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“CHRIS AGNOLETTO” (INLOOP MUSIC)

La necessità di comunicare è alla base di ogni forma d’arte; talvolta, questa necessità diventa un’urgenza, quasi un’ansia, che finisce per travolgere tutto, con esiti imprevedibili.

L’esordio solista di Chris Agnoletto, un passato ‘metal’, esperienze nei Motorbreath e nei Mantra, un’attività parallela di poeta e scrittore con un libro pubblicato all’attivo, appartiene a quest’ultima categoria.

Non è facile parlare di un disco che, più di altri, appare privo di filtri, interamente votato appunto all’ansia di ‘dire tutto’; che non sia un disco ‘come gli altri’ lo si capisce subito: balzano all’occhio la durata insolita – 70 minuti – e il numero di brani, 14 (contando la conclusiva, poco più di un ‘outro’) per una media di cinque minuti a pezzo.

L’ascolto conferma che Agnoletto si è voluto prendere tutto il tempo, sia nel complesso del disco, che nei singoli brani, per snocciolare tutto ciò che gli ‘rodeva’ dentro: siamo di fronte quasi a uno sfogatoio: dall’incipit ‘Sono ancora qui’ (cui si aggiunge, più avanti, ‘Sopravvivere controvento’ ) presa di posizione e affermazione orgogliosa della propria coerenza, fino alla chiusura di ‘Your life is in your hands’ sorta di inno – esortazione a mantenere sempre il controllo della propria vita, passando per vari attacchi al mondo circostante, alla superficialità dei ‘valori’ imposti dalla società (titoli come ‘Basta così’ e ‘Il mondo è morto’ non hanno bisogno di troppe spiegazioni), ma inserendo anche omaggi commossi a chi non c’è più (‘Canzone per un amico’) o il racconto di una storia d’amore (‘Carlo e Sara’) che finisce per essere una sorta di oasi all’interno del caos.

Il tutto esposto con un cantato spesso ‘gridato’, che assume i contorni di una declamazione; una vocalità centrale cui fanno da contorno sonorità che tradiscono ascendenze new wave, con qualche reminiscenza metal, suoni curati da Alberto Masetto, principale compagno di strada dell’autore.

Non è un lavoro ‘facile’: più che per l’ascoltatore, che messo alla prova dalla complessiva lunghezza ‘extra large’, ma anche da quella dei singoli pezzi, può sempre interrompere l’ascolto, soprattutto per lo stesso Agnoletto: si sarebbe forse potuto accontentare di quale brano in meno, cercando magari più sintesi, per assemblare se vogliamo un lavoro più ‘conciliante’; ha scelto invece la strada più difficile e priva di compromessi (e probabilmente non poteva essere altrimenti, visto che lui stesso nel lavoro afferma orgogliosamente il suo evitarli, i compromessi), con un disco spiazzante, a tratti quasi ‘respingente’; un’interpretazione ‘invasiva’ che può sembrare addirittura arrogante.

Un lavoro che ‘pretende’ di essere ascoltato, al punto di assumersi il rischio che chi sta ‘dall’altra parte’, si stufi e passi oltre. Resta da chiedersi se il rischio corso non sia stato troppo elevato e se non si sarebbe potuta cercare una migliore ‘sintesi’: intesa come brevità di esposizione, ma anche come via di mezzo tra ‘urgenza espressiva’ e ‘senso della misura’, senza che ciò avesse per forza voluto dire accettare dei compromessi.

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BUON VOTO A TUTTI

Comunque la pensiate.

Credo che la possibilità di votare non vada data per scontata: in molte parti del mondo è impedita, limitata, o ridotta ad una farsa; qui, per il momento, ancora non è così, anche se certo, sulla reale portata del ‘voto democratico’ ci sarebbe da discutere, in un mondo in  cui molte decisioni importanti sono prese altrove e solo pigiando un tasto si possono portare al fallimento intere Nazioni: “Sorry, democracy is changing”, cantavano i Killing Joke.

