di potenzialità del variegato insieme strumentale non sfruttate pienamente.

UMBERTO TI., “NON CREDO BASTERÀ” EP (NEW MODEL LABEL)

Avevamo lasciato Umberto Ti. lo scorso anno con “Alaska”; lo ritroviamo oggi con questi cinque brani, che vedono proseguire la collaborazione con Giuliano Dottori.

Quasi un’occasione per ‘sperimentare’, tra strumenti inusuali (bouzouki), inflessioni mediterranee, sonorità.del ‘sud del mondo’, ma anche vaghi accenni funk e jazz.

Disco corto ma ‘denso’, che per quegli strani casi finisce per essere quasi una fotografia dell’Italia alle soglie della situazione surreale, allucinante e drammatica che stiamo vivendo: un Paese che era già ‘a pezzi’, in cui già ci si chiedeva cosa ci aspetterà dietro la bufera.

Un lavoro che si chiude con un brano intitolato ‘La fine del mondo’, il che fa pensare come le cose non andassero granché bene neanche ‘prima’ e che oltre la razionalità della scienza, anche la sensibilità dell’arte avesse in qualche modo ‘previsto’ che prima o poi qualcosa sarebbe arrivato a far precipitare le cose.

LALLA BERTOLINI, “LO STRANIERO” (NEW MODEL LABEL)

La voce di Lalla Bertolini viene ‘da lontano’: una carriera ventennale, passata attraverso varie fasi e che solo oggi arriva al traguardo dell’esordio discografico, il dato anagrafico a cui corrisponde un bagaglio di influenze ed esperienze che si accumulano in questi otto brani.

Giovanna Marini e la canzone popolare italiana, Nada e il filone del cantautorato femminile, l’indie – folk d’oltreoceano. L’essenzialità di chitarra e voce, interventi episodici di contrabbasso e fisarmonica, ad accompagnare testi che parlano di storie d’amore negli anni ’20 e rapporti umani ai tempi della ‘Rete’, dove si riflette sull’arte, con Dylan che non ritira il Nobel e in cui nel procedere si fa strada la riflessione sul sé.

A restare è soprattutto questa voce, di un’intensità spiazzante: profonda, quasi roca, dalla quale traspaiono tutto il vissuto, l’esperienza, le emozioni del ‘mestiere di vivere’.

ALESSANDRA GIUBILATO, “LA POESIA DI UNA DONNA (ANCHE SOTTO UN VESTITO)” (AUTOPRODOTTO)

Coneglianese, classe ’90, Alessandra Giubilato è passata attraverso la consueta gavetta, prima dell’incontro col pianista milanese Sabino Dell’Aspro, dalla collaborazione col quale sfocia il primo disco, “La Rosa del Deserto”, uscito un paio di anni fa.

L’idea di raccogliere vari brani a tema femminile è alla base di questo secondo lavoro, che si apre con tre ritratti di ‘icone’ – cantate spesso in prima persona – le cui vicende biografiche hanno travalicato il ‘fatto artistico’, nel segno di una libertà e di un’affermazione personale per le quali talvolta c’è stato un prezzo troppo alto da pagare: Alda Merini, Isadora Duncan e Kiki de Montparnasse. Si aggiunge qualche pezzo dai tratti autobiografici e un episodio dedicato alle ‘spose bambine’.

L’atmosfera è raccolta, la voce – nitidia – domina, l’accompagnamento è minimo, in un lavoro che tende a un pop cantautorale (con qualche vago accento folk e inflessione di bossa nova), dai modi composti. Ascolto gradevole, ma che dà a tratti l’idea di essere un po’ ‘trattenuto’, attento a una ‘bella forma’ che tende a tradursi in ‘manierismo’.

Forse ci si potrebbe lasciare un po’ andare, tentate qualche strada in più e arricchire: si lasciano infatti ricordare la conclusiva ‘Vento di Tempesta‘ (forse non a caso scelta come primo singolo) per le suggestioni sudamericane e la già citata ‘Spose bonsai’ si per la maggiore varietà delle tinte sonore.

THE INCREDULOUS EYES, “MAD JOURNEY” (MINOLLO RECORDS / FURTCORE RECORDS)

Oltre un decennio di attività e tre dischi (più un EP) all’attivo, nel segno di collaborazioni extramusicali (come quella col pittore Bartolomeo Casertano), il progetto dei fratelli Claudio e Danilo Di Nicola, accompagnati da Andrea Stazi e Davide Grotta scrive un nuovo capitolo della propria biografia musicale.

Si prendono le mosse da un racconto scritto dallo stesso Danilo, il ‘Mad Journey’ del titolo è un rapimento alieno dai contorni allucinato, per assemblare questi dodici brani che spaziano da momenti di quiete con reminiscenze folk-blues a serratissime sferzate dissonanti, da episodi ‘caracollanti’ con ritmi spezzettati vagamente post-rock a momenti di dilatazione psichedelica.

