Posts Tagged ‘post punk’

SOMEDAY, “UNA GIORNATA BREVE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo lavoro per i torinesi Someday, una via di mezzo tra un EP e un lavoro più lungo, che vede proseguire la collaborazione con Cristiano Lo Mele dei Perturbazione in qualità di produttore e la scelta importante di passare dall’inglese all’italiano.

“Una giornata breve”, una tra le tante di chi assistere allo scorrere del tempo e al trascorrere della propria esistenza senza averne il controllo, facendosela sfuggire tra le mani, osservandola come uno spettatore esterno, nella proverbiale impressione di stare vivendo la vita di qualcun altro.

I sei brani ruotano attorno a questo concetto di fondo, tra immaginazione e momenti onirici, impressioni frammentarie e ‘non detti’, che il più delle volte toccano la sfera sentimentale, con una costante aura di rimpianto, per il ‘ciò che sarebbe potuto essere e non è stato’.

Il quartetto torinese si esprime con sonorità radicate in tutto uno scenario ‘indie’ che mescola suggestioni vagamente post punk, aperture dreampop, momenti più volti a un certo ‘rock alternativo’ degli anni ’90, pur senza eccessi rumoristici, conservando anzi il gusto della melodia, nel segno di un appeal fondato sul pulsare del basso e sull’uso accorto dei synth.

Il brano conclusivo è una cover tradotta di ‘Feel’ dei norvegesi Motorpsycho, da quasi trent’anni band di culto della scena rock alternativa.

Un lavoro quasi ineccepibile nella forma, ma al quale forse, manca qualche abrasione, qualche momento di ‘rilascio’ in più, restituendo alla fine un’impressione di ‘energia trattenuta’.

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CRNG, “QUALCOSA A CUI CREDERE” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il quartetto fiorentino dei CRNG , che starebbe per ‘carnage’, ma intendiamoci: qui niente ‘splatter’ o sangue a fiumi…

Disco dalla lunga gestazione, iniziata addirittura prima dell’esordio, su cui ha inciso tutto ciò che è venuto dopo, soddisfazioni, delusioni, sogni realizzati, speranze rimaste in sospeso; in mezzo, una sorta di ritiro tra le montagne abruzzesi, per focalizzare meglio il tutto.

La formula è tutto sommato confermata: un rock arrembante che mescola spezie di varia provenienza, cercando magari di mollare maggiormente gli ormeggi, abbandonare i ‘rassicuranti’ lidi dei propri riferimenti – soprattutto ‘eighty’ – e cercare un’impronta stilistica maggiormente autonoma. Non che certi accenti new wave, post punk e a tratti post hardcore siano del tutto assenti, anzi; ma in questo caso si avverte la volontà di farsene meno ‘trainare’, di ‘maneggiarli’ meglio.

Undici brani: più frequenti certe ‘tirate’, compatte e decise, all’insegna dei classici ‘tre minuti o poco più’, ideali per qualche passaggio radiofonico, ma spazio anche per episodi un po’ articolati, che si prendono più tempo e danno l’idea che il gruppo quanto meno provi ad esplorare terreni un po’ meno ‘agevoli’.

Tentativi di ‘avanzamento’ che si riflettono anche sulla scrittura – nuovamente, in italiano – con testi che appaiono maggiormente improntati alla riflessione, pur conservando a tratti una certa immediatezza ‘viscerale’, pilotata da una certa ‘ansia di comunicazione’.

Molta introspezione, tra incognite e indecisioni sul futuro, la ricerca del proprio ‘posto nel mondo’ – indicativo il titolo del disco – è più che mai indicativo, che inevitabilmente coinvolge anche le relazioni personali e sentimentali.

I CRNG appaiono insomma a metà del guado: decisi a dare alla propria proposta una maggiore ‘identità’ e a dotarsi degli strumenti tecnici e creativi necessari allo scopo; un percorso ben avviato, ma con della strada ancora da fare.

TWOAS4, “MAREA GLUMA” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro per la creatura del cantante e chitarrista Oscar Corsetti accompagnato da Alan Schiaretti e Luminita Ilie.

Si prendono le mosse dal precedente lavoro, “Audrey in Pain English” , e non solo da un punto di vista cronologico: la continuità, anche concettuale, è sancita dalla title – track, versione in rumeno del brano conclusivo del disco precedente.