Tuttavia, boh, a me questo gesto di andare al seggio ed esprimere il voto ha ancora la valenza di una sorta di ‘rito laico’, e si noti che lo dico io, che per altri versi sono un grande fautore dell’uso di Internet come strumento di espressione della volontà popolare… Forse non è coerente, forse le due cose possono stare benissimo insieme.

Comunque la pensiate, buon voto: e se proprio ‘vi fanno tutti schifo’, c’è sempre l’opzione scheda nulla… ma una capatina al seggio, fatela comunque.

 

 

GLI ITALIANI SE NE FREGANO

La speranza è l’ultima a morire, ma alla fine non c’è da stupirsi se il referendum sia fallito.
Se il quorum non viene raggiunto, significa una cosa sola: che il tema del referendum a quasi il 70 per cento degli elettori interessava poco o nulla.
Non è solo la questione della ‘tecnicità’ del referendum, né degli inviti al non voto; il problema di fondo è che la maggior parte degli italiani è più o meno totalmente priva di una coscienza ambientale.
A parte il fatto che non si vede perché un elettore debba rinunciare ad andare a votare perché un referendum è ‘troppo complicato e tecnico e queste cose deve deciderle il Parlamento’: poteva essere vero una volta; oggi, con Internet, era possibile informarsi, capire le ragioni del ‘Si’ e del ‘No’ e farsi un’opinione; uno potrebbe anche pensare che i cittadini si siano comunque informati, decidendo di abbracciare le ragioni del ‘non voto’; possibile, ma secondo me improbabile, se si pensa al livello di consapevolezza e coscienza ambientale dell’italiano ‘medio’.
Diciamocela tutta: molti italiani, specie i più anziani – e l’Italia è una Nazione di vecchi – hanno grosse difficoltà a raccogliere la cacca del loro cane; fanno la raccolta differenziata di malavoglia, spesso e volentieri solo se non c’è altra strada e quando possibile non la fanno proprio; se trovano un cassonetto pieno, buttano la spazzatura lì dove capita; se trovano un volantino sul parabrezza dell’auto, lo accartocciano e lo buttano per terra; abbandonano sui marciapiedi materassi, frigoriferi, mobilio assortito.
Allora ‘perché meravigliarsi?’ diventa una domanda scontata dalla risposta ancora più banale, rispetto al fallimento di un referendum che, considerando il livello di alfabetizzazione ambientale della maggior parte degli italiani, era obbiettivamente complicato.
Il tema non interessa, né appassiona: la campagna referendaria è servita forse ad accrescere la consapevolezza che al largo delle coste dell’Adriatico sorge una serie di potenziali ‘bombe ecologiche’: che finora non sia successo nulla è affermazione veritiera, ma che non elimina i rischi, anzi: l’esperienza e la statistica ci dicono che ovunque sono sorte piattaforme di trivellazione, prima o poi qualcosa di grave è successo: non è questione di sé, ma di quando…
Poi vabbé, ognuno ha detto la sua: ho sentito parlare di inutilità del referendum, del fatto che ‘a prescindere’, quelle piattaforme sarebbero comunque restate attive per trent’anni e passa… Aggiungiamoci pure che, anche se avesse vinto il ‘Si’, prima o poi qualcuno avrebbe surrettiziamente cercato di inficiare il risultato con leggi ad hoc, come è sempre successo in Italia ogni volta che i referendum hanno dato risultati indesiderati, come sta succedendo per la privatizzazione dei servizi idrici, tra l’altro.

Il referendum quindi forse non era nemmeno importante in sé e per il risultato che avrebbe offerto: il referendum invece ha offerto un ottimo quadro della coscienza ambientale degli italiani, e il risultato è ineccepibile: alla maggioranza degli italiani dell’ambiente non gliene frega nulla; viene da pensare di cosa gli freghi: sostanzialmente, del portafoglio: anche il referendum sull’acqua è stato ‘vinto’, non per la questione ‘di principio’ dell’acqua pubblica: è stato vinto perché la maggioranza degli italiani ha avuto paura che con il via libera dato ai privati la bolletta dell’acqua esplodesse; per il resto, la maggioranza degli italiani dell’acqua se ne frega: si spreca acqua a tonnellate, dalle abitazioni private ai campi; la rete idrica è un colabrodo ma alla fine a nessuno importa più di tanto.

