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GRAY, “SESSANTANOVEINCERCHIO” (NEW MODEL LABEL)

Fare del ‘rock’ – senza prefissi o suffissi – in Italia è una faccenda decisamente complicata; anzi,  un mestiere decisamente ingrato: se magari stai una band, te la puoi anche cavare (oddio, dipende); se sei solo, è un’altra faccenda… il motivo credo sia facilmente intuibile: pensate alla parola ‘rocker’… fatto? Bene, adesso pensate a cosa evochi il termine in Italia… non è difficile… fatto? Ok, se avete pensato a due-nomi-due, avrete anche capito perché fare rock in Italia sia improbo… non se ne esce: se non sei ‘quello di Zocca’ , o ‘quello che si chiama come il pittore’, e vuoi fare rock qui da noi, tanti auguri e buona fortuna…

Non se ne esce: è come se da noi si dicesse: beh, ma dopo tutto, due ‘rocker’ bastano, che altro volete? E’ un po’ lo stesso discorso dei gruppi: “ma insomma, abbiamo ‘quelli che hanno fatto la cover di Modugno che adesso ci deve massacrare gli zebedei ad ogni partita della Nazionale’, non vi basta? Evidentemente no: non basta al sistema discografico-radio-televisivo che, poche eccezioni a parte, ha deciso che in Italia il ‘rock’ lo possono fare solo ‘quello di Zocca’, ‘il pittore’, e quelli ‘col nome del vino’.

Tanti saluti a tutti gli altri…  trai quali, Gray, all’anagrafe Graziano Renda: mai sentito nominare? Fosse magari uno nuovo… il problema è che il rocker calabrese gira da oltre un quarto di secolo, una carriera portata avanti cercando di continuare a calcare i palchi, una biografia discografica frammentaria come tutte quelle fondate più sulla passione che sul successo.

Si arriva così a “Sessantanoveincerchio”, nuova fatica del nostro, disco dalla lunga gestazione, assemblato di qua e di là dall’oceano, in quella Portland (Oregon), che ormai da anni è diventato uno dei centri di gravità permanente del mondo musicale italiano e non solo. Undici brani,  in cui l’autore conferma la scelta per la lingua italiana,  ma soprattutto undici brani di ‘rock’: di quello che per una volta tanto non ha bisogno di suffissi, non necessita di tirare in ballo suggestioni, contaminazione, derive e quant’altro. Nulla di tutto questo: voce e chitarra, con contorno di basso e batteria: Gray al timone, contornato da un agguerrito gruppo di collaboratori.

Rock. Immediato e viscerale: chitarre arrembanti che fanno da contorno ad un cantato in bilico tra rabbia e sofferenza, diretto, mai accondiscendente: arrabbiato col mondo e dolente per i sentimenti, o viceversa, in cui si fa spazio anche qualche ballatona dal mood più malinconico, un disco che guarda con un filo di cinismo la realtà circostante, e che trova il tempo anche per riflettere sulla realtà e le aspirazioni del mestiere di rocker.

Un disco che – come dichiarato nello stesso booklet – ancor prima che suonato e prodotto è stato Desiderato e Voluto: Volontà e Desiderio: ciò che sopra ogni cosa, è necessario per fare rock in Italia, oggi.