Posts Tagged ‘prog’

ARTURA, “DRONE” (NEW MODEL LABEL / MATTEITE)

Artura (che è la gatta che ‘alberga’ lo studio La Cuccia) è il nuovo progetto di Matteo Dainese, più conosciuto con lo pseudonimo de Il Cane.

L’analogico sposa il digitale, computer e programmazione in un lavoro che vuole sperimentare conservando umanità, pensato soprattutto per l’esecuzione dal vivo, accompagnata da video di spazi aperti e natura incontaminata, girati tra le altre, in Islanda e Ungheria; lo stesso titolo, “Drone” è anche il nome con cui è stato ‘battezzato’ uno strumento di registrazione video, usato nell’occasione.

Le dieci composizioni che ne risultano costituiscono un classico ‘viaggio’ dai contorni onirici, sapori anni ’70, influssi psichedelici, reminiscenze space-rock, suggestioni prog: la struttura – base del gruppo del resto è un trio – accompagnano Dainese Tommaso Casasola e Cristiano Deison – cui si aggiunge una manciata di innesti occasionali, rimandando proprio alla felice stagione del ‘rock progressivo’.

Si viaggia, quindi, con tipici attraversamenti di climi, ambienti e umori, accensioni e dilatazioni, ritmi che si rarefanno o assumono più corpo e ‘sostegno’; un continuo gioco di dialoghi e rimandi tra chitarre ‘reali’ e suoni digitali, una sezione ritmica ‘suonata’ che dà corpo e spessore al tutto, l’intervento episodico e inaspettato di una tromba con esiti ai limiti del jazz-funk.

L’esito affascina, invitando all’ascolto ripetuto, al gusto della ricerca continua del dettaglio sfuggito.

MASSIMILIANO CREMONA, “L’INVERNO E’ PASSATO” (NEW MODEL LABEL)

Secondo capitolo discografico di Massimiliano Cremona, piemontese di Verbania, qui coadiuvato, in sede produttiva e non solo, da Giuliano Dottori (nome ricorrente nella scena ‘indie’ italiana, sia come cantautore, solista e negli Amor Fou che come produttore).

Non si può che partire dal titolo del precedente lavoro, “Canzoni dalla nebbia”: perché anche in questo caso il filo conduttore dei dieci brani presenti è una certa atmosfera ovattata, sospesa, all’insegna di una dimensione intima dalla quale non tutto viene lasciato filtrare.

Riflessioni, considerazioni, soliloqui, spesso e volentieri dedicati ai rapporti sentimentali, per lo più in momenti di crisi; dediche ad amici; il disincanto come stile di vita e via di fuga rispetto a un mondo dal quale non si vuole essere incasellati; il dolore della perdita.

Un racconto di sé che passa attraverso un cantautorato per lo più volto ad un’essenzialità acustica, ma che non disdegna ogni tanto di darsi una veste più orientata al rock, magari attingendo alla lezione degli anni ’70, tra un flauto che riporta a vaghe suggestioni prog e un banjo e un’armonica che mescolano le brume piemontesi a quelle d’oltreoceano.

Un lavoro che apparentemente scorre via in modo agevole, ma che con questa sua componente indistinta, poco inquadrabile a un primo ascolto così come lo sono certi panorami nebbiosi a prima vista, invita a soffermarvisi con più attenzione.

ASYMMETRY, “TOMORROW’S INNER SPACE” (BLAP STUDIO / LIBELLULA DISCHI)

Un viaggio – o meglio, una discesa negli inferi – dell’umana alienazione: dopo vari cambi di formazione, tra entrate, uscite e ritorni, e un primo Ep, i milanesi Asymmetry scelgono per il loro disco di esordio di prendere la strada del concept album.

Definizione che porta dritto dritto agli anni ’70 e che porta a rievocare quegli anni non solo per l’idea di fondo di un disco ‘organico’, svolto all’insegna di un unico filo conduttore, ma anche per certe sensazioni sonore, allusioni all’età dell’oro dell’hard rock e del prog.