Alla maggioranza degli italiani informarsi sull’ambiente non gli interessa: gli frega tantissimo di squadre di calcio, tablet, smartphone, talent show, parabole, gossip, ma non dell’ambiente. Le città sono fatte a misura di automobilista, non certo di pedone, ciclista o utente dei mezzi pubblici. La maggioranza degli italiani butta il cervello all’ammasso senza farsi mai domande su nulla; anche quando si deve votare, cerca sempre l’uomo forte che pensi al posto loro, che gli eviti la fatica di usare il contenuto della scatola cranica per attività più complicate che non seguire le ricette dei cuochi in televisione.

Quindi alla fine, la speranza c’era, ma la realtà non stupisce: l’augurio è che prima o poi davvero una delle bombe ecologiche che sorgono nell’Adriatico esploda, ma forse nemmeno quello servirebbe: dopo tutto, gli italiani vanno sull’Adriatico per andare in discoteca, non certo per il mare: per quello, alla fine, c’è Sharm…

In conclusione, credo che l’unico modo per tenere in vita l’istituto referendario in Italia, sia l’eliminazione del quorum: ovviamente, anche il ‘non voto’ rappresenta una scelta, che tuttavia credo tradisca nella maggior parte dei casi un sostanziale poco coinvolgimento nei temi trattati; allora, credo che anche la maggior parte degli astenuti sarebbe d’accordo sul fatto che su certi temi possano e debbano decidere coloro che sono informati, a prescindere dal loro numero; anzi, forse il fatto che certe questioni possano essere decise da una qualsiasi minoranza di persone, finirebbe per spingere i poco interessati a informarsi, farsi un’opinione ed esprimerla.

SCOLA E GLI ALTRI

Ogni volta che negli ultimi anni se n’è andato un ‘Grande’, gli appassionati hanno tenuto una sorta di ‘contabilità’ dei sopravvissuti… l’elenco ovviamente si è progressivamente assottigliato, sempre più agevole fare il conto dei rimasti.

La morte di Ettore Scola, sembra purtroppo segnare il momento in cui il contatore arriva all’inevitabile ‘0’.
L’impressione, è che non sia rimasto più nessuno… Oddio, magari a volerlo cercare, a voler ampliare il raggio d’azione, a voler includere a voler cercare dei ‘sopravvissuti’, si potrebbero magari citare i nomi di Wertmuller o Squitieri, ma purtroppo senza girarci troppo attorno, con Scola se ne va l’ultimo rappresentante dell’età dell’oro del cinema italiano.
Scola, Monicelli, Risi, Fellini; Gassman, Sordi, Mastroianni, Manfredi; a testimoniare quell’epoca è rimasta in larga parte la cosiddetta altra metà del cielo, per quanto ormai le grandi attrici italiane dell’epoca vivano tutte più o meno ritirate dalla ribalta, facendo capolino occasionalmente (con l’unica, triste, eccezione di Monica Vitti, vittima di una malattia che lascia privi di memoria e di identità).

La dipartita di Scola dà comunque l’idea che un capitolo sia definitivamente chiuso, aprendo una riflessione su ciò che il cinema italiano è stato, è e sarà. E’ forse il caso di evitare eccessivi ‘peana’, perché forse avere troppi rimpianti è anche sbagliato: non è, probabilmente, il cinema di oggi ad essere ‘mediocre’, quanto quello di allora ad essere di un’altra categoria… E’ vero che la ‘straordinarietà’ si raggiunge grazie alla ‘selezione naturale’: ed è un fatto che in Italia tra gli anni ’50 e i ’70 si produceva un numero di film che confrontato con l’oggi appare semplicemente fantascienza; è dunque naturale pensare che da un così ampio numero di registi, attori, produttori, alla fine emergessero delle ‘eccellenze’.

