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BATMAN CONTRO SUPERMAN

Si, ‘CONTRO’: perché a dirla tutta, io già non capisco perché si sia ricorsi a quella stupida ‘v’ in luogo del più corretto ‘vs’ (versus); capisco ancora meno perché, avendo a disposizione in italiano un efficace ‘contro’, non lo si debba usare.

Le domande di fondo sono due. La prima: può un essere alieno con poteri che lo rendono più simile a un dio che a un umano, essere lasciato libero di scorrazzare su e giù per il pianeta, decidendo lui se e quando intervenire?
Per molti, la risposta è: no; tra questi, anche Bruce Wayne / Batman, il quale ha peraltro assistito più o meno impotente alla semi-distruzione di Metropolis nello scontro tra Superman e Zod.
Il secondo interrogativo: può un uomo, indossando i panni del giustiziere, ergersi a giudice, giuria e boia, ponendosi al di sopra delle leggi degli uomini? Per molti, la risposta è: no; tra questi, Clark Kent / Kal El / Superman, il quale cresciuto nel classicissimo rispetto dei valori di pace, fratellanza, giustizia, mamma, e torta di mele, considera quella dell’Uomo Pipistrello una pericolosa deriva.

Lo scontro è prevedibile, specie se il giovane, geniale, visionario e un filo schizoide Lex Luthor tira i fili per rendere il confronto inevitabile e approfittarne… botte da orbi prima che i due capiscano di essere stati ‘gabbati’ (e comunque: lascia stare mamma), appena in tempo per unire le forze contro una nuova, letale contro la quale verranno affiancati da una nuova alleata, mentre all’orizzonte si staglia un nemico indefinito e probabilmente molto più pericoloso del bimbominkia Luthor, ma anche nuovi e preziosi alleati.

A dirla tutta, non sapevo nemmeno se questo film l’avrei visto, alla fine, per almeno un paio di motivi: il mio essere bastiancontrario, innanzitutto, l’evitare spesso e volentieri ‘i film che vedono tutti’; e poi, il fatto che, nonostante ami i fumetti, ritenga che questa storia dei cinecomics stia facendo male sia al fumetto che al cinema… poi alla fine mi sono convinto ad andare, cogliendo l’occasione del biglietto a 3 euro, poco prima che il film uscisse dalla programmazione.
Ho lasciato che la polvere si posasse, soprattutto che si azzittasse l’insopportabile chiacchiericcio delle discussioni da nerd, delle quali a dirla tutta mi sono anche un po’ rotto: frequentando Facebook nei giorni immediatamente successivi all’uscita del film, sembrava di essere di fronte a un massimo sistema: se lo stesso coinvolgimento fosse provocato dal referendum sulle trivelle, l’Italia sarebbe un posto migliore… Invece a generare discussioni sono due fessi in calzamaglia che si prendono a botte…

Detto questo: la mia impressione è che Batman contro Superman sarebbe potuto essere un film migliore; non che sia brutto, intendiamoci, ma a me sembra che, con ciò che si aveva a disposizione, il risultato sia stato inferiore al possibile.  ‘Costruito’ male: nella prima metà della storia non succede nulla o quasi e le stesse cose potevano essere raccontare con buoni venti minuti / mezz’ora di meno; per contro, nella seconda metà del film succede tutto e troppo in fretta, in modo addirittura quasi troppo frettoloso.
Insomma: io avrei chiuso la prima parte con lo scontro tra Batman e Superman, e dilatato nella seconda quello trai tre protagonisti e Doomsday; invece, tutto è stato concentrato, quasi tirato via, alla fine.
Superflua e quasi fastidiosa l’ennesima ri-narrazione delle origini di Batman; congegnata male, tanto da apparire un allungamento del brodo, tutta la parte relativa al ‘complotto politico’; decisamente delineato male Lex Luthor, dipinto come un mezzo pazzo paranoico con tratti, a cominciare dalla risatina isterica, che lo avvicinano fin troppo al Joker (con cui non c’entra nulla); poco riuscita l’introduzione di Wonder Woman; perfino la colonna sonora di Hans Zimmer a tratti sembra abbastanza sottotono, priva di qualcosa in quanto ad epicità.
Un film in cui forse è stata messa fin troppa carne al fuoco se parliamo delle opere di riferimento, creando un ‘mischione’ tra Il Ritorno del Cavaliere Oscuro di Miller, il videogioco Injustice, la saga della Morte di Superman.

