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ANDREA LORENZONI, “SENZA FIORI” (DIMORA RECORDS / NEW MODEL LABEL)

Secondo disco per il bolognese Andrea Lorenzoni, poeta oltre che cantante con un paio di pubblicazioni all’attivo.

A colpire, stupire per certi versi, è la varietà di un disco capace di cambiare ‘pelle’ in ognuno dei dieci pezzi: tra cantautorato, parentesi elettroniche che riecheggiano certo pop anni ’80, o all’insegna di maggiori dilatazioni, fino a sventagliate apertamente rock, con accenni grunge e qualche vaga allusione metal.

Il rischio di cadere nella ‘trappola’ di una serie di esercizi di stile finire a sé stessi è abilmente evitato, anche grazie a una sequenza che non rende troppo drastico il salto tra un’atmosfera e un’altra.

Testi spesso vagamente ermetici, giustapposizioni di pensieri, soliloqui, riflessioni su di sé, gli immancabili ‘sentimenti’ che però per una volta non sono dominanti.

“Senza fiori” è un disco di cantautorato atipico, in cui la musica è tutt’altro che secondaria rispetto alle parole, un lavoro che si stacca per suoni e temi dall’andazzo generale di troppa musica corrente italiana, ‘indie’ o meno.

LO-FI POETRY, “LA MIA BAND” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro per i veneti Lo-Fi Poetry: dopo il primo omonimo EP, un nuovo pugno di brani – cinque – all’insegna di un’ampia gamma di riferimenti: da certo rock alternativo (potrebbero venire in mente i Placebo) a una furiosa ruvidità grunge / punk, da sonorità più genericamente ‘indie’ a loop elettronici.

Il gioco delle ascendenze e delle definizioni è facile ed è lo stesso quartetto a scherzarci su, fin dal titolo e dalla title track di apertura, mentre gli altri pezzi vanno a comporre il classico ‘ritratto generazionale’ a base di ‘rivendicazioni’ (“Meglio soli che in mezzo ai ricchi”, è il grido ripetuto del brano di chiusura), momenti ‘sentimentali’ e una parentesi vagamente delirante.

Il risultato, abbastanza eterogeneo, alla fine soddisfa; l’inserimento episodico di piano e contrabbasso offre qualche arricchimento sonoro, il cantato che tende al parlato rimanda inevitabilmente a Massimo Volume od Offlaga Disco Pax, ma mantiene comunque una certa originalità; la presenza di un’ospite femminile – Rozalda – al microfono di ‘Gli umori di te’, il brano più ‘aggressivo’ del disco, è un’efficace variazione,

Un lavoro che si lascia ascoltare, lasciando a un eventuale più ‘corposo’ seguito un’idea più compiuta.

 

PROFUSIONE, “METABOLIZZARE” (SEAHORSE RECORDINGS)

Vent’anni di attività, una manciata di demo, un disco sulla lunga distanza e, ora, un nuovo EP a segnare – forse – l’avvio di una nuova fase.

I romani Profusione offrono all’ascolto sei brani, tra cui uno strumentale con inserti di ‘spoken word’ posto in chiusura e una cover (abbastanza ‘anonima’) di ‘L’importante è finire’, portata al successo da Mina (non la prima volta che viene riproposto da una band ‘alternativa’).

Il gruppo capitolino si inserisce nell’ormai copioso filone del rock ‘alternativo’ che dai primi anni ’90 ha seguito le sorti di quanto avveniva oltreoceano, tra grunge e derivazioni assortite, ascendenze vagamente punk e hardcore, ruvidità che sfiorano, senza oltrepassarli, i confini del ‘rumorismo’, suggestioni stoner.

Testi (in italiano) che tra rabbia e rimpianto appaiono riferiti soprattutto a travagli sentimentali; fa eccezione ‘Fottuti e felici’, critica verso un certo atteggiamento di ‘apatia esistenziale’ che nell’attesa di ‘tempi migliori’ vede la vita passare…

Un lavoro giocato più sulla grinta e l’impatto che sull’originalità, ma in questo caso attitudine e corposità di suoni possono (forse) bastare.

