Posts Tagged ‘industrial’

MILDRED, “IL COLORE DEGLI INVERNI” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Secondo capitolo della biografia dei Mildred, quintetto proveniente dalla Sardegna, già questo degno di nota, viste le obbiettive difficoltà per chi vive sull’isola di far giungere la propria voce al di là del mare…

Dieci pezzi in cui fronte è l’impronta di certo alt.metal d’oltreoceano, mescolato a una ricorrente componente ‘sintetica’: l’esito è un continuo tira e molla, fatto di tensioni e rilassamenti, ‘stop and go’, rabbia anche urlata e parentesi più dimesse, anche all’interno dello stesso brano.

Un andamento sincopato che si accompagna a sonorità piene, con la matrice metal che, accompagnata alla componente elettronica, restituisce atmosfere post industriali, vagamente cyber.

La scrittura è immediata, arrembante, all’insegna di una classica urgenza comunicativa (in italiano) condita da qualche citazione (Benjamin Button, Figaro), il tutto al servizio del classico ‘noi contro il mondo intero’, nella ricerca di una propria realizzazione.

La confezione è comunque gradevole: i suoni si lasciano apprezzare, tecnica discreta così come la costruzione dei brani.

Giovani ‘metallari’ dei giorni nostri crescono.

MARTYR LUCIFER, “GAZING ALL THE FLOCKS” (SEAHORSE RECORDINGS)

Il nome dell’artefice del progetto dovrebbe già suggerire qualcosa: difficile immaginare che ‘Martyr Lucifer‘ (attivo con questo progetto ormai dal 2011) faccia reggae o indie-pop… siamo, lo si sarà immaginato, dalle parti del (almeno per me) ‘caro, vecchio metallo’, del quale secondo me non ce n’è mai abbastanza…

Martyr Lucifer si colloca in particolare in quel filone dark / gothic che dagli anni ’90 in poi è andato a ‘sciacquare i panni metallici’ nelle acque oscure generate da band come Sisters of Mercy o Fields of The Nephim.

Alfieri del genere furono, tra gli altri, i Paradise Lost e qui il cerchio si chiude, dato che uno dei compagni di strada di Martyr in quest’occasione è il batterista Adrian Erlandsson, già componente di quel gruppo.

Ispirato alla criptozoologia (lo studio degli animali più o meno leggendari), “Gazing all the flocks’ è un disco che ripercorre con efficacia strade già battute, all’insegna di una riuscita alternanza tra parentesi più tirate e momenti più rilassati, improvvise accelerazioni e parentesi di dolcezza, il ricorso frequente al doppio cantato maschile / femminile – a fianco di Lucifer l’ucraina Leìt – atmosfere e suggestioni a cavallo tra letteratura horror e mitologia, con un riferimento alla favola di Leda e del Cigno.

Melodia e ardore sonoro, voci ora decadenti ora angeliche, qualche grido e alcuni ‘ruggiti’; chitarre che puntano a creare un muro sonoro compatto, senza essere eccessivamente monolitiche e anzi a conferire dinamicità; gli immancabili synth e un po’ di elettronica a rafforzare certe impressioni ‘dark’ e vagamente ‘industrial’, la sezione ritmica ad addensare il tutto.

12 pezzi che possono piacere agli appassionati del genere, forse intrigare i più curiosi, forse col solo limite di brani che in qualche occasione si allungano un po’ troppo: il metal è genere dove spesso ci si fa ‘prendere la mano’…

QUADROSONAR, “FUGA SUL PIANETA ROSSO” (PHONARCHIA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

La ‘fuga’ è ovviamente la metafora / allegoria dell’evasione da una realtà fatta di gabbie, sociali e psicologiche. Il disco d’esordio dei Quadrosonar, band toscana fondata da Francesco Thomas Ferretti e Salva La Bella, reduci da esperienze pregresse.

Inevitabilmente, nello snodarsi del viaggio s’incrociano i classici ‘grandi temi’: i rapporti col prossimo, piu o meno sentimentali, lo sguardo rivolto a un passato idealizzato, l’apatia social(e) che induce a preferire la minore complicazione dei rapporti virtuali rispetto a quelli reali, le ossessioni imposte da una società in perenne competizione, all’opposto la presa d’atto della propria irrilevanza; qua e là, parentesi dall’afflato più onirico, meno immediatamente ‘leggibili’.

