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CINQUE UOMINI SULLA CASSA DEL MORTO, “BLU” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Viviamo tempi, per molti, oggettivamente complicati, pieni di incertezze, di dubbi, mancanza di certezze e timori, se non vera e propria paura, per il futuro.

Talvolta però è il caso di non fermarsi all’analisi, o di non cedere a pensieri ‘plumbei’, ma – se non altro per evitare di deprimersi oltre il dovuto – viene il momento per sani momenti di leggerezza, spensieratezza, ottimismo.

Il compito stavolta se lo assumono i friulani Cinque Uomini sulla Cassa del Morto, che in tre anni di hanno accumulato un discreto patrimonio di esperienze, arrivando ad aprire i concerti di Franz Ferdinand e Tre Allegri Ragazzi Morti e tra i finalisti del Premio Fabrizio De André.

Blu, è proverbialmente il coloroe della malinconia, ma in questo caso è piuttosto quello del cielo: l’invito, appare quello di cercare di essere leggeri, uscire dai propri gusci di paura (e forse di autocommiserazione), per poter ‘volare’, vedere magari tutto dall’alto, acquisire nuovi punti di vista, trovando così nuove soluzioni.

Lasciare il proprio ‘nido’, consapevoli che difficoltà e sofferenze saranno il prezzo inevitabile per trovare una propria strada e superare così certe situazioni di ‘stallo esistenziale’ in cui si finisce per trovarsi.

Un messaggio snodato su nove brani, registrati in un capannone abbandonato e poi rifiniti tra Cividale, Ferrara e Los Angeles, per un lavoro in cui la band ripercorre a suo modo le strade di certo rock folk di matrice irlandese e non solo, in cui a violini, banjo e ukulele è affidata gran parte dell’impronta stilistica del lavoro.

Domina, appunto, la solarità, fino alla scelta – in fin dei conti coraggiosa – di presentare una ‘Canzone del Sorriso’ che, posta al centro del disco, non a caso finisce per rappresentarne il baricentro.

I Cinque Uomini sulla Cassa del Morto ripercorrono con efficacia strade già ampiamente battute, anche a casa nostra (inevitabile citare i ‘soliti’ Modena City Ramblers, anche se qui con esiti meno ‘combattivi’), ma lo fanno con un piglio e un’attitudine apprezzabili, potendo regalare un momento di solarità in certe giornate uggiose, non solo dal punto di vista climatico.

I GIORNI DELL’ASSENZIO, “IMMACOLATA SOLITUDINE” (RIDENS RECORDS)

A volte nel recensire un disco si è in difficoltà: avviene  (di rado) di fronte a lavori particolarmente belli, sentendosi inadeguati a comunicarne la validità; oppure di fronte a dischi particolarmente brutti (più spesso), quando comunque nonostante tutto c’è da rispettarne il valore, nel loro essere il prodotto, pur se scadente, di un lavoro alle spalle; e poi ci sono i casi particolari: ad esempio, ritrovarsi appena superata la quarantina, davanti ad una band, a pensare che, cavolo, questi potrebbero essere i propri  figli … ecco, se si pensa questo è la fine, perché ogni obbiettività va a farsi friggere, davanti a quel filo di tenerezza che viene a trovarsi di fronte a un gruppo di giovani virgulti alle prime pagine della loro storia musicale.

E’ quello che succede di fronte a  I Giorni dell’Assenzio: sono in tre  (due maschi e una ragazza), e vengono dalla classica ‘provincia musicale’ – in questo caso, Chieti (Abruzzo) – dove spesso la musica diventa l’unica via di fuga ed evasione ad una quotidianità un filo monotona;  i tre hanno bruciato le tappe, facendosi il mazzo nella regione di appartenenza e arrivando rapidamente a farsi notare, aprendo i concerti di band come Tre Allegri Ragazzi Morti o Gazebo Penguins, fino a dare una prima forma fisica alla loro musica in questo disco di esordio.