Ci sarebbe da discutere del ruolo della televisione, dell’evoluzione dei costumi, del sistema dei finanziamenti pubblici al cinema, ma la banale verità è che i tempi sono semplicemente mancati e che semplicemente nel corso della storia ci sono ‘età dell’oro’ destinate prima o poi a concludersi. Il passato sembra sempre migliore del presente.
Non che poi alla fine manchi gente della quale essere felici, nel cinema italiano di oggiM a ben vedere, anzi, l’elenco dei registi che negli ultimi dieci / vent’anni hanno offerto prove di livello non è manco tanto esiguo: in ordine sparso, citerei Moretti, Virzì, Sorrentino, Garrone, Giordana, Placido, Rubini Bellocchio, Tornatore, Salvatores…
Meno folta la lista degli attori: certo, c’è il ‘solito’ Servillo (che però comincia ad essere inflazionato), c’è un Kim Rossi Stuart che per me è l’unico attore della sua generazione che può realmente aspirare ad un confronto con i grandi del passato; c’è Elio Germano,  ci sono attori secondo me sopravvalutati (Mastandrea, Santamaria, Giallini) o sottovalutati (Battiston, Popolizio) altri che forse sono troppo legati al loro ‘essere belli’ (Scamarcio), altri ancora che nelle mani del regista giusto potrebbero ‘dare di più’ (Albanese).
Attrici come Jasmine Trinca, Giovanna Mezzogiorno, Margherita Buy o Maya Sansa portano avanti sono ottime esponenti del ‘fronte femminile’.

C’è, insomma, del buono anche nel cinema italiano di oggi, e forse non è nemmeno tanto difficile da cercare… Forse non è nemmeno un problema di mancanza di ‘storie’, anche se indubbiamente esiste la tendenza a chiudersi nelle famose ‘due camere e cucina’ citate da Tarantino, forse è solo un problema di ‘mancanza di mezzi’.

E’ un fatto che di cinema in Italia se ne faccia poco: se si fanno pochi film, viene meno anche quella ‘selezione naturale’ alla quale facevo riferimento sopra, gli autori, gli attori, le opere di livello diminuiscono… La gente va poco al cinema, anche se i dati dell’ultimo anno parlano di una lieve ripresa; chiudono le piccole sale, resistono i multisala ‘Luna Park’.

La gente va al cinema a vedere Zalone… si può discutere si vuole: Zalone non è nè un genio del cinema, né il simbolo dello sprofondo, è uno che offre ai suoi spettatori sano divertimento disimpegnato; non è che si possa fare una colpa al pubblico se vuole trascorrere un pomeriggio facendosi due risate e vedendo Zalone… forse il problema è la mancanza di alternative: Zalone, come altri, ha avuto successo godendo del traino della tv: oggi qualsiasi comico che abbia successo sul piccolo schermo ha ragionevoli speranze di raccogliere un discreto gruzzolo anche trasferito nelle sale; se un produttore fiuta l’affare non gli si può certo imputare di fare il suo mestiere, che è quello di fare soldi col cinema…
Semmai, ci si dovrebbe augurare che almeno una parte della caterva di soldi che Zalone e qualche altro raccolgono al cinema siano usati per finanziare prodotti magari meno ‘di cassetta’, ma che alla fine offrano anche alternative al pubblico.

Insomma: produco Zalone, faccio un sacco di soldi, e poi grazie a Zalone finanzio anche qualche opera prima, cerco di far emergere qualche altra realtà: questo il ragionamento che dovrebbe fare un produttore che sia veramente appassionato di cinema e non solo attaccato al denaro.

Certo che se poi al pubblico non offri delle alternative tra cui scegliere, ti credo che tutti vanno a vedere Zalone… lo andrà a vedere perfino gente poco interessata che di fronte alla mancanza di alternative (mi riferisco ai film italiani) si arrende e finisce per dire: vabbé, ci vanno tutti, vediamo che roba è…

Rimpiangiamo, quindi, il passato, ma il passato era il prodotto di un complesso di fattori che oggi non sono più gli stessi… Bisogna invece chiedersi se il cinema italiano, nelle condizioni date, stia offrendo il massimo delle sue potenzialità: e purtroppo bisogna concludere che così non è; che con un po’ più di coraggio e di voglia di investire si potrebbero sfruttare potenzialità inespresse, dare occasioni a scrittori, registi, attori.