Un lavoro che rappresenta la componente sonora di un progetto multidisciplinare che include la scrittura, attraverso il racconto incluso nel booklet, una sorta di taccuino di riflessioni e appunti ‘di vita’, forse un po’ difficile da fruire, viste la ridotta dimensione dei caratteri, e la grafica, con una serie di quadri – eseguiti con varie tecniche – che accompagnano quel testo.

Un disco stratificato, per un verso strettamente legato all’attività dal vivo della band, tra rielaborazioni del proprio repertorio, prime esecuzioni in studio di pezzi abitualmente suonati nei live e che per l’altro riprende idee e materiali anche abbastanza remoti.

Disco dalla gestazione in parte complicata – Schiaretti (batteria e tastiere) ha abbandonato il progetto, anche se dopo aver comunque suonato le proprie parti – in parte arricchita dalla partecipazione di alcuni ospiti esterni, a cominciare da Andrea Bergesio ( Ezio Bosso, Eskinzo, Marco Notari) e dal suo apporto essenziale in sede di elaborazione del materiale di partenza passando a Stefano Vivaldi, in passato bassista nei Baustelle, il cantante, musicista e videomaker londinese Jon Roseman (già al lavoro con Dylan, Rolling Stones, Queen).

Undici brani, caratterizzati da un approccio multilingue, tra inglese, italiano e il rumeno di Luminita Ilie, in cui si mescolano new wave e no wave, post punk e art rock; con un cantato che più volte si avvicina al parlato (vengono in mente i ‘soliti’ Massimo Volume e Offlaga Disco Pax) e che nel suo snodarsi trasmette l’impressione di trovarsi, più che di fronte a un semplice disco, a una sorta di installazione, di performance, in questo ricordando a tratti i primi CCCP.

Frustate elettriche, abrasioni, accenni industriali, passando per una cover obliqua di ‘I wanna be your dog degli Stooges’, e sfocando nella rilettura post apocalittica dell’’Ave Maria’ di Gounod.

Un lavoro che richiede attenzione, che tiene l’ascoltatore sulla corda, i cui mutamenti di registro linguistico costituiscono il primo elemento di stimolazione; un lavoro che vive sia nella sua autonoma identità sia nel suo essere parte del più ampio progetto che mescola suoni, parole e grafica.

TORAKIKI, “AVESOME” (SYMBIOTIC CUBE)

A un annetto di distanza dall’uscita dell’Ep Mondial Frigor, torna Torakiki (e, si, il nome deriva proprio dal gatto che faceva da comprimario nei fumetti e nei cartoni di Spank, per intenderci quello che qui da noi era doppiato con uno spiccato accento tedesco), creatura nata dalla collaborazione di Alessandro Rizzato, Giacomo Giunchedi e Kevin Perrino, coadiuvati in questo caso da Roberto Rettura (registrazione), Matilde Davoli (mastering) e Justin Bennett (mix).

Elettronica a cavallo tra sperimentalismo e capacità di coinvolgere e far muovere l’ascoltatore, tra ascendenze eighties (con qualche scoria post punk) e suggestioni contemporanee (vedi alla voce: Aphex Twin); rarefazioni ambient e ritmi dancefloor; il battito incessante del basso che dona calore e a tratti un pizzico di emotività a synth e tastiere che si muovono costantemente ai confini di territori algidi. Sette brani, trai quali si distinguono gli episodi in cui l’intervento vocale contribuisce in termini di struttura e colore emotivo, grazie alle suadenti interpretazioni di Ilaria Ippolito e Giulia Olivari.

I Torakiki superano abbastanza agevolmente la prova del primo lavoro sulla distanza medio – lunga (poco più di mezz’ora la durata complessiva del disco, il cui titolo è una storpiatura voluta dell’inglese Awesome, ‘meraviglioso’ che peraltro è anche il nome del gatto del tecnico del suono Justin Bennett, coi Torakiki sempre di gatti si finisce per parlare…), pur lasciando a tratti l’impressione di avere troppe idee e spunti a disposizione non sviluppati fino in fondo, in un lavoro che a tratti a pare un po’ ‘slegato’ tra un brano e l’altro; forse darsi più tempo su un disco di maggiore durata avrebbe maggiormente giovato alla causa.

