Archive for aprile 2016

BATMAN CONTRO SUPERMAN

Si, ‘CONTRO’: perché a dirla tutta, io già non capisco perché si sia ricorsi a quella stupida ‘v’ in luogo del più corretto ‘vs’ (versus); capisco ancora meno perché, avendo a disposizione in italiano un efficace ‘contro’, non lo si debba usare.

Le domande di fondo sono due. La prima: può un essere alieno con poteri che lo rendono più simile a un dio che a un umano, essere lasciato libero di scorrazzare su e giù per il pianeta, decidendo lui se e quando intervenire?
Per molti, la risposta è: no; tra questi, anche Bruce Wayne / Batman, il quale ha peraltro assistito più o meno impotente alla semi-distruzione di Metropolis nello scontro tra Superman e Zod.
Il secondo interrogativo: può un uomo, indossando i panni del giustiziere, ergersi a giudice, giuria e boia, ponendosi al di sopra delle leggi degli uomini? Per molti, la risposta è: no; tra questi, Clark Kent / Kal El / Superman, il quale cresciuto nel classicissimo rispetto dei valori di pace, fratellanza, giustizia, mamma, e torta di mele, considera quella dell’Uomo Pipistrello una pericolosa deriva.

Lo scontro è prevedibile, specie se il giovane, geniale, visionario e un filo schizoide Lex Luthor tira i fili per rendere il confronto inevitabile e approfittarne… botte da orbi prima che i due capiscano di essere stati ‘gabbati’ (e comunque: lascia stare mamma), appena in tempo per unire le forze contro una nuova, letale contro la quale verranno affiancati da una nuova alleata, mentre all’orizzonte si staglia un nemico indefinito e probabilmente molto più pericoloso del bimbominkia Luthor, ma anche nuovi e preziosi alleati.

A dirla tutta, non sapevo nemmeno se questo film l’avrei visto, alla fine, per almeno un paio di motivi: il mio essere bastiancontrario, innanzitutto, l’evitare spesso e volentieri ‘i film che vedono tutti’; e poi, il fatto che, nonostante ami i fumetti, ritenga che questa storia dei cinecomics stia facendo male sia al fumetto che al cinema… poi alla fine mi sono convinto ad andare, cogliendo l’occasione del biglietto a 3 euro, poco prima che il film uscisse dalla programmazione.
Ho lasciato che la polvere si posasse, soprattutto che si azzittasse l’insopportabile chiacchiericcio delle discussioni da nerd, delle quali a dirla tutta mi sono anche un po’ rotto: frequentando Facebook nei giorni immediatamente successivi all’uscita del film, sembrava di essere di fronte a un massimo sistema: se lo stesso coinvolgimento fosse provocato dal referendum sulle trivelle, l’Italia sarebbe un posto migliore… Invece a generare discussioni sono due fessi in calzamaglia che si prendono a botte…

Detto questo: la mia impressione è che Batman contro Superman sarebbe potuto essere un film migliore; non che sia brutto, intendiamoci, ma a me sembra che, con ciò che si aveva a disposizione, il risultato sia stato inferiore al possibile.  ‘Costruito’ male: nella prima metà della storia non succede nulla o quasi e le stesse cose potevano essere raccontare con buoni venti minuti / mezz’ora di meno; per contro, nella seconda metà del film succede tutto e troppo in fretta, in modo addirittura quasi troppo frettoloso.
Insomma: io avrei chiuso la prima parte con lo scontro tra Batman e Superman, e dilatato nella seconda quello trai tre protagonisti e Doomsday; invece, tutto è stato concentrato, quasi tirato via, alla fine.
Superflua e quasi fastidiosa l’ennesima ri-narrazione delle origini di Batman; congegnata male, tanto da apparire un allungamento del brodo, tutta la parte relativa al ‘complotto politico’; decisamente delineato male Lex Luthor, dipinto come un mezzo pazzo paranoico con tratti, a cominciare dalla risatina isterica, che lo avvicinano fin troppo al Joker (con cui non c’entra nulla); poco riuscita l’introduzione di Wonder Woman; perfino la colonna sonora di Hans Zimmer a tratti sembra abbastanza sottotono, priva di qualcosa in quanto ad epicità.
Un film in cui forse è stata messa fin troppa carne al fuoco se parliamo delle opere di riferimento, creando un ‘mischione’ tra Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Miller, il videogioco Injustice, la saga della Morte di Superman.