Un ‘viaggio’ imprevedibile, con ‘svolte’ dopo ogni curva, sviluppi inattesi; un lavoro ‘denso’, variegato, dinamico, che riesce a non stancare, anche rivelando qualcosa di nuovo ad ogni ascolto.

EX MOGLIE, “SPREMUTA DI FEDI NUZIALI PINK EDITION” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Esordio di questo trio milanese, le cui vicissitudini assomigliano quasi a una serie tv, in cui i tre protagonisti s’incontrano perché a vario titolo legati a una fantomatica quarta persona, che diventa quasi l’artefice involontaria del progetto.

In copertina la radiografia di una mano maschile con l’anulare spezzato, la fede ancora al dito: immagine che assieme al nome della band evoca certo un percorso di emancipazione e liberazione femminile, magari da una realtà opprimente e pure pericolosa, ma che nei cinque brani presenti appare sublimarsi in temi universali, umani, più che maschili e femminili: la ricerca della propria ‘originalità’ al di là delle apparenze soprattutto, di una compiutezza che a volte si riesce a raggiungere dopo percorsi accidentati e anche eventi più o meno traumatici.

Il tema sentimentale non manca, e c’è spazio per l’ambiente, con una critica alla poca ricerca di reale consapevolezza.

Elettronica con ascendenze new wave, qualche deriva psichedelica, un doppio cantato in cui alla profondità dai toni ‘gotici’ della componente maschile si affianca e contrappone la forza soul di quello femminile.

Un progetto che vuole essere multidisciplinare, puntando anche sulla componente visuale, che in quella sonora appare essere promettente.

EMANUELE VIA & CHARLIE T, “RESINA” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Emanuele Via, pianista, è noto per essere uno degli Eugenio In Via Di Gioia, giunti recentemente a calcare il palco di Sanremo; i componenti del quartetto Charlie T. (violino, violoncello, contrabbasso, arpa), vantano già varie esperienze.

“Resina” è il primo risultato dell’incontro tra i cinque, dedicato interamente (otto composizioni, per ognuna il nome di un albero) al legno, come ‘materiale’, dal quale nascono gli strumenti suonati da ognuno, ma anche come ‘materia’, sostanza, elemento che ha accompagnato la vita dei musicisti e per questo capace di evocare ricordi, fin dall’infanzia.

Evocativo e suggestivo, certo; ma soprattutto, un lavoro che sembra cercare, spesso riuscendoci, di essere ‘pop’. Senza fraintendimenti: non siamo di fronte a uno di quei tentativi smaccati di rendere la ‘musica colta’ genere di ‘vasto consumo’; piuttosto, sembra quasi si voglia ricordare come in fondo, per un bel pezzo di storia, prima dell’avvento della tecnologia, l’unico modo di fruire della musica fosse dal vivo, nel salotto di casa, forse più spesso che nelle sale da concerto.

Sono composizioni strumentali, certo, ma se il piano fa spesso da cornice e sostegno, sono gli archi a esprimersi in un dialogo e confronto continuo, facendo rapidamente dimenticare l’assenza della voce.

È certo un disco immerso nella ‘contemporaneità’ che può ricordare artisti come Beirut od Owen Pallett, ovviamente senza dimenticare i riferimenti di fondo, dalle inevitabili fonti classiche alla musica da film.

Eppure, su ogni considerazione stilistica, appare prevalere l’immagine di cinque musicisti che s’incontrano per il piacere di suonare ed ascoltarsi, di fronte a un pubblico che una volta sarebbe stato di ‘pochi intimi’ ma che oggi è ovviamente molto più vasto in potenzialità.

 

LIBET, “IL PRIMO RITRATTO” (AUTOPRODOTTO)

Esordio per il progetto dei torinesi Marco Natale (chitarra, basso, elettronica) e Alan Spanu (voce, pianoforte, sintetizzatori).

Otto i pezzi, all’insegna di una formula che mescola elementi cantautorali e suoni esplicitamente riferiti a Radiohead, ma anche a esperienze meno note al ‘grande pubblico’, come quella di Aphex Twin.

Un disco dalla consistenza evanescente, in cui le parole sembrano talvolta perdersi, tra riverberi ed echi, evocando talvolta certi panorami fantascientifici (personalmente, mi è venuto in mente “Blade Runner”), o ‘spazi aperti’, a sfiorare territori onirici.

Un utilizzo dell’elettronica frastagliato, con ‘battiti’ sincopati, un andamento irregolare, a volte quasi ‘tortuoso’, che talvolta oltrepassa il confine del ‘rumorismo’, tra crepitii e scariche elettriche, in cui la voce e gli altri strumenti sembrano quasi perdere consistenza.