Certo, per l’Italia come per altrove, vale la considerazione che alla fine televisione ed Internet sono ottimi canali per veicolare storie, ma non si vede perché il cinema dovrebbe arrendersi, visto e considerato che all’estero sul cinema si continua a puntare.

Se quindi è vero che ‘l’età dell’oro’ del cinema italiano è una stagione con dei connotati di stra-ordinarietà difficilmente ripetibili oggi, per non avere troppi rimpianti bisognerebbe almeno fare si che il cinema italiano di oggi si esprima al massimo delle sue potenzialità.

PACE LENTA, GUERRA VELOCE

Soluzione diplomatica, intervento dell’ONU: queste, sinteticamente, le soluzioni che vengono prospettate dal Governo italiano (e non solo) riguardo la questione Libia – ISIS. Tutto giusto e molto di buon senso, sembrerebbe: il problema è che in questo caso col ‘buon senso’, ci si fa poco, ho paura.
Soluzione diplomatica: con chi? Non certo con quelli dell’ISIS, il cui concetto di ‘diplomazia’ consiste più o meno nello scannare o bruciare vivi i loro ‘interlocutori’: come efficacemente ha fatto notare Crozza, ma ce lo vedete Prodi parlare col ‘Califfo’? Il meno che gli potrebbe succedere sarebbe di essere messo allo spiedo e ‘cucinato’ sulla graticola…

La soluzione diplomatica, allora, risiederebbe nella creazione di un Governo ‘unico’ in Libia, in luogo dei due che attualmente rivendicano il potere, per poi pensare che questo ‘Governo unico’, sempre che riesca a ‘imporsi’ sulle centinaia di tribù in cui si articola la popolazione libica, riesca a dare assieme all’ONU un qualche tipo di risposta militare all’ISIS, il che mi pare abbastanza complicato, almeno nei tempi.

L’ONU tra l’altro non è per nulla detto che decida di intervenire: ci sono nazioni come Russia e Cina (che hanno diritto di veto) che non mi pare abbiano molto interesse a prendere una posizione dura e definitiva sulla questione; la Russia, anzi, in cambio della propria approvazione dell’intervento in Libia, potrebbe chiedere qualche tipo di contropartita … ad esempio, che la comunità internazionale si faccia gli affari propri in Ucraina; andrebbe sottolineato, tra l’altro, come anche rimanendo in Europa, come al solito, non ci sia una posizione univoca: gli unici realmente interessati ad una soluzione della questione libica alla fine siamo proprio noi italiani; anche la Francia sembra aver mostrato una qualche attenzione, ma bisognerà vedere se alle parole seguiranno i fatti.

Il limite di fondo di tutti questi discorsi è che la pace è lenta e la guerra veloce: quanto ci vorrà perché i rappresentanti dei due Governi attivi in Libia si incontrino e trovino un accordo talmente forte da poter produrre un’adeguata risposta militare all’ISIS? Quanto ci si metterà a raggiungere un accordo all’ONU (sempre considerando poi che non è che l’ONU abbia a disposizione tutti questi mezzi e questo gran spazio di autonomia, alla fine a decidere tutto sono i singoli Stati: non credo, per dirne una, che Obama abbia tutta questa voglia di mandare decine di migliaia di soldati in Africa o di farli tornare in Iraq). A me pare che gli unici ad aver capito come devono andare le cose sono la Giordania e l’Egitto: dopo i massacri del soldato giordano e dei 21 copti, le rispettive nazioni non hanno posto tempo in mezzo ed hanno subito cominciato a bombardare a tappeto, ottenendo anche qualche risultato tangibile.