I lati positivi, per contro, cominciano da un Ben Affleck praticamente perfetto per il ruolo, con una faccia marmorea, indurita dalla lotta e dalle perdite e proseguono con un Jeremy Irons che dà vita forse al miglior Alfred visto finora sul grande schermo, e terminano – ovviamente – con le scene di lotta che comunque sono più che soddisfacenti, per quanto forse troppo brevi.
Gal Gadot, prevedibilmente, è più credibile quando veste i panni della sofisticata Diana Prince, che non quando indossa l’armatura di Wonder Woman; del personaggio di Luthor ho già detto: Jesse Eisenberg è comunque bravo, ma è il personaggio ad essere stato scritto male; il resto, è puro contorno, con le apparizioni ‘di ordinanza’ di Amy Adams e Laurence Fishburne, la partecipazione di Diane Lane e il cameo di Kevin Costner. Henry Cavill non si sforza nemmeno più di tanto: questo Superman alla fine potrebbe essere interpretato da chiunque abbia un minimo di prestanza fisica e forse nemmeno quella, visto che possono soccorrere gli effetti speciali.

“Batman contro Superman” appare in fondo come una sorta di ‘film di transizione’, una sorta di ‘passaggio obbligato’: la fusione delle saghe dei due ‘pesi massimi’ della DC, l’introduzione – abbozzata – di Wonder Woman, prossima protagonista di un film tutto suo (e allora capiremo quali saranno le reali capacità di Gadot) e la ‘presentazione’ degli altri tre componenti che andranno a in seguito a formare la Justice League.
Forse, tutti i limiti del film nascono proprio dal suo essere in un certo ‘necessario’ all’interno della più ampia narrazione cinematografica dell’universo DC: un film che trae la sua ragion d’essere, più che dal film in sé, dal suo inserimento in una contesto narrativo più ampio: un film che se vogliamo ‘dipende’ in larga parte da ciò che è venuto prima e da ciò che verrà dopo… Un lavoro in una certa misura più ‘dovuto’ che ‘voluto’, con tutte le conseguenze del caso.

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LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Un bagno nel Tevere già di per sé non è un’idea eccezionale… figurarsi se a quelle acque non proprio cristalline si aggiungono non meglio precisate sostanze chimiche… E’ quello che capita a Enzo Ceccotti, delinquente di mezza tacca, per salvarsi da un inseguimento.
Enzo è il classico ‘delinquente per necessità’, che si arrangia tra scippi e furti per assicurarsi la mera sopravvivenza in un buco nella periferia degradata di Tor Bellamonaca, passando il tempo a rimpinzarsi di budini e film porno in egual misura.
Succede però che quel bagno fuori programma abbia degli effetti imprevedibili, donando a Enzo una forza sovrumana e rendendolo pressoché invulnerabile: il nostro fin da subito utilizzerà le sue nuove abilità per scardinare bancomat e assaltare furgoni blindati; l’incontro con Alessia, una giovane donna che ha trovato nel mondo fantastico di Jeeg – Robot d’acciao la via di fuga da una vita che l’ha colpita troppo duramente, porterà Enzo a cambiare punto di vista, mentre all’orizzonte si staglierà la più proverbiale delle nemesi…

Attendevo questo film da mesi: da quando cominciai a leggerne in occasione della presentazione alla Festa del Cinema di Roma; per le imperscrutabili dinamiche della distribuzione, arriva nelle sale solo oggi, e…

Questo film è una bomba: uscito dal cinema non ho trovato nulla di meglio che definirlo, su Facebook, ‘una figata assurda’.