I testi sono altrettanto sfuggenti, sprazzi di pensieri, frammenti di conversazioni, parentesi di flusso di coscienza, come se tutto provenisse fa un ‘altrove’ difficilmente distinguibile.

Un lavoro a tratti ellittico, che fa della suggestione la sua cifra principale, con un effetto avvolgente che può affascinare.

FUMETTAZIONI 2.2020

Brevi (più o meno) recensioni di letture disegnate.

 

THE WALKING DEAD 65
La situazione nel ‘Commonwealth’ è sull’orlo del precipizio: le disparità sociali pesano e la rivolta appare un esito scontato.
Questo clima di tensione accoglie Rick, accompagnato dalla ‘Governatrice’ nel ricambiare la visita tra le due comunità, e c’è d scommettere che il nostro, con la sua filosofia ‘egualitaria’, finirà per avere un ruolo di primo piano.
Voto: 6,5

 

CONCRETE – KILLER SMILE
Un’avventura ‘on the road’, protagonista, più che Concrete, l’amico Larry che finirà ostaggio di un pazzoide lungo un’autostrada, in una classica storia di inseguimenti.
Un’avventura un filo più oscura e meno ‘immaginifica’ delle precedenti, ma Paul Chadwick si dimostra scrittore di livello.
Voto: 7

 

ASTRO CITY: SAMARITAN
Kurt Busiek e Brent Anderson rileggono nel loro stile neoclassico l’eterno scontro tra un supereroe e la sua nemesi, giunto a uno ‘stallo’ in cui lo scontro fisico è diventato inutile e tutto si trasforma in un gioco mentale in cui ciascuno dei due cerca di portare l’avversario dalla propria parte.
Originale e spiazzante, come nella tradizione dei due.
Voto: 7

 

ASTRO CITY: BEAUTY
‘Beauty’ è una bambola: a grandezza naturale, capace di volare, dotata di superforza, ma pur sempre una bambola: priva di espressioni e di quei ‘tratti fisici’ che caratterizzano le donne ‘in carne ed ossa’.
Le sue origini costituiscono un mistero che lei tenta in continuazione di risolvere, ma c’è ‘qualcosa’ (o ‘qualcuno’) che ogni volta sembra ‘resettarla’ facendola ripartire da zero…
Un nuovo, suggestivo e a tratti triste, tassello nel mosaico steso da Kurt Busiek e Brent Anderson.
Voto: 7,5

 

ASTRO CITY: ASTRA
Il diploma è sempre un momento di ‘passaggio’, specie nella vita dei giovani americani, ma cosa succede quando tu sei la giovane componente della famiglia di supereroi più famosa del mondo ed erede per vie traverse di almeno un paio di civiltà aliene?
Kurt Busiek e Brent Anderson ce lo raccontano, in una storia che mescola stupefacenti panorami cosmici e basse pratiche da riviste di gossip.
Un riuscito saggio di ‘neorealismo da supereroi’.
Voto: 7

 

ASTRO CITY: SILVER AGENT
Sarabanda spazio-temporale in cui un supereroe va alla ricerca delle proptie origini, fa i conti con il passato e va incontro al proprio destino.
Firmano, come di consueto. Busiek e Anderson.
Voto: 6,5

 

ANNIHILATOR
Grant Morrison snocciola uno dei suoi soliti ‘viaggi’ in cui un personaggio incontra il suo autore e i piani di realtà e immaginazione si fondono, fino a rendersi indistinguibili.
La storia, coi disegni di Frazer Irving, ‘regge’ i per i primi capitoli, ma poi Morrison parte per la tangente e… vabbè…
Voto: 7

 

THE WALKING DEAD 66
La tensione cresce nel Commonwealth, Rick si trova ancora una volta nella posizione di poter essere il ‘risolutore’, ma le cose rischiano di precipitare e il nostro è costretto a prendere l’ennesima, drammatica decisione.
Voto: 7

 

THE NEW FRONTIER
I supereroi DC ai loro inizi, nel pieno degli anni ’50, una stagione di grandi speranze, ma anche di paure, tra trionfi e fallimenti.
Lo spirito dei tempi trasmesso con calore ed emozioni dal compianto Darwyn Cooke, nel suo capolavoro, forse il miglior fumetto del genere degli ultimi vent’anni.
Voto: 9

PLAYLIST 1 / 2020

Periodica selezione di brani tratti ai dischi recensiti sul blog.

 

Fushigi (Idea Of Something Mysterious)   Simona Armenise – Ares Tavolazzi

Mbuki-Mbuki   MeVsMyself

The World Outside   Fallen

My Recall   Brandes

Ombra   Buzzy Lao

Di corsa   Bloop

Vita   Giovanni Artegiani

Soffocare   Elephant Brain

Voglio vederti stare bene   Pattoni

Everyday   The Fence

Norvegia   Il Corpo Docenti

Non indugio   Meganoidi