La pace è lenta e la guerra è veloce: a me la guerra non piace per nulla, ma qui il rischio è che prima che si faccia ordine trai governi libici e si metta in campo l’ONU, l’ISIS abbia tutto il tempo del mondo per continuare a conquistare posizioni… d’altra parte, mi rendo conto che Giordania ed Egitto siano intervenuti reagendo, non ‘preventivamente’: non dico che l’Italia debba prendere una decisione per cavoli suoi e bombardare l’ISIS autonomamente quale guerra preventiva (peraltro credo che su questo non si riuscirebbe nemmeno a trovare un accordo in Parlamento); d’altra parte non si può certo lasciare che la situazione si incancrenisca, aspettando passivamente che pure da noi arrivi ‘il botto’ e comunque va ricordato che l’Italia è stata più volte direttamente minacciata: l’ISIS ha esplicitamente dichiarato la volontà di conquistare non Parigi, Londra o Madrid, bensì Roma: minaccia che è tutt’altro che una ‘sparata’, dato che viene da gente che non esita a scannare, amputare e bruciare vivo chiunque si azzardi anche solo a dire ‘a’ rispetto alla loro visione dell’Islam.  Forse, invece di aspettare di formare improbabili ‘governi unici in Libia’, sarebbe meglio intervenire in appoggio di chi, come Giordania ed Egitto, ha già capito che l’unico modo di trattare con l’ISIS è bombardandolo a tappeto; soluzione non priva di rischi peraltro.

E’ un nodo gordiano di difficile soluzione, causato dall’inancrenirsi di una serie di situazioni che si sono tirate avanti per troppo tempo: forse gli USA dovevano restare in Iraq per ‘sovrintenderne’ alla reale ‘democratizzazione’; forse la comunità internazionale avrebbe dovuto adottare maggiore risolutezza in Siria, invece che lasciarla nel caos; sicuramente, l’Europa avrebbe dovuto prendersi maggiori responsabilità in Libia, invece di lasciare che tutto degenerasse. Il punto è che si lasciano sempre le cose a metà:  se si decide di intervenire, allora lo si deve fare fino in fondo, altrimenti meglio evitare del tutto.

Al momento allora, più che pensare ad interventi ‘esterni’ è bene rafforzare al massimo la sicurezza interna, aumentando i controlli sui migranti in entrata, accrescendo  la tutela degli ‘obbiettivi sensibili’ e rafforzando gli sforzi di controllo e soppressione dei fenomeni di propaganda estremista su Internet; per stare sul sicuro io comincerei a dare attenzione anche a possibili attacchi dall’aria, nel caso l’ISIS riuscisse ad impadronirsi di arei militari o civili.
Insomma, cominciamo a portare al massimo la sicurezza a casa nostra, e poi pensiamo al ‘fuori’, ma evitiamo per favore, di pensare che la soluzione sia nella diplomazia o nell’ONU: soluzioni che nel caso dell’ISIS mi paiono abbastanza impraticabili.

SCARSA VENA, POCA ISPIRAZIONE

La mia scarsa frequentazione del blog prosegue… è un periodo in cui, a dirla tutta, non ho molta voglia di scrivere: forse di argomenti ne avrei pure, ma manca proprio la voglia di scrivere.

In parte, certo, dipende dalle mie attuali limitazioni nell’uso di Internet: mollata l’ADSL, mi appoggio alla connessione mobile dei miei, che però ha dei limiti di tempo, per cui una volta esaurite le necessità lavorative, di tempo da dedicare ad altro non ne resta molto… in realtà per certi versi mi sembra di essere tornato a quando non avevo l’ADSL e mi connettevo ad Internet con la ‘pressione’ dei tempi e della spesa telefonica…

Tuttavia, non posso fare a meno di notare che poi alla fine anche così Internet non mi manca: non voglio fare lo snob, sottolineo: lungi da me dire che Internet non serva, ma almeno nel mio caso, notare come alla fine un buon 80 per cento del tempo trascorso nella Rete si riducesse ad attività derubricabili nella categoria ‘fuffa’, è la constatazione di un dato di fatto.