NOSEXFOR,”NOSEXFOR” (AUTOPRODOTTO)

Un duo, quello formato dai vicentini Severo Cardone e Davide Tonin e dieci pezzi per un esordio che rappresenta una sorta di ‘valvola di sfogo’, di nuova strada rispetto alla collaborazione che già da tempo li lega nel portare avanti lo Shoegaze Studio.

Un lavoro che, rispondendo all’idea di ‘smuovere’ le acque, non poteva che essere immediato e viscerale.

Un muro sonoro memore, non a caso, dello shoegaze e del noise degli anni ’90, che si innalza e si estende fino a restituire suggestioni grunge e post e momenti esplicitamente metal.

Le parole sono quelle che spesso vengono dette in questi frangenti: un’osservazione cinica della realtà, tra precarietà lavorativa, una società che spesso ignora il merito, raffronti generazionali, tentativi di fuga, la ricerca del denaro e degli ‘oggetti’ fino alle più estreme conseguenze, il lento spegnimento delle città di provincia; dal lato interiore, la difficoltà dei rapporti con gli altri e spesso con sé stessi, la pervasività dei social network e l’esortazione a conservare la propria individualità; in mezzo, un omaggio alla hendrixiana ‘Voodoo Child’.

Un lavoro diretto, suoni che colpiscono duro e parole che vanno dritte al punto.

FENRIVER, Δ EP – RIVERWEED, FULL MOON EP (NEW MODEL LABEL)

Raramente recensisco Ep: pur essendo talvolta efficaci ‘biglietti da visita’, più spesso finiscono per non esaurire le idee di band o singoli: magari si grida al miracolo per pochi pezzi, quando poi sulla lunga distanza non si regge, o all’opposto ci si accorge che un pugno di brani poco convincenti nascondeva invece ben più spiccate qualità.

Stavolta, tuttavia, mi sono trovato di fronte ai brevi lavori di due gruppi simili come suono e ispirazione e allora ho optato per i classici ‘due piccioni con una fava’.

Iniziamo dai Fenriver, che nel nome e nel titolo del disco, “Δ”, omaggiano le loro origini, appunto quelle del ‘delta’ del Po.

Quattro brani ariosi, arrembanti, con evidenti richiami al rock ‘alternativo’ dei ’90, da quello più conosciuto di Seattle (leggi alla voce: Soundgarden) a quello più di nicchia, con lo stoner rock di Kyuss e simili e ascendenze che ovviamente salgono su fino ai Black Sabbath , ‘padri putativi’ di entrambi, all’insegna di sonorità spesso ‘metalliche’, suggestioni psichedeliche, sprazzi hardcore, riuscendo ad essere efficaci anche quando si sceglie il cantato in italiano. Quattro brani non sono certamente sufficienti a dare la dimensione esatta di una band, si aspetta quindi una prova più ampia per una più compiuta impressione.

I Riverweed – anche qui casualmente c’è di mezzo un fiume – vengono da Sile (provincia di Treviso) e sono in due: Alessandro Cocchetto e Filippo Ceron: elemento distintivo, e non potrebbe essere altrimenti, vista la struttura, ridotta all’essenziale, è un suono compatto, per certi versi scarno: monolitico, talvolta ipnotico, ma allo stesso tempo granitico: la migliore qualità del duo, che riesce a produrre un volume sonoro degno di una formazione a più elementi.

I sei brani di “Full Moon”, cantati in inglese, affondano le radici nell’hard rock lisergico, denso e ruvido degli anni ’60 e ’70, ricordando magari band come i Blue Cheer, un blues trasfigurato attraverso una consistenza scabra e sonorità sabbiose, con una certa quota di acidità.

Il disco ovviamente risente anche di influenze più recenti, ascrivibili a certo indie / alternative rock degli anni ’90 e successivi, con qualche accento noise, climi ‘desertici’.

Lavoro nel complesso convincente, che lascia intatta la curiosità per una prova su una più lunga distanza.