I lati positivi, per contro, cominciano da un Ben Affleck praticamente perfetto per il ruolo, con una faccia marmorea, indurita dalla lotta e dalle perdite e proseguono con un Jeremy Irons che dà vita forse al miglior Alfred visto finora sul grande schermo, e terminano – ovviamente – con le scene di lotta che comunque sono più che soddisfacenti, per quanto forse troppo brevi.
Gal Gadot, prevedibilmente, è più credibile quando veste i panni della sofisticata Diana Prince, che non quando indossa l’armatura di Wonder Woman; del personaggio di Luthor ho già detto: Jesse Eisenberg è comunque bravo, ma è il personaggio ad essere stato scritto male; il resto, è puro contorno, con le apparizioni ‘di ordinanza’ di Amy Adams e Laurence Fishburne, la partecipazione di Diane Lane e il cameo di Kevin Costner. Henry Cavill non si sforza nemmeno più di tanto: questo Superman alla fine potrebbe essere interpretato da chiunque abbia un minimo di prestanza fisica e forse nemmeno quella, visto che possono soccorrere gli effetti speciali.

“Batman contro Superman” appare in fondo come una sorta di ‘film di transizione’, una sorta di ‘passaggio obbligato’: la fusione delle saghe dei due ‘pesi massimi’ della DC, l’introduzione – abbozzata – di Wonder Woman, prossima protagonista di un film tutto suo (e allora capiremo quali saranno le reali capacità di Gadot) e la ‘presentazione’ degli altri tre componenti che andranno a in seguito a formare la Justice League.
Forse, tutti i limiti del film nascono proprio dal suo essere in un certo ‘necessario’ all’interno della più ampia narrazione cinematografica dell’universo DC: un film che trae la sua ragion d’essere, più che dal film in sé, dal suo inserimento in una contesto narrativo più ampio: un film che se vogliamo ‘dipende’ in larga parte da ciò che è venuto prima e da ciò che verrà dopo… Un lavoro in una certa misura più ‘dovuto’ che ‘voluto’, con tutte le conseguenze del caso.

R.I.P. GIANROBERTO CASALEGGIO (1954 – 2016)

NATI!!!

E ancora una volta, Aria e Vento, la coppia di falchi pellegrini che puntualmente arriva a nidificare sul tetto della Facoltà di Economia della Sapienza, ha dato alla luce una nuova covata. 🙂 🙂 🙂

 

 

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RELATIVITY

Uno spettacolo teatrale dedicato alla Teoria della Relatività è un’idea originale e anche discretamente stuzzicante, dato che a dirla tutta fare incontrare scienza e letteratura è impresa discretamente ardua (per quanto già tentata in precedenza, a cominciare dalla Vita di Galileo di Brecht), perché a dirla tutta in genere i due mondi tendono a guardarsi discretamente in cagnesco…

In questo a caso a cimentarsi nell’impresa, portando in scena lo spettacolo scritto e diretto da Lorenzo Cognatti, sono i ragazzi del Teatro della Bottega, realtà che dà qualche anno cerca di offrire un luogo di aggregazione culturale a una zona di Roma – quella del Portuense – che soffre da anni di una cronina mancanza di strutture di questo tipo: per intenderci, l’unico cinema che avevamo a disposizione è chiuso e in stato di abbandono da anni.

Il tema non è facilissimo, anzi: a dirla tutta piuttosto complicato, poiché richiede all’uomo ‘comune’ un discreto sforzo di ‘astrazione’ e, come viene più volte sottolineato nel corso dello spettacolo, di fantasia e immaginazione; ,on si tratta certo di uno spettacolo con intenti pedagocici ed educativi: per quello basta recarsi nella più vicina libreria, se si è mossi da un’adeguata curiosità: il tentativo appare in realtà proprio quello di incuriosire lo spettatore, magari spingendo coloro frequentano meno certi temi ad approfondirli.

Così, un’esile traccia narrativa ci porta da Galileo ad Einstein passando per Newton, raccontandoci di uomini che, non accontendandosi delle verità imposte dall’Accademia (o dalla religione), scorgono delle falle in ciò che viene considerato come un dato acquisito, usando la propria immaginazione per escogitare nuove soluzioni.
I cambi di scena, il mostrare avvenimenti che si svolgono in contemporanea, induce lo spettatore a familiarizzare col concetto di “Relatività”, il cambio di prospettiva sui fatti in base all’osservatore.
Ampio ricorso a situazioni comiche, ma a farla veramente da padrone sono le musiche, da Rimskij Korsakov ai Pink Floyd, all’immancabile omaggio al Bowie di Space Oddity, passando per una manciata di brani storici della canzone italiana, coi testi rivisitati per l’occasione in chiave filosofico / scientifica; il tutto condito con alcuni momenti di danza e con una parentesi ‘metateatrale’, con i quattro attori (tre ragazzi e una ragazza) in scena che spesso e volentieri cercano, trovandolo, il contatto e il dialogo diretto col pubblico.