Il quartetto toscano sceglie una formula sonora variegata: radici wave, frequenti derivazioni ‘sintetiche’ e a tratti ‘industriali’, qualche suggestione prog, escursioni dalla maggiore vena hard rock, sprazzi dominati da una maggiore vena cantautorale.

S’impone la marca vocale di Ferretti, dagli accenti talvolta ‘renghiani’, certo meno rivolta alla compostezza formale e più alla ‘comunicazione’.

Non tutto convince fino in fondo, si avverte forse la necessità di una più puntuale focalizzazione stilistica, ma le ‘carte in regola’ ci sono.

PORCO ROSSO, “LIVING DEAD” (NEW MODEL LABEL)

Il protagonista dell’omonimo film d’animazione non c’entra , o forse sì, ma a solo livello di omonimia; molto di più, prevedibilmente, George Romero e i suoi morti viventi.

Michele Ricoveri scrive, ‘canta’ – più corretto forse ‘declama’ – e tesse i fili elettronici; Giovanni Soldi si occupa della parte più ‘suonata’ della faccenda, tra organo, synth e quant’altro: insieme, sono, appunto i Porco Rosso, qui (suppongo) all’esordio.

Otto tracce, racchiuse tra un ‘intro’ e un ‘outro’ che presentano e chiudono la vicenda, come succede spesso nei film horror; in mezzo, sonorità d’incubo, spesso e volentieri orientate all’ossessione, ma che non rinunciano a qualche parentesi che si apre volentieri al pop, tenendo presente la lezione dei ‘maestri’ (Kraftewerk).

Dominano, come accennato, elettronica, synth, tastiere e quant’altro, ancora una volta con echi del cinema di genere; a fare da sfondo a testi che dipingono la decadenza (putrefazione, forse in questo caso è il termine più adatto) dell’uomo e del corpo sociale e la loro resurrezione sotto forma di cadaveri ambulanti… intuibile, ancora una volta, il parallelo con la ‘filosofia’ di Romero, l’avvento dei ‘morti viventi’ come metafora del consumismo imperante, valida ancora oggi, a quasi mezzo secolo dal primo episodio della saga.

La distruzione dell’ambiente e delle altre specie animali, fino al consumo di ogni risorsa; la ricerca di ‘un senso’ nella fiera dell’effimero, il cammino verso la ‘disumanizzazione’ lastricato di apparecchi elettronici e ingegneria genetica… fino alla profezia di una bella guerra atomica che rifaccia partire tutto da zero…

Porco Rosso dà vita a un viaggio nel ‘cuore nero’ della società, apprezzabile nel martellare incessante che sfida la resistenza dell’ascoltatore, in parte ‘disturbante’ come appunto i propri espliciti riferimenti il legame con i quali finisce forse per essere fin troppo stretto, a livello sonoro e di ‘contenuti’: pur intuendo discrete potenzialità, si avverte alla fine la mancanza di un ‘guizzo’ di personalità in più.

NEUROMANT, “CYBERBIRDS” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Primo full length per i Neuromant, da Cannara (PG), già autori di un EP – “Commodore 64” – un paio di anni fa.

Titolo e nome della band lasciano almeno in buona parte pochi dubbi su climi, atmosfere e intenzioni del quartetto umbro: le coordinate ‘ideali’ del gruppo si fissano nei territori cyberpunk di William Gibson (il cui “Negromante” è riferimento diretto per il titolo del disco), nelle distopie di Philip Dick, nella fantascienza ‘sociologica’ di J. G. Ballard.

I ‘cyberbirds’ del titolo seguono la direzione dello ‘stormo’: cosa che in fondo fanno anche gli uccelli normali, ma in questo la differenza risiede nella ‘meccanicità e ripetitività’ del gesto, più che nell’istinto di sopravvivenza del gruppo. Una metafora dell’umanità dei tempi attuali, in particolar modo applicata alla pervasività del progresso tecnologico, la perdita d’identità del singolo, il rapporto conflittuale e per certi versi deleterio con la natura.