VOLEMIA, “EH?” (NEW MODEL LABEL)

Una botta di arrembante ardore sonoro: è quella ci sferrano i tre giovani varesini Volemia, tre ventenni o giù di lì che suonano insieme da quando erano poco più che ragazzini.

Dieci brani, per poco meno di una quarantina di minuti, in cui i nostri danno libero sfogo all’energia e alla sfrontatezza dei vent’anni, attingendo a piene mani dal repertorio grunge / noise degli anni ’90, affiancato a parentesi più orientate al metal e di qualche vago sprazzo psichedelico, e fa una certa impressione pensare come band che all’epoca davano l’idea di una ‘novità’, oggi siano entrate a far parte del ‘materiale d’archivio’ al quale ispirarsi…

Un lavoro tutto costruito sui muri sonori delle chitarre, sostenute da una sezione ritmica compatta che svolge efficacemente il suo compito di ‘rinforzo’.

Testi interpretati con una foga che tradisce l’urgenza tipica di una certa età, costruiti su un affastellarsi di impressioni, immagini, considerazioni sparse, anch’esse all’insegna più di una certa ansia di comunicazione.

Un tipico disco d’esordio, insomma, che colpisce positivamente per la capacità del trio di sviluppare un sostanzioso volume sonoro, offrendo all’ascolto una ‘tirata’ senza pause; per il momento, tanto basti, in attesa di inquadrare e affinare meglio stile, idee e scrittura.

THE BLACK ANIMALS, “SAMURAI” (STORMY WEATHER / LIBELLULA MUSIC)

Nati su iniziativa di Alberto Fabi, già nei Cardio e ne Il testimone, i The Black Animals offrono nel loro esordio uno di quei dischi che ogni tanto, come dire ‘ci vogliono’. Diretti, compatti, privi di fronzoli, i dieci pezzi che compongono “Samurai” sono altrettante stilettate, schegge lanciate a 360° gradi dalla vena esplosiva del quartetto.

Nirvana e Foo Fighters i ‘numi tutelari’ citati esplicitamente dal gruppo, ai quali volendo si possono aggiungere i primi Marlene Kuntz, senza dimenticare la lezione degli anni ’70, con qualche spezia new wave e, per avvicinarsi ai giorni nostri, certi gruppi del revival garage di inizio millennio (vedi alla voce: Black Rebel Motorcycle Club).

Riferimenti a parte, “Samurai” è un disco godibile soprattutto nel suo essere potentemente ‘chitarristico’: che si tratti di un blues ipermuscolare, o di distorsioni, di frustate elettriche o di muri sonori, sono le chitarre a guidare le danze, a occupare la scena dall’inizio alla fine, accompagnate da una solida sezione ritmica e accompagnando una vocalità dall’attitudine arrembante, che al momento giusto non si tira indietro dallo sbraitare dietro al microfono.

Un lavoro per lo più introspettivo, che parla di mancanza di equilibrio e di paure, di vuoti (interiori) di cui liberarsi, di “troppe voglie e poca volontà”, di cambiamenti che trovano un ostacolo nei gusci rassicuranti che spesso ci si costruisce intorno.

Si finisce, insomma, per ripiegarsi in un proprio microcosmo esistenziale, ostaggio delle proprie paure, tramontato ogni sogno ‘comunitario’ di una “generazione che non sa che pesci pigliare”, la cui “rivoluzione s’è persa in un paese che non sa che fare”, “in questo paese che non sa e non sa superare ciò che era e che mai sarà”… L’ancora di salvezza risiede, alla fine, nei sentimenti e nell’amore, per quanto anch’esso tribolato e sospeso tra realtà e immaginazione.

I The Black Animals assemblano un disco diretto, viscerale nei suoni e nelle parole, a tratti addirittura sofferto: ancora una volta un lavoro che offre il ritratto di una generazione disorientata e, nuovamente, divisa tra il bisogno di fuga e il peso delle proprie insicurezze che le impedisce di spiegare le ali.