Durante l’ora e un quarto di durata si ride spesso e volentieri, ci si lascia trasportare dalle musiche e suggestionare dai momenti di danza, senza dimenticare che in fondo al di là dei gusti, è importante sostenere iniziative come questa, che cercano di tenere vivo un quartiere che, per quanto lontano dal degrado di certe periferie estreme, sotto il profilo culturale rischia spesso il letargo totale.

 

Relativity va in scena fino all’8 maggio nei fine settimana: il sabato alle 21.00, la domenica alle 18.30.

Il Teatro della Bottega è in via Leopoldo Ruspoli 87, al Portuense.

SALAMONE, “IL PALLIATIVO” (INDIESOUNDSBETTER / BELIEVE / LIBELLULA DISCHI)

Salamone (e basta, altro non è dato sapere), artista da qualche anno attivo sulla scena palermitana e siciliana in genere, giunge al primo disco, all’insegna di un variopinto mix di suggestioni popolari e contaminazioni moderne.

Dieci brani in cui un’estrazione popolaresca, dominata dal gusto dell’aneddoto e del tratteggio dei caratteri, viene tradotta con suoni a cavallo tra la jazz band e la banda di Paese, senza rinunciare a qualche coloritura rock e pop, che non guasta.

Utilizzando un cantato dai toni sguaiati, con la costante tendenza ad andare sopra le righe, Salamone affronta paradossi e paranoie odierne, illustra piccoli manuali di sopravvivenza quotidiana alla decadenza dei rapporti interpersonali, attinge da ricordi infantili o dal vissuto personale, anche riflettendo sul ruolo dell’artista, spesso all’insegna di una frustrazione quotidiana che a volte può sfociare nella depressione; una disco che ricorre in larga parte alla metafora, quando non all’allegoria, ma che non rinuncia ad un esplicita citazione dalle cronache, ricordando la vicenda di Carlo Giuliani.

Un lavoro che si fa apprezzare per suoni e parole, a cavallo tra Buscaglione e Rino Gaetano, ricordando in qualche episodio anche Sergio Caputo… disco che tra l’altro ha ottenuto un ottimo riscontro presso la ‘critica ufficiale’, guadagnandosi una candidatura alle Targhe Tenco, proprio nella sezione esordi.

“Il Paliativo” appare tuttavia scontare un po’ l’appartenenza a un filone che negli ultimi anni è stato ampiamente battuto nella discografia italiana: non si può negare che negli ultimi anni, band e autori che hanno mescolato le proprie ascendenze popolari con pop, rock e jazz, magari ricorrendo alla carta dell’ironia e del sarcasmo, siano spuntate come funghi… e se quello di Salamone rappresenta un esempio riuscito del ‘genere’, sulla lunga distanza non riesce ad evadere dalla sensazione del già sentito.

Il cantautore siciliano sembra comunque poter contare sulla personalità necessaria a distinguersi in futuro tra le tante proposte del genere.

THE INCREDULOUS EYES, “RED SHOT” (AUTOPRODOTTO)

Protagonisti della scena indipendente abruzzese a cavallo tra gli anni ’90 e gli ’00 con la loro creatura Bebe Rebozo, i fratelli Claudio e Danilo di Nicola hanno in seguito proseguito il loro cammino sonoro, continuando nell’esplorazione di territori poco agevoli, all’insegna di sperimentazioni rumoristico – psichedeliche.

Prima o poi nella vita di un’artista viene la voglia di cimentarsi con qualcosa di diverso: senza snaturarsi, sia chiaro, ma comunque cercando di allontanarsi almeno un po’ dal porto in cui si è buttata l’ancora: mollare gli ormeggi, insomma, andare a vedere se, al di là del promontorio più vicino, ci sia qualcosa di interessante da vedere.