Già è abbastanza straordinario che un film come questo lo si sia riusciti a fare in Italia; ma poi, “Lo chiamavano Jeeg Robot” funziona per conto suo come ‘film di genere’: se fosse stato un film indipendente americano, sarei qui a lodarlo comunque, ma cavolo, questo film è stato fatto in Italia, girato in gran parte a Roma.

Il punto è che quando non si può ricorrere a effetti speciali a tonnellate, all’uso smodato del computer; quando non si possono mostrare costumi, mantelli, martelli, scudi, armature, auto fantascientifiche, astronavi, mostri spaziali e quant’altro, cosa resta?

Resta il realismo: non si ha altra strada se non quella di abbandonare la fantasmagoria di un ‘altro mondo’ dove gente ipermuscolata in calzamaglia si prende a mazzate e dare a un ladruncolo della periferia romana la possibilità di scardinare un bancomat a mani nude. L’uovo di Colombo? Forse… sono state ‘uova di colombo’ i ‘supereroi con superproblemi’ di Stan Lee, quelli repressi di Alan Moore; i ‘politici’ o i ‘realistici’ di Mark Millar…

“Lo chiamavano Jeeg Robot” è l’uovo di colombo dei film di supereroi: eliminiamo il contorno, togliamo i costumi, riduciamo tutto all’osso e dotiamo di facoltà inimmaginabili un poveraccio: il risultato è una versione ‘in negativo’ di Peter Parker, incrociata col protagonista di “Kick-Ass”, piazzata in un contesto a metà strada tra Romanzo Criminale, Gomorra, e i film poliziotteschi degli anni ’70, qualche esagerazione ‘tarantiniana’.
L’uovo di Colombo, certo, ma guarda caso quest’uovo nessuno l’aveva mai messo in piedi prima e a farlo è stato il regista romano Gabriele Mainetti che non ringrazierò mai abbastanza, assieme agli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Menotti che, non a caso è uno che, prima che autore per la tv e il cinema, è un esponente della nostra ‘narrativa disegnata’.

Un film che vive su un continuo alternarsi di tensione e rilassamento: sospensione, risate, pathos, dramma: tutto attentamente mescolato, senza mai cadere nella farsa, nella barzelletta o nel melodramma, in cui sono presenti tutti i ‘topoi’ del percorso di ‘formazione’ del supereroe, nel classico percorso che va dall’uso dei superpoteri a fini egoistici, fino all’assunzione delle proverbiali ‘grandi responsabilità’ fino all’attesissimo ‘showdown’ finale, che arriva puntuale, rispondendo alle aspettative.

Claudio Santamaria è efficacissimo nel ruolo del protagonista, che gli calza alla perfezione e che con tutta probabilità gli frutta la sua migliore interpretazione: un attore che a dire il vero ho sempre sopportato poco ma che qui è perfetto.

Luca Marinelli è eccezionale nel disegnare un ‘criminale da fumetto’ che portato nel mondo reale diventa a tratti inquietante… una sorta di Joker di borgata, che a incrociarlo per strada non sai mai se ridere o cambiare strada di corsa.
Ilenia Pastorelli, fin qui nota alle cronache televisive per una sua passata partecipazione al Grande Fratello, mostra di avere tutte le carte in regola per una futura carriera cinematografica, interpretando un personaggio fragile e indifeso, che per ripararsi dai colpi della vita ha cercato rifugio in un improbabile ritorno all’infanzia.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” è il film che aspettavano (aspettavamo) in tanti, stufi di botte da orbi tra palestrati in calzamaglia; “Lo chiamavano Jeeg Robot” è un film italiano: e allora, godiamocela!!!

Grande, grande, grande.

