Posts Tagged ‘Amor Fou’

MASSIMILIANO CREMONA, “L’INVERNO E’ PASSATO” (NEW MODEL LABEL)

Secondo capitolo discografico di Massimiliano Cremona, piemontese di Verbania, qui coadiuvato, in sede produttiva e non solo, da Giuliano Dottori (nome ricorrente nella scena ‘indie’ italiana, sia come cantautore, solista e negli Amor Fou che come produttore).

Non si può che partire dal titolo del precedente lavoro, “Canzoni dalla nebbia”: perché anche in questo caso il filo conduttore dei dieci brani presenti è una certa atmosfera ovattata, sospesa, all’insegna di una dimensione intima dalla quale non tutto viene lasciato filtrare.

Riflessioni, considerazioni, soliloqui, spesso e volentieri dedicati ai rapporti sentimentali, per lo più in momenti di crisi; dediche ad amici; il disincanto come stile di vita e via di fuga rispetto a un mondo dal quale non si vuole essere incasellati; il dolore della perdita.

Un racconto di sé che passa attraverso un cantautorato per lo più volto ad un’essenzialità acustica, ma che non disdegna ogni tanto di darsi una veste più orientata al rock, magari attingendo alla lezione degli anni ’70, tra un flauto che riporta a vaghe suggestioni prog e un banjo e un’armonica che mescolano le brume piemontesi a quelle d’oltreoceano.

Un lavoro che apparentemente scorre via in modo agevole, ma che con questa sua componente indistinta, poco inquadrabile a un primo ascolto così come lo sono certi panorami nebbiosi a prima vista, invita a soffermarvisi con più attenzione.

VEIVECURA, “GOODMORNING UTOPIA” (LA VIGNA DISCHI)

Un concept deditato all’utopia; tesi: l’entusiasmo per le grandi speranze; antitesi: il risveglio spesso brusco per la mancata realizzazione del sogno (rappresentato dall’evocazione del celeberrimo rigore fallito da Baggio nella finale dei Campionati del Mondo del ’94) ; sintesi: il fatto che in fondo il puntare in alto, verso l’irrealizzabile, rappresenta pur sempre un percorso di crescita.

A mettere, soprattutto in musica (solo episodico l’elemento vocale), queste idee è Davide Iacono col suo progetto Veivecura, partito nel 2008 e giunto al terzo disco sulla lunga distanza, avendo vissuto un’esperienza che lo ha portato ad affiancare e collaborare, con nomi importanti della scena italiana indipendente come Umberto Maria Giardini – Moltheni, Cesare Basile, Amor Fou,  Zen Circus.

Nella sua consistenza soprattutto strumentale, “Goodmorning Utopia” è uno di quei lavori che, abbastanza puntualmente, finiscono per avere una spiccata attitudine immaginifica, stimolando l’ascoltatore nell’evocazione di immagini e paesaggi; che molti lavori del genere, il disco finisce per avere un’inclinazione quasi cinematografica.

Ampia la gamma di suoni adottati, da Iacono e dai numerosi collaboratori che l’hanno accompagnato in questo cammino: domina l’intensità pianistica, ma c’è ampio spazio per le chitarre, per una sezione ritmica che affianca acustica ed elettronica, per sezioni di fiati ed archi, abbastanza consuete in questo tipo di lavori.

Un disco intenso, che seguendo il filo del discorso sul senso e lo scopo delle utopie alterna momenti di solarità, di impeto ottimista, a parentesi malinconiche, apertamente sottotono a dipingere i momenti di delusione che prima o poi incontra qualsiasi utopia.

Una confezione formale gradevole, un’attenzione alla compostezza che pur lasciando spazi più che adeguati alla grana sentimentale, a tratti sembra limitarla un po’ per un lavoro che comunque efficace in più d’uno dei suoi nove episodi, spalmati su poco più di mezz’ora di durata.

Chi volesse conoscere direttamente la musica di Veivecura, può farlo qui.