Tenerezze anagrafiche a parte, I Giorni dell’Assenzio ci sanno fare: hanno tutta la rabbia, l’attitudine – e per certi versi, l’ingenuità – dei gruppi all’esordio, mossi da un’urgenza comunicativa che si dipana in testi che sono un continuo affastellarsi di metafore, similitudini, allegorie, stralci di flusso di coscienza, riflessioni dal sapore diaristico, tra ira contro il mondo, voglia di esprimere sé stessi, sentendosi magari ingabbiati in un contesto del quale non ci si sente parte, con spazio naturalmente ai sogni, ai sentimenti, agli affetti intesi anche come via di fuga o di riparo da un mondo che si sente più che altro come ostile. Il tipico campionario che si ritrova nei giovani gruppi agli esordi insomma, sebbene espresso con una scrittura che sembra comunque essere partita col piede giusto, alla ricerca di soluzioni non troppo banali.

La medesima urgenza espressiva la si ritrova nei suoni: un rock urticante di stampo alternativo, memore dei gloriosi anni ’90 e successivi sviluppi, talvolta colorato di accenti stoner; chitarre pesanti e sezione ritmica arrembante, un cantano in cui si affiancano e si alternano le voci di Mattia de Iure (anche alle chitarre) e Tania Gianni (che imbraccia il basso), con Mauro Bucci, silente, a martellare la batteria. Un disco tirato: otto pezzi per poco più di mezz’ora di durata, per lo più volto al muro sonoro, ma capace di trovare qualche momento di quiete, o pezzi che sembrano flirtare con una maggiore ‘condiscendenza pop’, pur senza mai abbandonare del tutto il saldo ancoraggio all’aggressione sonore.

Giovani arrabbiati, certo, ma che mostrano discrete potenzialità: al netto dei limiti classici di ogni esordio, caratterizzato più dall’immediatezza che non dalla necessità di focalizzare il proprio stile, I Giorni dell’Assenzio imbroccano l’esordio, lasciando la curiosità per gli sviluppi futuri.

 

IL CANE, “RISPARMIO ENERGETICO” (MATTEITE /VENUS)

Secondo lavoro per Matteo Dainese, alias Il Cane: un disco al quale il cantautore friulano, ex componente degli Ulan Bator, appare voler giocare una bella fetta delle prorie sorti artistiche, visto anche il nutrito numero di ospiti chiamati a collaborarvi (tra gli altri, membri di Zen Circus, Teatro degli Orrori, Tre Allegri Ragazzi Morti, Amari). Il risultato sono questi dodici (più uno) brani, il cui tratto comune sembra una certa ‘sospensione’: nei testi, all’insegna dell’osservazione – riflessione del quotidiano, i cui tratti minimi assurgono (forse) a metafora di ‘qualcosa di più profondo’ e nei suoni, in cui domina un’elettronica dai tratti spesso vagamente obliqui, affiancata a più consistenti dosi di un ‘rock’ di matrice ‘indie’ o ‘post’, dalla consistenza spesso vagamente tagliente. Qualche fiato e synth sparsi qua e là cercano di dare un’ulteriore condimento alla pietanza.

Parole e suoni in cui Dainese non tralascia mai un certo gusto per l’ironia, forse con un pizzico di cinismo, che si traduce anche sotto il profilo musicale, col frequente ricorso a un ‘rumoreggiare’ di sottofondo che arriva ad assumere la forma di autentiche risate infantili irridenti.

Il tutto interpretato con un’aria sembra disincantata, che a tratti appare quasi assonnata, o coi contorni di chi si mette dietro al microfono quasi di malavoglia… e da qui si può partire per partire dell’aspetto un pò meno convincente del disco, perché alla lunga (nei 48 minuti di durata) questo cantato che in certe parentesi assume un andamento quasi hip-hop, perennemente monocorde, mai con un acuto, un cambio di umore o di registro, un andare ‘sopra le righe’ finisce per mettere un pò alla corda l’ascoltatore, per altri versi finendo per appiattire i singoli brani, oltre a dare l’impressione, sul finale, di un disco un pò troppo lungo, nel quale le idee si esauriscono con qualche brano di anticipo rispetto alle tredici presenti.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY