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IL PRIMO RE

Tremate. Questa è Roma.
Due fratelli guidano la fuga di un branco di disperati dalla prigionia ad Alba, prima di uno scontro che segnerà il primo passo verso la creazione di una città che segnerà la storia… un destino che potrà nascere solo dal sangue di un fratricidio…

Il Primo Re è un film ambizioso e per molti versi ‘difficile’: evitate di dare ascolto a chi sostiene che questo è un film italiano fatto ‘come un film americano’, o altre semplificazioni del genere: non siamo di fronte, per esempio, al “questa è Sparta” di “300”: non andate, insomma, a vedere questo film aspettandovi uno pseudo colossal targato Italia con l’ambizione di imitare quanto succede oltreoceano…

Intendiamoci, ci sono elementi tecnici (il montaggio, le scene di lotta e battaglia) che riecheggiano certi prodotti (potrebbe forse venire in mente, molto alla lontana, “Spartacus”), ma il punto centrale è che Matteo Rovere (che già aveva ottenuto un ottimo riscontro con “Veloce come il vento”) certe cose le conosce, probabilmente le ha pure studiate negli anni della scuola e le ha maneggiate con il rigore di chi ha la piena coscienza di stare parlando della leggenda della nascita della città più importante della Storia, non di chi, con tutto il rispetto, pensa che l’antichità classica sia fatta di corpi scultorei e donne scollacciate.

Nulla di tutto questo: piuttosto, una sorta di tentativo di ‘ricostruzione storica credibile’ di ciò che per molti versi è destinato a restare avvolto nella leggenda, nonostante decenni di studi approfonditi sulle origini di Roma; una ricostruzione storica, sulla quale sono inseriti elementi quasi ultraterreni, e forti rimandi alla tragedia greca.

“Il Primo Re” ci butta in un mondo arcaico, in cui l’uomo sta cercando una via di mezzo tra il lasciarsi governare dagli elementi e imporre su di essi il proprio dominio: è Remo che, protagonista di gran parte del film, si assume il compito e arroga il diritto di essere “Il Primo Re”, ma facendo questo, giunge all’eccesso di negare la presenza di qualsiasi ‘potere superiore’, sfociando in quella ‘ubris’ (l’arroganza contro gli dei) che è uno dei grandi fili conduttori dei miti e delle tragedie classiche; dall’altro lato, è Romolo invece che basa il suo potere anche sul rispertto e l’investitura ‘dall’alto’; e ancora: da una parte la pura forza bruta e militaresca di Remo, volta all’annientamento del nemico; dall’altra, l’atteggiamento già ‘politico’ di Romolo, il qualche intuisce la necessità di incorporare gli sconfitti per aumentare la forza del gruppo, in quella che sarà una delle ragioni del trionfo e della durata millenaria dell’impero romano.
Tutto questo in scenari sospesi, con ambientazioni e panorami che ancora oggi nonostante tutto è possibile andare a cercare e trovare attorno al Tevere e in giro per il Lazio, non lontano dalla metropoli che in duemila e passa anni è sorta attorno a un villaggio di capanne nato per accogliere fuggiaschi, esuli e gente in cerca di un riscatto e forse di una ‘missione’ più grande.

Tutto questo fa di “Il Primo Re” un film ambizioso, ribadisco: non nel senso dell’imitazione dei film americani, ma di una narrazione che finalmente nasca dalla voce di chi per certi versi ha più diritto di altri di raccontare certe vicende; insomma: ma perché noi italiani che ancora oggi studiamo il latino, possiamo aggirarci tra le rovine di Roma e sentire ‘nostre’ certe leggende, dobbiamo farcele sempre raccontare da altri?
Tanto ambizioso il film, da poter risultare in effetti difficile: “Il Primo Re” è un film ‘lento’, come lenti erano i ritmi di quell’epoca arcaica, strettamente legati ai cicli della natura e del clima, spesso scanditi da ritualità anche complesse e spesso spezzati da lotte e scontri ai limiti dell’animalesco (niente o quasi ci viene risparmiato: non sono duelli da ‘cappa e spada’ ma autentiche risse, con tanto di bastonate, occhi cavati e carne strappata a morsi); e soprattutto, la maggiore avvertenza: il film è interamente parlato in una sorta di latino arcaico, con tanto di sottotitoli. Sono due elementi che vanno tenuti ben presenti se si decide di andarlo a vedere, perché in più di due ore di durata potrebbero diventare pesanti, ma sono l’ulteriore segno del fatto che Matteo Rovere non ha ceduto compromessi portando fino in fondo l’idea di un film ambientato in un passato pre-storico, e se penso che a tanti la scelta sembrerà pesante, in fondo il tutto può risultare affascinante e rende ancora più credibile la costruzione.

Le ultime parole sono per i protagonisti: Alessandro Borghi è un Remo che se da un lato rappresenta la forma della pura violenza, dall’altro si pone come una sorta di Prometeo, non più ‘schiavo del fuoco’ ma suo dominatore, che vorrebbe affrancare gli uomini dalla tirannia degli elementi e quindi degli dei; Alessio Lapice è Remo, che invece porta l’idea della necessità di tenere presente un potere superiore e forse, più in fondo, quella che proprio nel rispetto delle ‘usanze’ e delle ‘tradizioni’ si può trovare un ‘terreno comune’, superando il conflitto e aggregandosi per essere più.
Meritevoli di citazione, infine, le musiche di Andrea Ferri, spesso un ‘qualcosa in più’ in quanto a epicità.