Sebbene con dimensioni molto più ampie, alla fine Internet segue lo stesso schema di tante rivoluzioni tecnologiche degli ultimi trenta – quarant’anni, ovvero: l’uso aumenta con la disponibilità. Pensate ad altri apparecchi:  è con l’avvento del telecomando, per esempio, che si è cominciata a sentire la necessità dello ‘zapping’, del cambiare canale ogni due per tre; l’arrivo del videoregistratore creò la ‘necessità’ di registrare la qualsiasi e accumulare videocassette; il cellulare ha creato il bisogno di comunicare sempre e comunque… con Internet è stata la stessa cosa: non ci troviamo, insomma, di fronte ad uno strumento che risponde ad una necessità precedente; ci troviamo invece di fronte ad un qualcosa che, per così dire, autogenera il bisogno di essere utilizzato.

Avere Internet a disposizione ventiquattr’ore su ventiquattro, insomma, accresce il bisogno di utilizzarla, ed è chiaro che la maggior parte del suo uso non risponde a reali necessità, ma a fuffa: è più o meno lo stesso principio su cui funzionano i ‘social network’, e se vogliamo anche gli stessi blog: avere a disposizione un qualcosa su cui raccontarsi o raccontare, accresce automaticamente il bisogno di raccontarsi, di dire la propria su tutto, o di aggiornare sempre l’universo mondo su ciò che si sta facendo in un dato momento.

Per certi versi sto parlando della scoperta dell’acqua calda, mi rendo conto, ma sono considerazioni rispetto alle quali un ‘comune’ utente Internet si trova di fronte solo in dati momenti. La soddisfazione, nel mio caso, nasce dall’aver assodato, in questa situazione, la mia capacità di adattamento: rinunciare all’ADSL non ha portato, ad esempio, alla parossistica ricerca di un sostituto immediato, per continuare a stare su Internet come prima; più semplicemente, almeno per il momento, mi sono adeguato a ciò che avevo a disposizione sul momento: non mi è passato nemmeno per l’anticamera del cervello di andare subito alla ricerca di uno smartphone, di un portatile o di una semplice chiavetta Internet per poter continuare a navigare autonomamente; lungi da me rivolgermi ad un altro operatore per ricominciare da capo la trafila.

La mia necessità di utilizzo di Internet si è scontrata con la mia ritrosia ai ‘problemi’: per me la tecnologia deve essere uno strumento che mi dià un’utilità, non che mi crei pensieri e problemi… di mio sono già una persona abbastanza ansiosa, sinceramente la prospettiva di trovarmi di fronte a dei problemi da risolvere pur di navigare su Internet mi repelle, non mi appartiene proprio, la scanso come la peste e mi adeguo a ciò che ho a disposizione… il che non vuol dire che tutto ciò proseguirà in eterno, prima o poi tornerà a farsi sentire la necessità di avere una connessione ‘autonoma’, ma per il momento la repulsione dell’idea di dover affrontare trafile e probabili problemi tecnici (è risaputo che ogni volta che si compra un nuovo apparecchio, prima di poterlo utilizzare c’è sempre un qualche problema da risolvere) è più forte del bisogno di potermi connettere come e quando mi pare, specie considerando tra l’altro che alla fine la stragrande maggioranza del tempo passato su Internet si risolverebbe in attività decisamente futili.

E quindi, niente, si continua così, almeno finché non tornerà la voglia: in fondo ogni tanto, questi momenti fanno pure bene; si torna a rimettere tutto in un’ottica diversa, nel mio caso forse a riportare tutto a dimensioni più congrue.

LIEBSTER AWARD

Come già successo qualche mese addietro, sono stato nominato – stavolta dall’amico di Cose per cui vivere, per il Liebster Award:

vado a rispondere alle dieci domande di questo giro:
1) Libro versus Film: ha senso secondo te questo storico ‘scontro’ che li vede l’uno migliore dell’altro, contrapposti?

Essendo due modalità di racconto molto diverse, direi di no; tuttavia, dovendo scegliere, propenderei per il libro, se non altro perché richiede al lettore un contributo maggiore in termini di immaginazione: insomma, leggendo un libro personaggi ed ambienti per quanto ben descritti, te li devi comunque immaginare, il cinema ti propone tutto già fatto…
2) Qual è la città più cinematografica del mondo?