LEBOWSKI, “DISADOTTATI” (AUTOPRODOTTO / AUDIOGLOBE)

Superato il decennio di attività, i Lebowski giungono al terzo lavoro da studio, con più di una novità: dalla scelta di passare all’autoproduzione a quella di mettere in pausa la collaborazione con Giulio Ragno Favero, affidando la produzione e il mastering del disco a David Lenci e Riccardo ‘Rico’ Gamondi (Uochi Tochi), fino a una scelta stilistica in cui l’ironia, da sempre filo conduttore dei loro pezzi, si trasforma in uno sguardo amaro, a tratti cinico sul mondo circostante.

I ‘Disadottati’ del titolo sono i personaggi che occupano gli otto brani che compongono il disco: persone più o meno prive di una prospettiva – soprattutto lavorativa – che si arrangiano come possono, cercando un modus vivendi: c’è chi si districa trai conti di fine mese, cercando allo stesso tempo una serenità sempre più complicata da raggiungere, il giovane che tenta la scorciatoia del poker on line (paradigma delle ormai innumerevoli occasioni di ‘vincere facile’ offerte dalla società) e il pensionato che va a vivere all’estero, in uno di quegli Stati dove anche una pensione italiana modesta permette una vita dignitosa e chi, sentendosi dare dell’incapiente, si sente colpito proprio nella propria dignità di individuo; ci sono il ‘tagliateste’ che cerca di convincere la vittima di turno che il suo licenziamento è in realtà una porta aperta su un mondo di opportunità e la ‘testa tagliata’ che sa bene come andrà a finire…

Il voto sembrerebbe costituire l’unica via di uscita ‘istituzionale’ da queste poco edificanti prospettive, ma al momento di mettere la ‘X’ sulla scheda montano i dubbi (anche sull’effettiva utilità dell’esercizio elettorale) e allora forse l’unica salvezza è rifugiarsi nelle proprie fantasie, immaginandosi magari come un epigono del Charles Bronson de “Il giustiziere della notte”, pronto a raddrizzare i torti, alla ricerca di una vita (citando voi-sapete-chi) ‘più maleducata e più spericolata’.

I cinque Lebowski danno vita a un disco ruvido, sferragliante, memori dei propri punti di riferimento, tutti più o meno ascrivibili all’età del post-punk o dell’art rock di inizio anni ’80, cercando magari un’impronta più autonoma, in un lavoro in cui la frustata elettrica, i muri sonori scrostati su cui ci si può scorticare sono sempre dietro l’angolo, anche nei momenti apparentemente più dilatati, quando non dominano apertamente interi episodi.

Un lavoro che alla fine lascia l’idea di un discorso aperto, di qualcosa di ‘non concluso’, come se la band fosse in corso d’opera per consolidare il proprio stile sonoro, cercando nel contempo un salto di qualità nella scrittura: non tutto forse funziona alla perfezione, si avverte qualche incertezza e qualche passaggio a vuoto e si rimane un po’ in sospeso, in attesa di ulteriori sviluppi.

AFRICA UNITE, “IL PUNTO DI PARTENZA” (AUTOPRODOTTO)

Intitolare un disco “Il punto di partenza” quando si è in circolazione da trent’anni e passa.

Pensi agli Africa Unite e in effetti ti rendi conto del tempo da cui sono in circolazione.

Pensi agli Africa Unite e, anche se il reggae non è mai stato la tua ‘passione’, anche se non sei mai stato ad un loro concerto, alla fine volente o nolente li hai incrociati, più di una volta, magari ascoltandoli per radio e fermandoti lì, perché insomma, gli Africa Unite ‘ci sanno fare’ – non sarebbero durati così tanto, altrimenti – e in fondo la loro musica al di là dei gusti di ognuno finisce per coinvolgere… Per dirne una, quando ho scritto questo post, qualche giorno fa,  a Roma era una giornata più che mai uggiosa, fuori diluviava e (anche forse un po’ banalmente, ammetto), il ritmo rilassato e le sonorità solari degli Africa ci stanno bene…

Quando gli AfricaUnite sono nati, andava di moda il post – punk… i loro primi dieci anni li hanno compiuti quando si girava in camice a quadrettoni e si ascoltavano i Nirvana… e il discorso potrebbe continuare… mentre si sono succeduti svariati revival punk, il trip – hop, la jungle e l’elettronica ‘sparata’, e il brit pop, gli Africa Unite stavano sempre lì, decisamente non sotto ai riflettori, eppure vivi e con un loro seguito, il classico ‘zoccolo duro’…