Non un disco ‘vintage’ o ‘passatista’, ma che per certi versi segue invece la strada già calcata da altri in anni più recenti, di far rivivere certe atmosfere attraverso un campionario di soluzioni più ‘attuale’e contemporaneo: i primi a venire in mente – anche per una vaga somiglianza vocale – sono i Muse, aggiungendo una spruzzata di certe ‘tortuosità’ dei System of a Down e un lieve sentore di uno sperimentalismo a là Radiohead, nomi peraltro citati come punti di riferimento dalla stessa band.

“Tomorrow’s Inner Space” ci mostra una giornata ordinaria di una persona che ha oltrepassato – forse in modo definitivo – i confini dell’isolamento e della reclusione rispetto al mondo esterno; l’anonimo protagonista vive le sue giornate all’insegna di un malessere dal quale appare ormai impossibile districarsi, ogni accennato tentativo di fuga vanificato dal prevalere di percezioni allucinanti e allucinate, che dominano un’esistenza claustrofobica.

Sensazioni che trovano una sorta di contraltare nei suoni: non che i nove brani inducano all’allegria e alla spensieratezza, ma nemmeno oppressivi fino in fondo: caratterizzati a tratti da aperture d’ispirazione ‘classica’ e da un alternarsi di parentesi ‘accese’ e dilatazioni all’insegna di un mood più malinconico che ossessionato, come se in fondo la band stessa assistesse impotente alla deriva del protagonista. In effetti poi in parte è proprio così, dato che lo stesso quartetto ha deciso, per evitare uno ‘scontro di personalità’, di creare per il disco un protagonista esterno, nel quale ogni componente ha travasato un po’ di sé, ma col quale nessuno si identifica fino in fondo.

SUITE SOLITAIRE, “RIDEREMO” (AUTOPRODOTTO /LIBELLULA MUSIC)

Fughe : da una realtà opprimente, da una società nei confronti della quale ci si sente inadeguati; fughe alla ricerca di una realizzazione, esistenziale o lavorativa; fughe da storie sentimentali finite; fughe in un passato immaginato o in un’adolescenza mitizzata; fughe ‘interiori’ a ritirarsi in sé stessi, rifiutando il contatto con ‘l’altro’… e l’esortazione, ricorrente, a non arrendersi, rifugiandosi magari nelle comode secche dell’autocommiserazione, ma a coltivare la speranza, contando sulle proprie forze, anche quando sembrano mancare le prospettive, prendendo di petto la vita.

Non un concept album, ma un manipolo di canzoni – undici – in cui la ‘fuga’ diventa una sorta di filo conduttore, nell’esordio dei piemontesi (il nucleo è originario di Novara) Suite Solitarie: disco che arriva dopo alcuni cambi di formazione per una band i cui componenti potevano comunque in buona parte contare su esperienze pregresse, in particolare in territori di metal estremo e crossover.

Un passato non troppo evidente, in “Rideremo”, ma che per certi versi – soprattutto in certe strutture dei brani e nel ricorso frequente alla ‘ballad’, rivela comunque certe ascendenze. La formula proposta dal quartetto è riconducibile a un generico rock / pop dai contorni cantautorali, che in alcuni frangenti assume vaghi sapori hard rock e – molto alla lontana e principalmente per l’uso del flauto – folk / prog.

Interpretazione vocale (alla ricerca di intensità, ma mai sopra le righe) sempre in primo piano, chitarre che qua è là cercano di ‘sgomitare’ un po’ per ritagliarsi un loro spazio, senza però conquistarne più di tanto; sezione ritmica che, con regolarità, si limita al lavoro di ‘ordinanza’.

Il maggiore limite del disco appare essere quello cercare con fin troppa insistenza, la limatura di qualsiasi spigolo anche attraverso il ricorso alle ‘ballad’, tanto frequente da risultare alla fine un filo stucchevole…

L’impressione conclusiva è di un ‘vorrei ma non posso’, o meglio, ‘potrei, ma non voglio’: nei pochi brani in cui la band sembra mollare le briglie (ma sempre entro dei confini abbastanza rigorosi di ‘gradevolezza formale’) si intravedono maggiori possibilità: pur mantenendo l’idea di fondo, non avrebbe guastato qualche capitolo più ‘istintivo’, qualche parentesi, se vogliamo, più ‘maleducata’, che forse avrebbe mostrato pienamente potenzialità che invece si scorgono solo controluce e che restano fin troppo sepolte sotto ad uno strato fin troppo spesso di ‘melassa melodica’.