KOZMINSKI, “IL PRIMO GIORNO SULLA TERRA” (NEW MODEL LABEL)

Di stanza a Milano (ma di varia provenienza), i Kozminski giungono alla seconda prova sulla lunga distanza dopo i buoni riscontri dell’esordio di ormai quasi cinque anni fa, forti di una collaborazione ormai consolidata con Amerigo Verardi (Afterhours, Baustelle, Virginiana Miller), per un lavoro alla cui gestazione ha partecipato, tra gli altri, anche Giuliano Dottori (Amor Fou).

Credenziali che sembrano offrire già in partenza una marcia in più alla band, che in effetti apre il lavoro all’insegna di un tirato pezzo di matrice post-punk… premessa di un disco che, nel suo scorrere, si muove all’insegna di una certa varietà di coordinate: restano, costanti, certe reminiscenze eighties, ma si sentono anche l’influenza del rock ‘alternativo’ (o indipendente, o chiamatelo voi come volete) e in parte del cantautorato italiano, in aggiunta, se si vuole, a quelle che sembrerebbero apparire lievi influenze dei Coldplay (negli episodi più accorati) o dei Muse (in certi frangenti in cui la band sembra essere sul punto di addentrarsi in territori siderali). Testi (cantati in italiano) in cui il quotidiano, i sentimenti, la riflessione su se  sono filtrati attraverso lenti talvolta oniriche o lievemente immaginifiche, procedendo per immagini, frammenti di pensiero, stralci di flusso di coscienza, come se l’osservazione della realtà avvenisse sempre con un leggero  ‘scarto’, di lato o in controluce, a rivelarne aspetti non immediatamente evidenti.

Gli undici brani presenti ci mostrano innanzitutto un quintetto che ha già raggiunto una certa perizia, capace di impostare brani che riescono ad ‘attirare’, pur senza volersi far piacere a tutti i costi; tuttavia, nel procedere del disco, si ha l’impressione che non tutto funzioni fino in fondo: è come se, singolarmente presti, i pezzi avessero comunque una loro efficacia, ma nell’insieme mancasse qualcosa.

Si sente, forse, l’assenza di un’impronta stilistica più marcata: nel succedersi delle tracce,  la band rimanesse sempre in bilico tra le proprie influenze, senza abbracciarne direttamente nessuna… che se vogliamo sarebbe anche un pregio, ma che stavolta porta ad esiti che non convincono fino alla fine.

LUCIA MANCA, “LUCIA MANCA” (NOVUNQUE / SELF)

L’esordio di una nuova voce femminile nel panorama musicale italiano è sempre una buona notizia: negli ultimi anni in effetti, non sono state poche le cantanti che, con alterne fortune, si sono affacciate sulla scena tricolore, ma è un fatto che ben poche di queste poi riescono veramente a raggiungere il grande pubblico, sommerse dalla marea di ugole uscite da talent show e quant’altro: un discorso che ci porterebbe lontano… A farsi ascoltare ci prova stavolta la giovane salentina Lucia Manca, con questi dieci brani, poco più di una mezz’ora di durata.

A dar man forte alla cantautrice pugliese arriva Giuliano Dottori, voce e chitarra negli Amor Fou, che qui oltre a produrre, imbraccia buona parte degli strumenti, offrendo in un caso un suo testo e in altro scrivendolo a quattro mani con la stessa autrice.

Domina, ovviamente, l’interpretazione della Manca, caratteristica nel suo cantato etereo e a tratti fanciullesco, a ricordare magari (alla lontana, e coi debiti distinguo) le Cocorosie; vocalità più che mai adatta a brani in cui sentimenti ed esperienze sono filtrati attraverso uno schermo traslucido di suggestioni oniriche, in cui la realtà assume contorni a tratti sfuggenti. Qua e là si intravede forse qualche ingenuità, tipica dell’esordio, ma nel complesso la scrittura appare, se non del tutto convincente, almeno inserita nei binari giusti.

Domina una sensazione di dolcezza, ombreggiata dalle classiche venature malinconiche, in un disco quasi interamente affidato a climi tranquilli e umori rasserenanti, in un solo caso il ritmo si alza decisamente per un escursioni più marcatamente rock.

Lucia Manca supera la prova d’esordio con un disco dalla spiccata immediatezza, capace di coinvolgere e toccare le corde emotive dell’ascoltatore: l’augurio è di risentire presto parlare di lei.

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