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RICCARDO RUGGERI, “NON CI ASPETTA NESSUNO (SE NON MILIARDI DI FOTO)” (VINA RECORDS / ADA MUSIC ITALY)

Riccardo Ruggeri esordisce da solista dopo una decina di uscite nell’ambito di vari progetti, con un lavoro che vuole essere la ‘summa’ di quindici anni di viaggi, incontri, collaborazioni aggiunti ad anni di studio e ricerca nell’ambito di voce, improvvisazione, etnomusicologia.
Dodici brani all’insegna di un’elettronica fatta di dub, dance, synth e via dicendo, primnra qua e là a prendere derive rock, strizzare l’occhio al funk, aprirsi a paesaggi a western o a suggestioni mediterranee.
Su tutto domina l’interpretazione di Ruggeri, tra la strafottenza di un Morgan, l’ironia di Gaber, sperimentazioni che possono ricordare vagamente Dalla.
Lo affiancano qua e là alcuni compagni di strada, in sede di produzione, talvolta agli strumenti; la vocalist milanese Emma Elle unica ‘voce ospite’, in ‘Pharmakon’.
“Non ci aspetta nessuno” è soprattutto un profluvio di parole, critiche ai media, ricordi più o meno lontani, riflessioni sul mondo della musica ai tempi del web e degli algoritmi..
Un lavoro per certi versi quasi arrogante nel modo di (im)porsi; arrogante, a ragione veduta.

MISTERISEPARLI, “SPEEDBEFOREDEATH” (VINA RECORDS / BELIEVE)

Disco d’esordio per questo duo pescarese (Pepi ed Andrew i ‘nomi di battaglia’), primo traguardo di una collaborazione che dura già da qualche anno.
Frutto di jam session e collaborazioni assortite, i sei brani che compongono “Speedbeforedeath” si snodano all’insegna di un’elettronica dalle varie consistenze e suggestioni, dal coloratissimo funky iniziale, dai tratti dance, al fluire quasi liquido di suggestioni orientali che chiude il lavoro.
In mezzo, si toccano territori cosmici e divagazioni psichedeliche, si lambisce il lounge e si flirta con suggestioni etniche.
Rari gli interventi vocali: il refrain ripetuto del brano di apertura, il testo della title track, unica ‘concessione’ a un accenno di forma – canzone all’insegna dell’ironia.
Una serie di tappe, alcune delle quali non si ritraggono dall’ampliarsi fino a 9 – 10 minuti di durata, offrendo all’ascoltatore occasioni di straniamento ed immersione.
Un lavoro che, per quanto affidato a beat, basi e loop, non rinuncia a una vivace componente percussiva o interventi di chitarra, in un caso quella dell’ospite Lorenzo Conti (già con Negative Trip e Santo Niente).
È insomma un’elettronica che lavora di cesello su parti e campioni di musica ‘suonata’ che offre all’ascoltatore il proverbiale viaggio sonoro…

SPAGHETTI WRESTLERS, “TURURARAP TURAP” EP (VINA RECORDS)

Torna il power-pop-garage trio degli Spaghetti Wrestlers, alias Marco Barberis, Davide Diomede e Mirko Losito.

Secondo EP per una band dagli episodi discorgrafici abbastanza isolati, il cui obbiettivo è soprattutto è quello di divertire e far muovere le chiappe al pubblico dal vivo.

Cinque pezzi al fulmicotone, tra scorribande aliene, dichiarazioni d’amore sull’orlo della fine del mondo, ‘showdown’ definitivi in stile ‘soli contro tutti’: è un immaginario ironicamente esagerato ad accompagnare un arrembaggio sonoro con poche pause, all’insegna di un’essenzialità che basta e avanza, data l’attitudine e la grinta della band.

“MAX ALOISI TRIO” (VINA RECORDS / BELIEVE DIGITAL)

Trent’anni di esperienza alle spalle, passati a suonare in giro per il mondo (anche in location non ‘scontate’, come l’Indonesia), Max Aloisi ha spesso trovato nel trio la forma più adatta a esprimere le proprie idee sonore, come già avvenuto nell’esordio, “Blues Machine”, uscito ormai parecchi anni fa.

Oggi, ecco arrivare il secondo capitolo, che vede Aloisi affiancato dal sodale di lungo corso Alex Paci e dal batterista Lou Thor.

Nove pezzi all’insegna di un rock blues che alterna momenti dai colori sgargianti e l’energia quasi prorompente a parentesi dalla vena psichedelica, i cui argomenti, da riflessioni sulla solitudine personale a sguardi su un mondo che sembra prendere una china sempre più folle, sono più che mai in linea coi tempi attuali, per quanto siano stati scritti prima dell’esplosione della situazione che stiamo vivendo da ormai quasi un anno e mezzo.

L’intento dichiarato, riproporre la validità del ‘caro, vecchio blues’, offrendolo con una veste più ‘attuale’, non disdegnandone il lato ‘ballabile’, è raggiunto attraverso un lavoro vivace, che tiene viva l’attenzione, senza mai ‘sedersi’, ma offrendo una discreta varietà di ‘scenari’ e umori.