 

JOHANN SEBASTIAN PUNK, “MORE LOVELY AND MORE TEMPERATE” (S.R.I. PRODUCTIONS, IRMA RECORDS, AUDIOGLOBE)

Di Johann Sebastian Punk si sa poco: l’unica cosa certa è che gravita in quel di Bologna, accompagnato nelle esibizioni dal vivo da tre individui dai nomi altrettanto fantasiosi : Johnny Scotch, Albrecht Kaufmann, Pino Potenziometri; tutto il resto potrebbe essere vero o semplicemente inventato, per creare una di quelle ‘mitologie da negozio di dischi’ che talvolta si possono incrociare nelle strade meno battute della musica italiana: dalla nascita in quel di Stratford Upon Avon (che lo accomunerebbe a Shakespeare) all’infanzia e la giovinezza trascorse sull’isola di Mann…  ma alla fine  non è manco detto sia inglese, nonostante in inglese canti, e per quello che ne potremmo sapere, potrebbe addirittura chiamarsi sul serio Johann Sebastian Punk (e chi può dirlo?).

In realtà poi non bisogna manco sforzarsi a cercare più di tanto per scoprire che il nostro risponde al nome di Massimiliano Raffa, e con Bach e Shakespeare c’entra poco, essendo siciliano… comunque, alla fine, tutto questo importa poco, forse è meglio parlare di musica.

Musica, quella di Raffa / Punk o come lo si voglia chiamare, che gli ha conquistato i favori di Enrico Ruggeri, che l’ha scelto per accompagnarlo nel concerto del trentennale di carriera al MEI e di Beatrice Antolini, eroina della scena ‘indipendente’ italiana, che ha contribuito a produrgli il disco. Lavoro di quelli poco identificabili, poco classificabili, che mescola pop con un lieve retrogusto di bossanova, cantautorato folk vagamente obliquo, intermezzi quasi prog, episodi dal sapore orchestrale, sprazzi sperimentali tra psichedelia e rumorismo elettronico.

Di ‘punk’, oltre a un brano intitolato ‘Yess, I miss the Ramones’ (il più movimentato del disco) c’è sopratutto un attitudine, poco votata al compromesso; di Johann Sebastian (Bach) ci sono continue ‘spore’, sparse qua e là, tra tastiere dal sapore clavicembalistico e un lieve costante affacciarsi su territori classici;

c’è molto di anni ’60 e ’70, con brani che rievocano certi esperimenti beatlesiani, più che il gusto per il ‘riempimento sonoro’ dei Beach Boys, c’è la stagione felice del folk inglese di quegli anni; ma c’è anche l’indie-pop scanzonato degli ultimi anni e qualche escursioni in territori elettronici.

Tastiere ed effetti vari costruiscono effetti sempre cangianti, prendendo spesso le redini del gioco: non mancano le chitarre, più spesso acustiche, talvolta adeguatamente elettrificate; fanno capolino dei fiati, con delicatezza o smodata vivacità; domina il cantato del protagonista, all’insegna di un’interpretazione spesso e volentieri teatrale, talvolta forse alla ricerca fin troppo insistita di un effetto ‘teatrale’.

Alla fine però prevale la positiva impressione di un disco – e di un autore – inaspettato: di quelli da cui non si sa bene cosa aspettarsi nello scorrere delle undici tracce (dieci, escludendo il breve intro) disco, che anzi, riesce a rivelare sorprese e particolari precedentemente sfuggiti; un ascolto stimolante e in fondo divertente, un bel gioco che una volta tanto non dura poco.