IL CAVALIERE OSCURO – IL RITORNO

Sono passati otto anni da quando Batman ha sconfitto il Joker e Harvey Dent; Gotham è ‘pacificata’, tutti o quasi i criminali rinchiusi in galera. Bruce Wayne, fiaccato nel corpo e nello spirito, si è imposto una sorta di autoreclusione. L’arrivo del supercriminale Bane, col proposito di portare a termine i piani di distruzione di Ras Al Ghul nel primo capitolo della trilogia e l’incontro con Catwoman, altro personaggio ‘borderline’, sospeso tra la passione per il furto e consapevolezza delle proprie  azioni, spingerà il Cavaliere Oscuro a tornare in strada.
Il terzo capitolo della lettura nolaniana di Batman  segue lo schema classico: dopo la nascita e lo scontro con la propria ‘nemesi’, ecco una storia di caduta e rinascita, in cui l’eroe prenderà atto dei propri limiti, seguendo un percorso che lo riporterà agli antichi fasti.
Le attese erano tante, ma l’atmosfera, va detto, non delle migliori, come se già dai trailer e dalle notizie arrivate alla spicciolata  si fosse capito che questo film non sarebbe stato all’altezza dei precedenti: del resto è difficile pensare che un regista come Nolan possa affezionarsi a un personaggio tanto da mantenere il livello alto per addirittura tre film.
Purtroppo le ‘grandi speranze’ sono in gran parte deluse e i foschi presagi sono in buona misura confermati.
Partiamo da un dato oggettivo: Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno è un pachiderma di quasi tre ore. La lunghezza di un film in sé ovviamente  non offre un buon metro di giudizio: dipende da come lo si usa, il tempo. Ebbene, purtroppo, Nolan lo usa male, e da qui seguono a cascata i principali problemi del film. Quando in un lavoro di tre ore trovano spazio dei ‘buchi narrativi’ che tranquillamente ci puoi passare attraverso, qualcosa non ha funzionato, specie se a fronte di queste ‘lacune’, si dedica troppo spazio a raccontare vicende tutto sommato marginali;  comprensibile la voglia di creare ‘l’attesa’ per il ritorno dell’eroe, ma in questo casi si è esagerato;  la prima parte del film è troppo ‘parlata’, dominata da personaggi logorroici che declamano intenzioni e ‘filosofie’ in un susseguirsi di battute di quelle che forse vorrebbero ‘restare’, ma che alla fine si perdono in discorsi – fiume.
Meglio la parte centrale, mentre sul finale assistiamo a una ‘rissa’ collettiva per strada che sembra riprendere pari pari Gangs of New York e a un combattimento terra – aria tra aerei ipermoderni e mezzi corazzati che perde ogni connotato batmaniano (metteteci James Bond, John McClane o Jason Bourne e sarebbe stata la stessa cosa), con un Batman e una Gotham City fin troppo diurni e un epilogo in stile ‘tarallucci e vino’ che ancora una volta col Cavaliere Oscuro ha ben poco a che fare.
A salvare la ‘baracca’ ci pensano gli attori: certo il ‘cattivo’ Bane – Tom Hardy, per esigenze narrative perde buona parte dell’espressività a causa della maschera che indossa (a proposito: se iconograficamente il personaggio è azzeccato, la narrazione delle sue origini appare molto pasticciata) e questo è un altro punto a sfavore del terzo capitolo rispetto ai precedenti, nei quali Liam Neeson e soprattutto Heath Ledger (al netto dell’aura ‘mitologia’ conferitagli dalla morte prematura), avevano dominato la scena alla grande. Meglio, molto meglio, una Ann Hathaway per certi versi sorprendente nel tratteggiare efficacemente una Catwoman apparentemente ‘forte’, ma che in realtà si volge ‘al male’ per una sostanziale mancanza di fiducia nella sua parte ‘buona’. Christian Bale si conferma interprete di valore, Caine e Freeman offrono il solito più che onesto contributo, un pò sottotono Marion Cotillard, che appare messa lì in modo un pò forzato, tanto per dare maggior respiro internazionale alla produzione.
Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno appare, in fondo, un film superfluo, lasciando l’impressione che Nolan vi si sia dedicato più per ‘onore di firma (e di soldi)’ che non mosso dalla reale intenzione di tornare nuovamente su un personaggio sul quale forse aveva già detto tutto ciò che doveva, mostrando in questo caso di avere molti abbozzi di idee, ma non la ‘motivazione’ forte necessaria a dare vita a un terzo capitolo all’altezza dei precedenti.