PATTONI, “OCEANO, ORA” (VINA RECORDS)

Un esordio quasi casuale, la proverbiale situazione in cui si scrive e si suona se non solo per sé stessi comunque per ‘pochi intimi’ e grazie al passaparola si finisce per avere tra le mani il proprio primo disco.

Pattoni (che di nome fa Mattia, ma si presenta col solo cognome), propone così questi nove brani (tra i quali due strumentali) che risentono prevedibilmente della dimensione ‘domestica’ nella e per la quale sono stati concepiti.

Voce, chitarra e poco altro per un lavoro dominato da quella ‘poesia dell’ordinario’ che trae la propria suggestione da momenti all’apparenza trascurabili: di gioia verso la vita e malinconia, di solitudine e, immancabilmente di affetto, sia nello stare insieme che nella lontananza.
Centrale il cantato, essenziale e inserita con discrezione la quota strumentale, che a tratti può ricordare alla lontana i Coldplay più ‘intimisti’ e acustici.

Un esordio che, nato per un pubblico ristretto, quasi ‘casalingo’, si ‘affaccia al mondo’ in modo forse non totalmente voluto, conservando così una buona dose di veracità.

IL SOLITO DANDY, “BUONA FELICITA'” (VINA RECORDS)

Una storia d’amore che nasce, si sviluppa e inevitabilmente si conclude, il tutto all’ombra delle strade e delle piazze torinesi.

Fabrizio Longobardi ha un passato punk, ma ha deciso di abbandonare quei lidi sonori e di darsi una nuova identità, quella de ‘Il Solito Dandy‘, giungendo a questo disco d’esordio.

Nove brani all’insegna di un pop nelle intenzioni radicato nei ’90, ma che negli esiti, almeno ai più ‘grandicelli’, non può non ricordare gli ’80, anche e soprattutto a causa delle onnipresenti tastiere, vero carattere distintivo dei suoni proposti dal ‘dandy’.

Atmosfere dominate da un filo di tristezza tra parentesi ‘accorate’, momenti di maggiore rabbia – a tratti di frustrazione – come in ogni storia d’amore che si rispetti, in particolare quelle più ‘vive’ e travagliate, tra omaggi a star del cinema (‘Owen Wilson’), metafore pubblicitarie (‘Dentifricio per cuori sensibili’), luoghi – simbolo (‘Vittorio Emanuele’).

“Il Solito Dandy” mette insieme un lavoro forse a tratti limitato da un filo di monotonia dei suoni, ma la cui scrittura appare sulla buona strada per trovare un’impronta autonoma e originale.

SCIMMIASAKI, “COLLASSO” (VINA RECORDS)

Non si risparmiano, gli Scimmiasaki: senza fronzoli né perdite di tempo, all’insegna di un sound debitore di certo indie italico degli ultimi anni (leggi alla voce: Marta sui Tubi), ma anche di certe suggestioni d’oltreoceano, post-hardcore, emo e punk che dir si voglia.

Cinque brani per questo secondo EP, nel quale ha messo le mani Andrea “Giamba” di Giambattista (uno che di certe sonorità se ne intende, avendo già lavorato con Management del Dolore Post-Operatorio).

Durezza e compattezza di suoni, abrasioni e ‘muri sonori’ a go-go, ma senza disdegnare un certo appeal: per certi versi, a metà strada tra pop e punk, senza che a questo si debba dare una connotazione negativa.

Il “Collasso” del titolo – tradotto in copertina da un volto femminile che ha tutta l’aria di starsene a letto, non avendo alcuna voglia di alzarsi, per un misto di paura ed indolenza, opera di Riccardo Torti (già disegnatore di Dylan Dog) – è, forse, l’unico risultato delle contraddizioni irrisolvibili tra ciò che richiedono il ‘mondo’ e le ‘convenzioni sociali’ e le proprie emozioni, specie quelle più vive e viscerali.

Il filo conduttore che sembra apparire in controluce nello scorrere dei brani, è quello della verità, su sé stessi e sui rapporti con gli altri, spesso sepolta sotto la patina del vivere comune, magari volutamente ignorata, la cui ricerca richiede di mettersi in discussione, percorrere sentieri scabri e impervi, o che spesso ci colpisce improvvisamente, come un’illuminazione, con tutte le conseguenze positive e negative del caso.

Il trio viterbese assembla un lavoro che forse è tutto sommato troppo breve, lasciando l’idea del potenziale ancora in espresso, o comunque di essere una band pronta a mettersi alla prova sulla lunga distanza.

INVERS, “DELL’AMORE, DELLA MORTE, DELLA VITA” (VINA RECORDS)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per i biellesi Invers; “Dell’amore, della morte, della vita”: ci vanno giù leggeri, si potrebbe dire, con un titolo che più ‘universale’ non si può… un disco oscuro, a tratti dolente, in altri frangenti infuocato, come del resto lo sono i suoni, che proseguono il percorso avviato col precedente “Dal peggiore dei tuoi figli”, memori della grande lezione del post punk, all’insegna di un’elettricità tagliente, di chitarre lancinanti accompagnate da ritmi a tratti trascinanti.

