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I GIORNI DELL’ASSENZIO, “IMMACOLATA SOLITUDINE” (RIDENS RECORDS)

A volte nel recensire un disco si è in difficoltà: avviene  (di rado) di fronte a lavori particolarmente belli, sentendosi inadeguati a comunicarne la validità; oppure di fronte a dischi particolarmente brutti (più spesso), quando comunque nonostante tutto c’è da rispettarne il valore, nel loro essere il prodotto, pur se scadente, di un lavoro alle spalle; e poi ci sono i casi particolari: ad esempio, ritrovarsi appena superata la quarantina, davanti ad una band, a pensare che, cavolo, questi potrebbero essere i propri  figli … ecco, se si pensa questo è la fine, perché ogni obbiettività va a farsi friggere, davanti a quel filo di tenerezza che viene a trovarsi di fronte a un gruppo di giovani virgulti alle prime pagine della loro storia musicale.

E’ quello che succede di fronte a  I Giorni dell’Assenzio: sono in tre  (due maschi e una ragazza), e vengono dalla classica ‘provincia musicale’ – in questo caso, Chieti (Abruzzo) – dove spesso la musica diventa l’unica via di fuga ed evasione ad una quotidianità un filo monotona;  i tre hanno bruciato le tappe, facendosi il mazzo nella regione di appartenenza e arrivando rapidamente a farsi notare, aprendo i concerti di band come Tre Allegri Ragazzi Morti o Gazebo Penguins, fino a dare una prima forma fisica alla loro musica in questo disco di esordio.

Tenerezze anagrafiche a parte, I Giorni dell’Assenzio ci sanno fare: hanno tutta la rabbia, l’attitudine – e per certi versi, l’ingenuità – dei gruppi all’esordio, mossi da un’urgenza comunicativa che si dipana in testi che sono un continuo affastellarsi di metafore, similitudini, allegorie, stralci di flusso di coscienza, riflessioni dal sapore diaristico, tra ira contro il mondo, voglia di esprimere sé stessi, sentendosi magari ingabbiati in un contesto del quale non ci si sente parte, con spazio naturalmente ai sogni, ai sentimenti, agli affetti intesi anche come via di fuga o di riparo da un mondo che si sente più che altro come ostile. Il tipico campionario che si ritrova nei giovani gruppi agli esordi insomma, sebbene espresso con una scrittura che sembra comunque essere partita col piede giusto, alla ricerca di soluzioni non troppo banali.

La medesima urgenza espressiva la si ritrova nei suoni: un rock urticante di stampo alternativo, memore dei gloriosi anni ’90 e successivi sviluppi, talvolta colorato di accenti stoner; chitarre pesanti e sezione ritmica arrembante, un cantano in cui si affiancano e si alternano le voci di Mattia de Iure (anche alle chitarre) e Tania Gianni (che imbraccia il basso), con Mauro Bucci, silente, a martellare la batteria. Un disco tirato: otto pezzi per poco più di mezz’ora di durata, per lo più volto al muro sonoro, ma capace di trovare qualche momento di quiete, o pezzi che sembrano flirtare con una maggiore ‘condiscendenza pop’, pur senza mai abbandonare del tutto il saldo ancoraggio all’aggressione sonore.

Giovani arrabbiati, certo, ma che mostrano discrete potenzialità: al netto dei limiti classici di ogni esordio, caratterizzato più dall’immediatezza che non dalla necessità di focalizzare il proprio stile, I Giorni dell’Assenzio imbroccano l’esordio, lasciando la curiosità per gli sviluppi futuri.