IO E LA TIGRE, “10 & 9” (GARRINCHA DISCHI)

Riassunto delle puntate precedenti: Aurora (Io) e Barbara (La Tigre) si incontrano, suonano insieme (ne Le Meleagre), non ottengono gli esiti sperati, si dividono per poi ritrovarsi e scoprire che in fondo l’alchimia esiste ancora. Un nuovo progetto, il primo risultato un Ep pubblicato lo scorso anno; ora, logico passo successivo, la prova sulla ‘lunga’ (siamo comunque poco oltre la mezz’ora) distanza.

“10 e 9” (due numeri che per varie ragioni, tutte più o meno casuali sono diventati una sorta di portafortuna per la band) lo si potrebbe definire un disco ‘vivo e vitale’; dominato forse da un impeto comunicativo, la necessità di dare una definitiva forma sonora a un percorso – come espresso anche dalla veste grafica del cd – amicale ancora prima che professionale.

Certo non parlano solo del loro rapporto smarrito e poi ritrovato, Io e La Tigre: parlano di sé stesse, delle loro emozioni, di rapporti interpersonali e affettivi complicati di volta in volta con rabbia, tristezza, tenerezza o disillusione, tra dediche al proprio cane o agli amici.

Lo fanno con una naturalezza a tratti dal sapore quasi adolescenziale, senza filtri, senza inutili complicazioni, sia con la scrittura che coi suoni: essendo in due, l’essenzialità è quasi automatica, ora espressa in episodi al calor bianco, che ricordano molto gli esempi più felici del grunge al femminile o del successivo periodo delle ‘riot girl’ (con alle spalle l’ombra lunga dei Pixies, più o meno immancabile in questi casi), tra chitarre sferraglianti e una batteria che lancia a briglia sciolta il proprio impeto rutilante; in altri episodi tutto è più intimo, raccolto, sintetizzato nella delicatezza di voce e arpeggi, la sezione ritmica a mettersi, timidamente, in un angolo.

12 pezzi, per un lavoro che affianca episodi trascinanti a qualche piccolo passaggio a vuoto, che magari negli ascoltatori più ‘navigati’ potrà stimolare spesso una sensazione di ‘già sentito’, compensata da un’attitudine di fronte alla quale è difficile non farsi coinvolgere.

AFRICA UNITE, “IL PUNTO DI PARTENZA” (AUTOPRODOTTO)

Intitolare un disco “Il punto di partenza” quando si è in circolazione da trent’anni e passa.

Pensi agli Africa Unite e in effetti ti rendi conto del tempo da cui sono in circolazione.

Pensi agli Africa Unite e, anche se il reggae non è mai stato la tua ‘passione’, anche se non sei mai stato ad un loro concerto, alla fine volente o nolente li hai incrociati, più di una volta, magari ascoltandoli per radio e fermandoti lì, perché insomma, gli Africa Unite ‘ci sanno fare’ – non sarebbero durati così tanto, altrimenti – e in fondo la loro musica al di là dei gusti di ognuno finisce per coinvolgere… Per dirne una, quando ho scritto questo post, qualche giorno fa,  a Roma era una giornata più che mai uggiosa, fuori diluviava e (anche forse un po’ banalmente, ammetto), il ritmo rilassato e le sonorità solari degli Africa ci stanno bene…

Quando gli AfricaUnite sono nati, andava di moda il post – punk… i loro primi dieci anni li hanno compiuti quando si girava in camice a quadrettoni e si ascoltavano i Nirvana… e il discorso potrebbe continuare… mentre si sono succeduti svariati revival punk, il trip – hop, la jungle e l’elettronica ‘sparata’, e il brit pop, gli Africa Unite stavano sempre lì, decisamente non sotto ai riflettori, eppure vivi e con un loro seguito, il classico ‘zoccolo duro’…

Viene da pensare come alla luce di tutto questo, gli Africa Unite siano quasi un caso isolato negli ultimi trent’anni di storia della musica italiana: sempre lì, a sfornare nuovi dischi, ‘fedeli alla linea’ si potrebbe dire citando i quasi coetanei (ma molto, molto, molto meno longevi CCCP), all’insegna di un’attitudine e di una coerenza non certo frequenti…

Anno Domini 2015, e gli Africa Unite sono ancora qui, a sfornare un nuovo disco… prodotto e ‘pubblicato’ all’insegna di quell’attitudine ‘do it youtself’ molto diffusa proprio agli inizi degli anni ’80, quando magari la musica girava su cassettine ‘artigianali’ duplicate… oggi, la tecnologia a trasformato tutto quello in un semplice ‘clic’: “Il punto di partenza” lo potete scaricare gratis e senza limiti, sul sito della band, che ha scelto di puntare tutto sulle esibizioni live: un disco lo si può pure scaricare, ma il ‘live’ è un esperienza unica, ogni volta nuova, irripetibile.