THE CHANFRUGHEN, “MUSICHE DA INSEGUIMENTO” (HIVE / GOODFELLAS)

Esordio sulla lunga distanza per questo trio di Savona, dedito ad una sana miscela di garage – rock, psichedelia, funky e blues, conditi con vaghi accenni metallici e sottili allusioni ‘prog’; nulla di nuovo – si dirà – e in effetti è improbabile che i Chanfrughen (il nome, tra il dialettale e l’onomatopeico gli è stato ‘assegnato’ da una di quelle classiche figure che animano la vita di paese) passino alla storia per aver svelato chissà quali percorsi nei territori ormai battutissimi del rock.

Il discorso (valido alla fine per il 99 per cento delle band in circolazione), si sposta allora dal ‘cosa’ al ‘come’, e qui le cose cambiano: il trio ligure confeziona dieci brani viscerali, a tratti privi di grazia, che si muovono, incuranti delle conseguenze, tra chitarre a tratti lancinanti e una vocalità sbraitata, spesso esagitata (il termine l’ha usato mia madre passando di qua, mentre scrivevo questa recensione), con la batteria a fare il classico ‘lavoro sporco’ (l’essenzialità della sezione ritmica costituisce il miglior esempio del desiderio della band di andare al sodo), con le tastiere a fare capolino qua e là, nei momenti più ‘lisergici’ del disco.

Un ensemble strumentale al calor bianco che si accompagna a una scrittura frammentaria che va a dipingere una sorta di ‘riassunto’ socio-politico degli ultimi vent’anni, tra ispirazioni andreottiane (Il dromedario), omaggi a Gorbaciov che diviene il simbolo di certe ‘magnifiche sorti progressive’ puntualmente andate deluse, personaggi da reality, ridicoli se non inquadrassero tragicamente certi modelli ‘di successo’ della società (Osvaldo Paniccia) pseudo-citazioni dei poliziotteschi anni ’70 (La gladio spia e il commissario Rizzo scopre l’inghippo) e una dedica, riuscita, al Dalla degli inizi (Lucio).

Un disco che scorre ardente senza cali di tensione, per una band alla quale si augura di far presto parlare di sé.

Chi volesse farsi un’idea più chiara,  può ascoltare alcuni pezzi QUI

STRATTEN, “BOLOGNA ’67 ’77” (NEW MODEL LABEL)

Dopo la pubblicazione di un LP nel 2004 e la composizione di una colonna sonora qualche anno dopo, gli Stratten aggiungono con Bologna ’67  ’77 un nuovo capitolo alla loro discografia.

Un concept album, almeno nel titolo, dallo svolgimento in realtà un pò atipico: i ricordi di un giovane ragazzo nella Bologna degli anni ‘caldi’ (con riferimenti espliciti solo in alcuni titoli, come Corteo o Lotta di classe)  a cavallo trai gli anni sessanta e i settanta, vengono filtrati, spesso si potrebbe dire addirittura ‘trasfigurati’ attraverso i testi di Vincenzo Bagnoli.

Il rapporto con sè e con gli altri, la presa di coscienza politica, i sentimenti, ovvero i temi tipici del passaggio tra l’adolescenza e la maturità, vengono trattati dalla penna di Bagnoli con una scrittura che non li guarda mai o quasi in maniera diretta, sempre con uno sguardo laterale, a tratti ellittico.

A fare da contraltare, dando impeto comunicativo ai nove brani presenti,  la voce di Alessandra Reggiani, pronta a giostrare tra vari registri emotivi, accompagnata da un nutrito ensemble strumentale che veste i brani di panneggi sonori ora un pò sdruciti, all’insegna del rock, ora all’insegna di un’eleganza jazz, in altri frangenti pronti a ‘bardarsi’ di vestimenti prog (con accenti canterburyani) ricchi senza apparire barocchi, o all’opposto di abiti all’insegna di una leggerezza pop.

Un lavoro che si lascia apprezzare nel suo cambiare spesso scenari e climi sonori, con una varietà che gli permette di resistere anche al di là dei primi ascolti e di calamitare l’attenzione dell’ascoltatore alla ricerca del dettaglio precedentemente sfuggito.