SUITE SOLITAIRE, “RIDEREMO” (AUTOPRODOTTO /LIBELLULA MUSIC)

Fughe : da una realtà opprimente, da una società nei confronti della quale ci si sente inadeguati; fughe alla ricerca di una realizzazione, esistenziale o lavorativa; fughe da storie sentimentali finite; fughe in un passato immaginato o in un’adolescenza mitizzata; fughe ‘interiori’ a ritirarsi in sé stessi, rifiutando il contatto con ‘l’altro’… e l’esortazione, ricorrente, a non arrendersi, rifugiandosi magari nelle comode secche dell’autocommiserazione, ma a coltivare la speranza, contando sulle proprie forze, anche quando sembrano mancare le prospettive, prendendo di petto la vita.

Non un concept album, ma un manipolo di canzoni – undici – in cui la ‘fuga’ diventa una sorta di filo conduttore, nell’esordio dei piemontesi (il nucleo è originario di Novara) Suite Solitarie: disco che arriva dopo alcuni cambi di formazione per una band i cui componenti potevano comunque in buona parte contare su esperienze pregresse, in particolare in territori di metal estremo e crossover.

Un passato non troppo evidente, in “Rideremo”, ma che per certi versi – soprattutto in certe strutture dei brani e nel ricorso frequente alla ‘ballad’, rivela comunque certe ascendenze. La formula proposta dal quartetto è riconducibile a un generico rock / pop dai contorni cantautorali, che in alcuni frangenti assume vaghi sapori hard rock e – molto alla lontana e principalmente per l’uso del flauto – folk / prog.

Interpretazione vocale (alla ricerca di intensità, ma mai sopra le righe) sempre in primo piano, chitarre che qua è là cercano di ‘sgomitare’ un po’ per ritagliarsi un loro spazio, senza però conquistarne più di tanto; sezione ritmica che, con regolarità, si limita al lavoro di ‘ordinanza’.

Il maggiore limite del disco appare essere quello cercare con fin troppa insistenza, la limatura di qualsiasi spigolo anche attraverso il ricorso alle ‘ballad’, tanto frequente da risultare alla fine un filo stucchevole…

L’impressione conclusiva è di un ‘vorrei ma non posso’, o meglio, ‘potrei, ma non voglio’: nei pochi brani in cui la band sembra mollare le briglie (ma sempre entro dei confini abbastanza rigorosi di ‘gradevolezza formale’) si intravedono maggiori possibilità: pur mantenendo l’idea di fondo, non avrebbe guastato qualche capitolo più ‘istintivo’, qualche parentesi, se vogliamo, più ‘maleducata’, che forse avrebbe mostrato pienamente potenzialità che invece si scorgono solo controluce e che restano fin troppo sepolte sotto ad uno strato fin troppo spesso di ‘melassa melodica’.

 

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