Sarò di parte, ma da romano dico Roma, e non solo per la Roma conosciuta, ‘turistica’, che peraltro è ancora capace di offrire scorci poco battuti, ma anche per la Roma più periferica e marginale… è una città che raccoglie in sé tanti e tali stili, dalla grandiosità del bello a livelli di bruttura quasi irraggiungibili, che può essere lo scenario di qualsiasi tipo di storia.

 

3) Con quale mezzo si esprime il tuo rapporto prediletto con il cinema: sala? Home video? Streaming/Video-on-demand?

Fondamentalmente sono un ‘animale da sala’: quel momento di sospensione in cui la sala è buia e lo schermo si spegne non potrà mai essere toccato dalla visione di un dvd o di uno streaming; tra l’altro quando si tratta di guardare video sullo schermo di un computer ho una soglia di attenzione molto bassa, quindi per me andare oltre gli spezzoni o i video musicali su Internet è abbastanza difficile.
4) Coppia attore/regista migliore che esista?

Anche se limitata ad un solo episodio, credo che l’accoppiata Nicholson / Kubrick di Shining abbia pochi paragoni.

 

5) Qual è il tuo regista preferito? Cosa gli diresti se lo potessi ipoteticamente incontrare a tu per tu?

Stanley Kubrick; a pensarci, forse gli avrei chiesto se non avesse mai pensato di portare sullo schermo l’Iliade o la Divina Commedia.

 

6) Se la tua vita fosse un film, quale sarebbe?

Così su due piedi, non saprei rispondere: credo che ritrovare la propria vita espressa in un film sia comunque un’enorme fortuna, anche un po’ inquietante; se poi il film in questione fosse di Tarantino, o Dario Argento, o Wes Craven, allora ci sarebbe da preoccuparsi.
7) Qual è quel film di cui ti vergogni un po’ ma che adori?

Non credo abbia molto senso ‘vergognarsi’ dei propri gusti, specie quando si è onnivori e quindi si riescono ad apprezzare per motivi diversi film molto diversi tra loro: amo Shining, ma se mi trovo davanti a Tomas Milian o Alvaro Vitali, non mi tiro indietro 🙂 ciò probabilmente farà innoridire qualcuno, ma come si dice: de gustibus…
8) Un film che odi? Perché?

Odio, mai: magari avrei da eccepire sul fatto che spesso il pubblico corra in massa a vedere quelle che a mio modesto parere sono delle boiate, incoraggiando così gli investimenti in certi filoni a discapito di altri, ma il discorso sarebbe lungo e includerebbe la disamina della formazione dei gusti del pubblico sulla quale sono state scritte tonnellate di libri… E poi, in fondo, i blockbuster a volte servono per finanziare prodotti meno pedestri…
9) Il cinema è un’invenzione senza futuro (cit)?

Il cinema racconta storie ed esisterà fin tanto che qualcuno avrà qualcosa da raccontare e qualcun altro lo vorrà ascoltare: muterà, come stanno mutando la musica e la letteratura; il rischio, forse, è che grazie alla tecnologia, la possibilità di raccontare e raccontarsi attraverso il cinema sia sempre più accessibile a tutti e che ognuno racconti la propria storia, senza ascoltare quelle altrui, come sta succedendo con i libri: con i blog e il self-publishing, tanti si cimentano con la scrittura, ma quanti di questi si dedicano alla lettura?
10) Che mondo e che vita sarebbe senza cinema?

Beh, quando non c’era il cinema, la gente andava a teatro, o ascoltava i radiodrammi alla radio, o leggeva; sarebbe certo un mondo diverso, ma non credo necessariamente peggiore: in fondo il cinema è solo uno dei modi che l’uomo ha inventato per raccontare delle storie: anche se non ci fosse il cinema, non si smetterebbe di raccontare od ascoltare.

E qui finisco; ora, teoricamente a questo punto dovrei ‘invitare’ altri a rispondere, ma lascio aperta la porta: se seguite abitualmente questo blog, e apprezzate, sentitevi liberi di partecipare e rispondere.