VELOCE COME IL VENTO

Emilia, terra di motori: Giulia, giovane promessa delle gare della categoria Gran Turismo, perde improvvisamente il padre, che la segue e l’assiste da bordo pista; oltre a dove fare i conti con la perdita di un punto di riferimento e con la pressoché totale mancanza di prospettive per sé stessa e il fratello più piccolo, Giulia dovrà fare i conti con l’improvvisa irruzione nella sua vita del fratellastro tossico Loris, anche lui con un passato nel mondo delle corse, una carriera breve ma intensa.

Dopo lo scontro iniziale, trai due non tarderà a nascere un forte legame, cementato dall’amore comune per la velocità: per Giulia, Loris diventerà una sorta di nuovo punto di riferimento; Loris ovviamente, troverà nel sostegno a Giulia sulla strada del successo, un modo per riscattarsi e trovare una luce in fondo al tunnel… fino a quando non commetterà un’altra cazzata, rischiando stavolta di perdere tutto…

L’ultimo film che avevo visto al cinema era stato “Lo chiamavano Jeeg Robot”; e incidentalmente, uscendo dalla visione di “Veloce come il vento”, mi sono ritrovato a fare una considerazione analoga: i registi italiani sembrerebbero aver imparato finalmente a fare certi film.
Forse non è un caso, forse è una questione generazionale, ma l’impressione è che si sia capito che è possibile costruire certi film anche in Italia, rispettando i ‘canoni del genere’, senza ricorrere alla facile scorciatoia di tradurre tutto in chiave italica, magari col solito registro comico, buttando tutto in burletta: facendo un gioco di parole, si sta finalmente trovando una via italiana senza per forza girare pellicole ‘all’italiana’.

“Veloce come il vento” appartiene al filone delle grandi storie di sport (peraltro in questo caso ispirate a vicende reali) che si sovrappongono a piccoli – grandi drammi famigliari; il mondo delle corse è stato peraltro più volte frequentato dallo stesso cinema americano, esempio più recente quello di “Rush”, e a pensarci è abbastanza singolare come invece in Italia, patria della Ferrari, il tema sia stato poco o nulla toccato.
Il regista Matteo Rovere ha quindi in un certo senso colmato una lacuna, usando in modo efficace tutti i canoni del genere: la giovane promessa e l’ex campione sbandato ma ancora in grado di trasmettere il suo sapere; gli allenamenti (strizzando l’occhio a Rocky) e il conflitto generazionale / famigliare… e, dato che parliamo di corse in auto, non poteva nemmeno mancare una divertente e riuscitissimo inseguimento che alle avenue americane, sostituisce le stradine del centro di Ferrara (o almeno, mi sembra di aver riconosciuto il Castello degli Estensi); né mancano coinvolgenti sequenze di gara, immancabili in un film del genere e rese in modo spettacolare.

Non manca nemmeno una generosa dose di commedia (la risata nasce spontanea più volte), intendiamoci di quella che fa parte del dna del cinema italiano, pronta a trovare il lato buffo e paradossale anche nelle situazioni più complicate, ma questo senza che per forza il film diventi una barzelletta, “perché tanto gli italiani sanno fare solo le commedie, quindi qualunque film di genere deve finire per forza per diventare una commedia dai buoni sentimenti”; no: questo è innanzitutto un film di sport e di relazioni famigliari complicate… che poi ci scappi la risata ogni tanto, come dire… è la vita, in fondo.

“Veloce come il vento” è interamente affidato alle interpretazioni dei due protagonisti: Stefano Accorsi dà vita ad uno dei ruoli più riusciti della sual carriera, si reimpossessa delle sue inflessioni originali, si spoglia completamente di tutto ciò che in un passato più o meno recente l’ha portato allo status di ‘sex symbol nazionale’, dando vita a un personaggio sopra le righe, sboccato, disperato e sull’orlo del baratro.
Due parole in più merita la giovane Matilda de Angelis (che qualcuno, me compreso ha già avuto modo di appprezzare nella riuscita fiction RAI “Tutto può succedere”); il parallelo tra l’attrice e il suo personaggio risulta abbastanza immediato: c’è un momento del film in cui il fratellastro Loris le fa notare come le ‘manchi il fisico’ per diventare una pilota completa: collo esile, spalle strette, gambe fini… ecco, l’impressione è che alla De Angelis prima di questo film mancasse forse il ‘fisico artistico’ per interpretare un ruolo del genere, che fosse ancora un filo acerba per poter sostenere una parte che la vende in scena dall’inizio alla fine.
Eppure non si può fare altro che considerare che il ‘fisico’ in qualche modo bisogna farselo: che ai giovani, anzi: ai giovanissimi, bisogna dare proprio la possibilità di cimentarsi in ‘imprese’ che forse possono apparire un filo al di sopra delle proprie capacità proprio per ‘costruirsi’ la propria identità (in questo caso, artistica, ma si potrebbe fare lo stesso discorso per la vita in generale) e aprirsi la propria strada.
Quindi un plauso al regista Matteo Rovere per dato una possibilità a questa giovane attrice, della quale sono convinto continueremo a sentir parlare molto e bene negli anni a venire; in fondo poi, da qualche parte le nuove generazioni devono pur cominciare.

“Veloce come il vento” è, insomma, un gran bel film: e fa veramente piacere parlare nuovamente bene di un film italiano quest’anno, soprattutto perché ciò di cui stiamo parlando non è la solita commedia, o il film d’autore, ma qualcosa di, una volta tanto, molto diverso.