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CAPTAIN MARVEL

‘Arruolata dai Kree nella loro infinita guerra con gli Skrull, ‘Vers’ arriverà sulla Terra per una missione legata al suo passato, che le restituirà la propria identità – Carol Danvers – e le darà piena coscienza dei propri poteri, da usare col nome di battaglia di Captain Marvel (io ‘sta storia del ‘Captain’ al posto del ‘Capitan’ non l’ho mai digerita, ma vabbé).
Primo film Marvel dedicato ad un’eroina femminile, e per questo subito derubricato come ‘femminista’, anche se non credo basti una protagonista volitiva e che pensa di non dover dimostrare nulla a nessuno a giustificare le lodi o le critiche sollevate su questo aspetto del film: il messaggio è insomma trasversale e non sono certo solo le donne a doversi rialzare dopo ogni caduta o a dover dimostrare qualcosa agli altri se sono sicure di sé stesse.
Sbrigata questa faccenda, resta il film, discreto esempio del genere, una classica storia di (ri)scoperta delle proprie origini, con momenti gloriosi, le immancabili gag (prevedibili per chi già conosceva i fumetti) – stavolta incentrate su un ‘gatto’ decisamente ‘particolare’ – e l’altrettanto immancabile travisamento di un personaggio storico, che ha suscitato l’ira dei lettori storici e le consuete polemiche (a questo punto c’è da pensare che il tutto sia voluto).
A lasciare il segno è però soprattutto la colonna sonora: il film è ambientato nei ’90, e questo ha permesso agli autori di sbizzarrirsi, arrivando a ‘rispolverare’ le Elastica e i No Doubt, senza farci rinunciare ai Nirvana.
Gli attori se la cavano: Brie Larson è credibile, Samuel L. Jackson è un’ottima spalla per tutto il film, Jude Law e Annette Bening svolgono agevolmente il compito, Clark Gregg torna a vestire i panni dell’agente Coulson.
Un film che sembra dare nuova linfa a un universo cinematografico Marvel un po’ in affanno e un ottimo antipasto in attesa del fragoroso “Avengers Endgame” del mese prossimo in cui Captain Marvel sembra destinata a un ruolo di primo piano.

THE BLACK ANIMALS, “SAMURAI” (STORMY WEATHER / LIBELLULA MUSIC)

Nati su iniziativa di Alberto Fabi, già nei Cardio e ne Il testimone, i The Black Animals offrono nel loro esordio uno di quei dischi che ogni tanto, come dire ‘ci vogliono’. Diretti, compatti, privi di fronzoli, i dieci pezzi che compongono “Samurai” sono altrettante stilettate, schegge lanciate a 360° gradi dalla vena esplosiva del quartetto.

Nirvana e Foo Fighters i ‘numi tutelari’ citati esplicitamente dal gruppo, ai quali volendo si possono aggiungere i primi Marlene Kuntz, senza dimenticare la lezione degli anni ’70, con qualche spezia new wave e, per avvicinarsi ai giorni nostri, certi gruppi del revival garage di inizio millennio (vedi alla voce: Black Rebel Motorcycle Club).

Riferimenti a parte, “Samurai” è un disco godibile soprattutto nel suo essere potentemente ‘chitarristico’: che si tratti di un blues ipermuscolare, o di distorsioni, di frustate elettriche o di muri sonori, sono le chitarre a guidare le danze, a occupare la scena dall’inizio alla fine, accompagnate da una solida sezione ritmica e accompagnando una vocalità dall’attitudine arrembante, che al momento giusto non si tira indietro dallo sbraitare dietro al microfono.

Un lavoro per lo più introspettivo, che parla di mancanza di equilibrio e di paure, di vuoti (interiori) di cui liberarsi, di “troppe voglie e poca volontà”, di cambiamenti che trovano un ostacolo nei gusci rassicuranti che spesso ci si costruisce intorno.

Si finisce, insomma, per ripiegarsi in un proprio microcosmo esistenziale, ostaggio delle proprie paure, tramontato ogni sogno ‘comunitario’ di una “generazione che non sa che pesci pigliare”, la cui “rivoluzione s’è persa in un paese che non sa che fare”, “in questo paese che non sa e non sa superare ciò che era e che mai sarà”… L’ancora di salvezza risiede, alla fine, nei sentimenti e nell’amore, per quanto anch’esso tribolato e sospeso tra realtà e immaginazione.

I The Black Animals assemblano un disco diretto, viscerale nei suoni e nelle parole, a tratti addirittura sofferto: ancora una volta un lavoro che offre il ritratto di una generazione disorientata e, nuovamente, divisa tra il bisogno di fuga e il peso delle proprie insicurezze che le impedisce di spiegare le ali.