Gli Incredulous Eyes nascono un po’ così, dalla necessità di vedere se per caso, mettendo tra parentesi lo sperimentalismo e spostando un po’ il focus dalla propria identità noise, si potesse magari combinare qualcosa avvicinandosi maggiormente alla forma – canzone, alla ballad e, mettendo da parte un po’ di diffidenza, anche al ‘pop’. Ecco allora “Here’s Tempo”, primo capitolo del progetto, che vede coinvolto anche Andrea Stasi al basso e, dopo tre anni passati tra scrittura e attività dal vivo, il successore “Red Shot”.

Curioso notare come il significato delle parole cambi a seconda del contesto: prendiamo ad esempio il ‘pop’: per i fratelli Di Nicola, gli Incredulous Eyes hanno rappresentato un avvicinamento alla canzone – pop… il fatto è che poi se al termine si dà il significato comune di ‘brani di facile consumo atti a dominare le classifiche’, “Red Shot” è tutto fuorché un disco – pop, anzi: qualcuno potrebbe venire seriamente urtato da questi tredici brani dominati da chitarre sferraglianti, ritmiche sincopate e un cantato che spesso e volentieri non la manda a dire… pensando: se questo per loro è avvicinarsi alla pop song, figurarsi cosa facevano prima…

Insomma, è interessate notare come per il progetto dei Di Nicola e Stasi, mutare in un certo senso pelle abbia dato vita ad un formula sonora che ricorda da vicino certo post-hardcore newyorkese degli anni ’90 (leggi alla voce: Fugazi), con una spolverata dello sperimentalismo dei Tortoise e l’ombra lunga di Lou Reed ad aleggiare lungo tutto il lavoro; suggestioni blues, in controluce, qua e là la tentazione della deriva psichedelica.

Efficace nella sua compattezza – i pezzi raramente superano i quattro minuti: in questo si: l’attitudine pop è pienamente rispettata – “Red shot” offre all’ascoltatore una quarantina di minuti di ascolto avvolgente e a tratti trascinante: magari tutto il pop fosse così…

 

 

FUMETTAZIONI – PUNTATA N°2

Nuova infornata di letture recenti:

I MIGLIORI ANNI DISNEY – 1968

L’antologica ‘anno per anno’ giunge al fatidico ’68, omaggiato da un Paperino ‘hendrixiano’ in copertina, accompagnato da un variopinto van della Wolksvagen… guidato – e non poteva essere altrimenti – da Paperoga.
La selezione disneyana del 1968 tuttavia appare essere un po’ più debole rispetto alle precedenti: il pezzo forte dell’albo è una lunga storia in cui Topolino torna ad avere a che fare con il Dr. Enigm, nemico di turno Gmbadilegno.
Intendiamoci, l’albo è forse meno ‘forte’ di altri, ma parliamo comunque di un rooster di autori che include Scarpa, Cavazzano, Carpi, i fratelli Barosso, Bottaro, Dalmasso: siamo comunque nell’eccellenza. Voto: 7

 

SECRET WARS N.6

L’universo Marvel è collassato; i pochi ‘cocci’ rimasti sono stati riassembalti alla meglio dal Dottor Destino, che si è autoproclamato monarca, nonché ‘dio’ di un mondo organizzato secondo un sistema feudale, ma un manipolo di buoni e cattivi sopravvissuti alla catastrofe si sta preparando alla riscossa…

Nonostante i disegni ineccepibili (per quanto ‘freddini’) di Esad Ribic, i dialoghi discreti e qualche ‘trovata’, come la ‘fine’ fatta fare da Destino ad almeno un paio dei suoi ex nemici storici dei Fantastici 4, Secret Wars si sta rivelando una modesta variazione su un tema già visto in cui Jonathan Hickman
(lo scrittore di fumetti più sopravvalutato degli ultimi dieci anni) ha scopiazzato fin troppo Game of Thrones, in una storia che si sta sviluppando secondo moduli già visti, inserita in una cornice veramente povera di idee. Voto: 5,5

La breve storia in appendice (l’ennesimo scontro tra Silver Surfer e Galactus) è se non altro resa godibile dal tratto ultraparticolareggiato di Jmes Stokoe. Voto: 6,5

 

THE BOYS 40

Una sorta di ‘prologo’ prima dell blocco di storie che porteranno al finale della serie. I ‘ragazzi’ asfaltano l’ennesimo gruppo di cialtroni in calzamaglia mandatogli contro, ma capiscono che è il momento di agire, per mettere definitivamente a tacere la minaccia dei ‘super’. Voto: 6,5

 