Viene da pensare come alla luce di tutto questo, gli Africa Unite siano quasi un caso isolato negli ultimi trent’anni di storia della musica italiana: sempre lì, a sfornare nuovi dischi, ‘fedeli alla linea’ si potrebbe dire citando i quasi coetanei (ma molto, molto, molto meno longevi CCCP), all’insegna di un’attitudine e di una coerenza non certo frequenti…

Anno Domini 2015, e gli Africa Unite sono ancora qui, a sfornare un nuovo disco… prodotto e ‘pubblicato’ all’insegna di quell’attitudine ‘do it youtself’ molto diffusa proprio agli inizi degli anni ’80, quando magari la musica girava su cassettine ‘artigianali’ duplicate… oggi, la tecnologia a trasformato tutto quello in un semplice ‘clic’: “Il punto di partenza” lo potete scaricare gratis e senza limiti, sul sito della band, che ha scelto di puntare tutto sulle esibizioni live: un disco lo si può pure scaricare, ma il ‘live’ è un esperienza unica, ogni volta nuova, irripetibile.

“Il punto di partenza” è un disco in cui spesso e volentieri il reggae filtra con l’elettronica, con episodi dalle suggestioni dub e parentesi dall’appeal industriale, quasi cyber…

Un lavoro impreziosito dalle collaborazioni con Raphael e More No Limiz, ma soprattutto quella con gli Architorti, che dà vita ad un paio di pezzi in cui il reggae si contamina – efficacemente – con la musica classica .

Bunna, Madaski, Ru Catani, ‘Benz’ Gentile, Alex Soresini, ‘Piri’ Colosimo, Paolo Parpaglione e Mr.T Bone danno vita ad undici brani in cui si rivendica la propria attitudine, dichiarazioni d’amore per il reggae e la lingua italiana, frecciate contro l’ossessione per la notorietà ai tempi dei social network… con episodi – ‘Il volo’, ‘La Teoria’ – in cui il reggae si sposa con la migliore tradizione italiana del cantautorato pop più elegante, e ti viene da pensare che in un mondo alternativo sarebbero entrati direttamente nelle heavy rotation di ogni radio…

Ascoltando “Il punto di partenza” si ha più che mai l’impressione che gli Africa Unite siano entrati di diritto nel ‘patrimonio artistico’ della canzone italiana: non uno di quei monumenti che tutti vanno a visitare, magari uno di quei ‘borghi’ poco conosciuti che si ‘aprono’ solo ai più curiosi e a coloro che magari hanno la curiosità di deviare dagli itinerari più battuti…

LEF, “NEW WAGUE 15” (O’DISC / AUDIOGLOBE)

La terza tappa del viaggio dei Lef riprende più o meno da dove si era conclusa la precedente: il precedente disco omaggiava il cinema espressionista tedesco, il nuovo si apre con un estratto da “M” di Fritz Lang, prima di compiere un consistente balzo in avanti, confermando quanto ci si aspetta da un lavoro che, fin dal titolo, appare omaggiare il cinema di Truffaut e Godart, nel contempo rivelando le proprie ascendenze sonore: “New Vague”, come un’ideale fusione tra ‘New wave’ e ‘Nouvelle vague’…

Trai nove brani (più una ghost track) presenti, titoli come ‘4 volte 100’ e ‘All’ultimo respiro’, oltre alla title track, sono un diretto richiamo a quella felice stagione del cinema francese, ma la band italo – inglese guarda anche ad un passato più recente, tra un ‘velluto blu’ che, citato in ‘Sessantanove’, appare un rimando a Lynch e una più esplicita suggestione in ’21 Grammi’.

Un disco profondamente ‘cinematografico’, e non solo per i titoli: scrittura ed atmosfere evocano immagini da film, storie o frammenti di pensiero narrate da personaggi colti spesso in ambienti urbani crepuscolari.

I suoni proposti dai sei componenti del gruppo discendono direttamente dagli ’80, tra new w vave e post punk, con il classico cantato – diviso tra italiano ed inglese – ‘profondo’ (vengono in mente, prevedibilmente, il primo Pelù, Federico Fiumani dei Diaframma ed Emidio Clementi dei Massimo Volume, in certi episodi quasi parlati più che cantati) affiancato a chitarre dall’elettricità abrasiva.

Un disco che poco aggiunge ad un sentiero già ampiamente spianato nel corso dei decenni, ma che ne offre comunque una rilettura discretamente efficace.