Così, se la ‘gente comune’ si divide tra chi si aggrega volentieri alla massa, finendo per disumanizzarsi (‘Emptiness’) , chi cede al conflitto interiore finendo preda delle proprie nevrosi (‘All the crazy voices)’ e chi cerca una strada per la salvezza, sia essa l’isolamento del mondo, con un’allegorica fuga nella profondità marine (‘Penguin’s Parade’), un tortuoso percorso di apprendimento ed evoluzione interiore (‘Cold wind fat world’) o la valorizzazione di ciò che, soprattutto nei legami affettivi, apparentemente privo d’importanza, la rivela solo una volta che lo si è perso (‘Lullabye’).

I Neuromant danno forma sonora al proprio bagaglio di idee in dieci brani, riconducibili al lato più riflessivo del brit pop: per chi se li ricorda, potrebbero venire in mente gli Embrace, anche se prevedibilmente il tentativo di cercare una maggiore profondità e articolazione stilistica porta prevedibilmente a incrociare i Radiohead.

Nonostante i riferimenti ‘cyber’ le derive psichedeliche, per quanto poco più che accennate, sono più frequenti rispetto alle atmosfere sintetiche, così come le parentesi più accorate e intense, prevalgono sulle parentesi post – industriali. L’esito è un disco che rivela tra le sue pieghe alcune idee interessanti e potenzialità da sviluppare da parte di una band che, ancora all’inizio del percorso, deve ancora inquadrare definitivamente il proprio stile.

PIN CUSHION QUEEN, “SETTINGS_3 EP” (AUTOPRODOTTO)

Terzo e ultimo Ep della serie “Settings”, a sua volta inserita in una trilogia avviata qualche anno fa con “Characters” e destinata a proseguire con “Stories”.

Il progetto è sempre quello curato da Micciola, Calandrino e Zanardi: come il titolo suggerisce, l’oggetto dei tre EP (gli altri due sono usciti nel corso del 2016), sono le ambientazioni, i ‘set’, se vogliamo usare un termine cinematografico, richiamando una dimensione che appare più che mai vicina e congeniale alla band di stanza a Bologna.

Tre pezzi (altrettanti ne conteneva ciascuno dei due precedenti capitoli) caratterizzati infatti da un grande impatto evocativo, climi e atmosfere che riconducono ad atmosfere da fantascienza anni ’60, tra viaggi interplanetari e futuri postapocalittici, i film di Antonio Margheriti e Luigi Cozzi e le sonorizzazioni che li accompagnavano: tra dilatazioni dai tratti psichedelici a saturazioni dal respiro industriale; brani ‘cantati’, nei quali l’elemento vocale tende a fondersi con quello sonoro, senza mai prendere il sopravvento.

Un terzo capitolo che appare avere una personalità più spiccata rispetto agli altri due – o forse è solo l’impressione data dal fatto di essere l’ascolto più ‘fresco’ – che permette di dare uno sguardo d’insieme al progetto, nel complesso efficace e cui forse la scelta – o la necessità – di un’uscita così dilazionata, ha tolto un po’ di ‘forza’.

DROPP, “PATTERNS” (WHITE FOREST RECORDS)

Primo disco sulla lunga distanza (dopo tre EP), per i Dropp, quartetto di stanza a Torino dedito ad un’elettronica che cerca una via di mezzo, un buon compromesso, tra pop e sperimentazione.

Otto pezzi che veleggiano sui tappeti stesi dai sintetizzatori, sui quali si installano giri vocali (il più delle volte filtrati), dalla frequente attitudine soul.

Suoni dalla consistenza ‘sgocciolata’, picchiettati sullo sfondo quasi come pennellate impressioniste, per un lavoro che ondeggia costantemente tra dinamismo e rarefazione.

Sfumate suggestioni ambient, accenni a derive industriali, una spruzzata di spezie pop e qualche allusione da dancefloor, per rendere l’ascolto più ‘conciliante’ anche nei confronti di un pubblico poco abituato a questi climi.

Il disco diventa per la band quasi un modo di fare il ‘punto della situazione’, nel suo includere brani anche meno recenti, o che sono passati attraverso una lunga gestazione, ripescaggi, ripensamenti, mutamenti radicali.

L’esito risulta abbastanza efficace, anche se il giusto mix tra sperimentazione e un ascolto meno ‘impegnativo’ non sempre è raggiunto, con episodi che a tratti sembrano un po’ né carne né pesce: il lavoro resta consigliato soprattutto ai frequentatori più assidui di certi territori sonori, anche se certe parentesi potrebbero effettivamente essere gradite anche da un pubblico più ampio.