GLI INCREDIBILI X-MEN 309

Proseguono, senza sussulti, le miniserie legate a Secret Wars: sia Anni di un futuro passato – voto: 6 – che E come Extinzione – voto: 6 – una volta esaurito l’effetto – sorpresa legato all’ambientazione alternativo – futuristica, si dimostrano opere tutto sommato trascurabili.
Ambientata invece poco prima dell’implosione dell’Universo Marvel è la serie di Magneto, che continua a raccontare l’estremo tentativo del protagonista di impedire la catastrofe: ma anche in questo caso, la necessità narrativa di legare la serie al contesto più generale ha fatto più danni che altro.
Voto: 6

 

IL NUOVISSIMO OCCHIO DI FALCO 2

Il titolo dato alla testata (alla Marvel ormai stanno esaurendo gli aggettivi), oltre a sfiorare il ridicolo risulta pure del tutto fuorviante, visto che di ‘nuovissimo’ c’è ben poco… A dirla tutta c’è ben poco pure di ‘nuovo’: questi due episodi proseguono la saga a base di ragazzini dotati di poteri straordinari e per questo usati come armi dal Governo, mentre in parallelo si ripercorre l’infanzia del protagonista e del fratello… mamma mia, che originalità. Gli ottimi disegni di Ramon Peréz non bastano a salvare una storia deludente soprattutto perché a scriverla è Jeff Lemire, nome di punta dell’attuale fumetto americano, il quale si mostra poco o nulla a suo agio con un personaggio ‘mainstream’. Voto: 5,5

 

AGE OF ULTRON VS MARVEL ZOMBIE 3

La serie che dà il titolo alla testata continua ad essere fiacca: i disegni pur convincenti di Steve Pugh non riescono a compensare una storia che sembra scritta con lo stesso estro con cui si compila la lista della spesa da un James Robinson che ormai appare lontano anni luce dai fasti di metà anni ’90 – inizio ’00. Voto: 5,5

Si conferma più convincente la storia inserita come ‘accompagnamento’ e dedicata alla cacciatrice del soprannaturale Elsa Bloodstone: accompagnato dal gradevole tratto di Kev Walker, Simon Spurrier riesce se non altro a dare una discreta tridimensionalità alla protagonista, suscitando inoltre curiosità attorno alla reale identità del suo giovanissimo compagno di strada. Voto: 6

 

INVINCIBLE 27

I rapporti tra fratellastri già non devono essere proprio idilliaci normalmente; figuriamoci se i personaggi in questione sono hanno un padre alieno superpotente e due madri di due pianeti diversi… e questo solo per cominciare…
Nonostante si tratti di storie risalenti a quasi otto anni fa – o forse proprio per questo – Invincible è una delle due – tre migliori serie di fumetti dedicate agli eroi in costume pubblicate al momento in Italia, superiore al 90 per cento di quanto proposto da Marvel ed DC… Voto: 7
In appendice, una salto nel passato di uno dei comprimari principali – Voto: 6,5 – e Wolfman, alle prese con la scoperta delle sue reali potenzialità di licantropo: Voto: 6,5.

 

MIRACLE MAN DI GAIMAN E BUCKINGHAM 4

L’avvento dei superesseri e la vita delle persone comuni; in questo caso, una ‘favola della buonanotte’ come tante altre, se non fosse che il viaggio interstellare raccontato è avvenuto sul serio e che uno dei due bambini ‘messi a dormire’ è capace di muoversi fluttuando nell’aria…
Episodi pubblicati ormai venti anni fa, per dare un seguito a ciò che Alan Moore aveva ideato nella seconda metà degli anni ’80.
L’affermazione sembrerebbe troppo nostalgica, e allora mettiamoci un punto di domanda: ne escono più fumetti così, oggi?. Voto: 7,5.

 

I GRANDI CLASSICI DISNEY 3

Il piatto è come al solito abbondante, pieno di materiale ‘d’annata’, non mancano le ‘chicche’, ma si fa sentire la mancanza di una ‘pietra miliare’, com’era successo nei primi due numeri; il ruolo sarebbe in verità svolto dalla storia in due parti firmata Mezzavilla – Cavazzano che apre l’albo (Topolino rapito e Gambadilegno che s’improvvisa detective per liberarlo), ma si tratta di una buona storia e niente di più. L’albo offre comunque la solita parata di grandi nomi: Kinney, Hubbard, Martina, Carpi, Strobl, Nigro, Asteriti, Cimino, i Barosso e De Vita tra gli altri, con la ‘partecipazione straordinaria’ di Sua Maestà Carl Barks.
Voto: 7