“Il punto di partenza” è un disco in cui spesso e volentieri il reggae filtra con l’elettronica, con episodi dalle suggestioni dub e parentesi dall’appeal industriale, quasi cyber…

Un lavoro impreziosito dalle collaborazioni con Raphael e More No Limiz, ma soprattutto quella con gli Architorti, che dà vita ad un paio di pezzi in cui il reggae si contamina – efficacemente – con la musica classica .

Bunna, Madaski, Ru Catani, ‘Benz’ Gentile, Alex Soresini, ‘Piri’ Colosimo, Paolo Parpaglione e Mr.T Bone danno vita ad undici brani in cui si rivendica la propria attitudine, dichiarazioni d’amore per il reggae e la lingua italiana, frecciate contro l’ossessione per la notorietà ai tempi dei social network… con episodi – ‘Il volo’, ‘La Teoria’ – in cui il reggae si sposa con la migliore tradizione italiana del cantautorato pop più elegante, e ti viene da pensare che in un mondo alternativo sarebbero entrati direttamente nelle heavy rotation di ogni radio…

Ascoltando “Il punto di partenza” si ha più che mai l’impressione che gli Africa Unite siano entrati di diritto nel ‘patrimonio artistico’ della canzone italiana: non uno di quei monumenti che tutti vanno a visitare, magari uno di quei ‘borghi’ poco conosciuti che si ‘aprono’ solo ai più curiosi e a coloro che magari hanno la curiosità di deviare dagli itinerari più battuti…

LA MONARCHIA, “PARLIAMO DIECI LINGUE E NON SAPPIAMO DIRCI ADDIO” (DISCHI SOVIET STUDIO / AUDIOGLOBE)

Esagerato parlare di ‘esordio al fulmicotone’, anche se la tentazione ci sarebbe anche; La Monarchia sono in quattro, vengono dalla Toscana e ci sanno fare, dopo tutto: autori di uno di quei dischi che la butta ‘in caciara’, nel senso migliore del termine: chitarroni a profusione e una sezione ritmica monolitica a contornare un cantato sbraitato dietro al microfono con poca cura per le conseguenze.

Non toccano certo picchi di spiazzante originalità, un po’ guardando ai ‘gloriosi’ anni ’90, tra noise, grunge ed abrasioni assortite, un po’ guardando ai giorni nostri (possono ricordare alla lontana i Marta Sui Tubi).

“Parliamo dieci lingue e non sappiamo dirci addio”: il titolo dice molto, quasi tutto, su ciò che si può ascoltare nel corso degli undici brani che si snodano lungo i quaranta minuti circa di durata complessiva: la band toscana offre la propria personale lettura dello smarrimento e delle nevrosi dell’oggi: la difficoltà delle relazioni sentimentali, l’abbandono e la solitudine, la coscienza dei propri limiti, la difficoltà dello ‘stare al mondo’ che può mutare in autoreclusione, nel rifugio nelle proprie personali ossessioni, o sfociare nella follia. Un disco per molti versi doloroso, che lascia poco spazio alla speranza, almeno nelle parole, affidando magari la forza di risollevarsi all’intensità, pienezza e solidità dei suoni, come se l’impeto strumentale fosse il mezzo con cui esorcizzare la malinconia arrabbiata e disincantata dei testi.

Un disco che prevedibilmente sconta le incertezze tipiche di ogni esordio, a partire da uno stile sonoro e di ‘scrittura’ ancora in attesa di uno sviluppo compiuto. La strada, comunque, è quella giusta.