Suoni che accompagnano testi che dipingono scene di quotidiana amarezza: è un lavoro in cui, anche nei momenti più arrabbiati, sembra scorrere un fiume di rimpianti, per le occasioni perdute, di vita ( ‘Nessun altro’), di amori ( ‘Sopra le luci della città’, ‘Nessun altro’) di sentimenti anche famigliari , espressi con un cantato anch’esso in equilibrio tra ira e malinconia.

Un lavoro che non lesina di gettare uno sguardo ‘al di fuori’, verso una generazione disorientata (‘Oggi s’è perso’), od una società in cui domina, imperante, il ‘sentito dire’ globale diffuso dagli onnipresenti mezzi di comunicazione; ma è un lavoro in cui lo sguardo viene gettato per lo più verso l’interno, alla ricerca di una propria definizione, facendo il punto su ciò che si è (‘Io sono’) su tutto ciò verso il quale ci si sente estranei (‘Montagne’)

La title track posta in chiusura del disco, pur essendo un pensiero rivolto a chi non c’è più, si conclude con un verso che recita: “e col tuo sorriso ti prenderai cura di me”: quasi come se alla fine, il clima plumbeo ed oppressivo, come quello di certe giornate estive, grigie ed afose, che domina il lavoro, fosse improvvisamente rischiarato da una vampata di luce.

Un lavoro che convince, per suoni e scrittura.

DAGOMAGO, “EVVIVA LA DERIVA” (VINA RECORDS)

Sono tre, arrivano dal Piemonte (Biella e Torino) e si presentano con questo esordio, con tutta l’energia, la rabbia e l’incoscienza di un gruppo alle prime armi. Un disco dal titolo ironico e un filo cinico, che inneggia alla ‘deriva’ cui, tra crisi economica ed esistenziale sembra sia essersi allegramente abbandonata la società, in cui vengono messe alla berlina modi e abitudini, tra domeniche annoiate passate nei centri commerciali e le notti insonni passate ad ammazzare il tempo nelle grandi città; dal mondo del lavoro che propone apprendistati che diventano eterni, ai rapporti sentimentali ed interpersonali; dai commercialisti, assurti ad indovini ed aruspici, all’onnipresenza invasiva di calcio e televisione… Un mondo guardato con un occhio disincantato, amaro e a tratti quasi annoiato, nel quale si cercano oasi di serenità nel calore dei sentimenti.

I fratellli Buranello a voce, chitarra batteria e varie percussioni, assieme ad Andrea Pizzato, ad occuparsi del lato tastieristico / sintetico della questione, per un disco che ondeggia continuamente tra un’abrasa visceralità elettrica ed un’elettronica sorniona, a tratti ammiccante, per undici brani sospesi tra rock e pop entrambi virati verso l’indie-rock, che a tratti ricordano band come i Velvet. Un pizzico di new wave, qualche stridore, appena accennato, per un lavoro che certo, punta a piacere, ma senza cadere nelle secche della ‘facilità’.

Alti e bassi, come in ogni esordio: episodi più riusciti, altri molto meno, parentesi coinvolgenti affiancate a segmenti un filo noiosi e ripetitivi, ma nel complesso comunque un lavoro equilibrato, che anche grazie alla sua brevità (poco più di mezz’ora) riesce a non stancare. La band piemontese appare avere le carte in regola per proseguire efficacemente la strada: correggendo il tiro, anche e soprattutto grazie all’esperienza, ne potremo probabilmente sentire riparlare.

 

 

INVERS, “DAL PEGGIORE DEI TUOI FIGLI” (VINA RECORDS)

Disco d’esordio per gli Invers, quartetto proveniente da Biella; la formula, in parte, è quella ascrivibile a band di maggiore successo come Il Teatro degli Orrori: liriche incendiarie declamate – più che cantate – che si stagliano su una componente sonora che attualizza certe sonorità eighties, punk e post: c’è già chi l’ha battezzato ‘revival post-punk’, ma si sa che le etichette lasciano il tempo che trovano…

Più interessante soffermarsi sugli esiti del disco che, fin dal titolo, “Dal peggiore dei tuoi figli”, lascia intravedere il filo conduttore dello sguardo corrosivo gettato sulla società circostante: la dedica è diretta all’Italia, della quale la ‘voce narrante’ esalta il solito campionario di nequizie e piccinerie…

Il tutto accompagnato da una buona dose di ‘pompa’, all’insegna di chitarre dal sapore wave, talvolta dotate di un’attitudine leggermente più sferragliante, a veleggiare sul solido terreno costruito da una classica sezione ritmica ‘quadrata’.

Undici tracce  che in fondo appaiono funzionare (meno la cover di Mio fratello è figlio unico di Gateano, che lascia il tempo che trova) per quanto i suoi elementi costitutivi – sonori e testuali – non siano dotati di tutti i crismi dell’originalità: lo si può insomma considerare un buon inizio, in attesa che la band trovi un’impronta stilistica più marcatamente autonoma.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY