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RIFLESSIONI

Gli spunti di riflessione su quello che è successo a Parigi sono tanti; la vignetta del “Charlie Hebdo” che ho postato potrebbe – in qualche caso – essere ritenuta offensiva, ma il punto è proprio questo: difendere la libertà di espressione, che sia essa informazione, satira, o quello che volete voi, quando ci si esprime in modo educato ed in punta di forchetta è troppo facile; non voglio tirare in ballo il solito motto di Voltaire, ma è un fatto che, vivaddio, in Occidente è sempre – o quasi – possibile esprimersi come si vuole: pensate alle prime pagine dell’italiano Vernacoliere, che prende di mira non solo la politica, ma anche il Papa o il Vaticano… pensate alle bordate sparate da certi quotidiani di destra o sinistra, e via dicendo… se poi qualcuno si sente offeso, può sempre ricorrere alla magistratura; pensate a certa satira che, anche a casa nostra, a volte prende di mira i dogmi della religione cattolica; può non piacere, essere ritenuta offensiva e volgare, ma di certo, non si è mai imbracciato un fucile andando a fare una strage nella sede di un giornale…

Non si può ‘limitarsi’: non si può dire in alcun modo ‘eh, però se la cercano’: siamo qui, la nostra cultura è questa; non è possibile stabilire dei paletti, solo perché qualcuno si sente offeso, perché se oggi cominciassimo con la satira, domani diventerebbe l’abbigliamento e dopodomani magari le donne che guidano… chiunque si può sentire offeso per qualsiasi cosa, ma ciò non è sufficiente a imbracciare un fucile; tantomeno è pensabile che si debbano mettere dei paletti alla qualsiasi cosa perché qualcuno si sente offeso… se qualcuno si sente offeso da certi aspetti della società in cui vive, ha varie strade:  protestare civilmente, creare un partito e vincere le elezioni per  cambiare le cose, oppure prendere armi e bagagli ed andarsene altrove, dove la satira religiosa non è ammessa, per esempio; ma romperci le palle per come siamo, quello che diciamo, quello che facciamo, come la pensiamo, proprio no. Tanto meno dovremmo sentirci in colpa noi, perché siamo quello che siamo.

Da parte dei rappresentanti delle comunità islamiche, c’è sempre il tenue distinguo: certo si condanna su tutta la linea – e ci mancherebbe pure – ma poi si fa notare, per quanto educatamente e sottovoce, che però per l’Islam certe cose sono offensive… saranno pure offensive, ma non si può ammettere come reazione le sparatorie e gli ammazzamenti… non basta più la condanna: da parte delle comunità islamiche è necessario isolare preventivamente le mele marce e denunciarle. Non so quanto si sia progrediti su questo punto; ho come l’impressione – ma posso sbagliare – che di strada ce ne sia ancora da fare parecchia… Mi chiedo, a proposito di quanto successo in Francia, quanti sapessero o almeno sospettassero: è impossibile che due – tre persone possano caricarsi di armi e preparare una cosa del genere senza che nessuno tra chi li circondava se ne sia accorto… oppure a circondarli erano solo persone che hanno partecipato all’organizzazione, e allora ci sarebbe veramente da preoccuparsi…

Ci sono atteggiamenti cui mi trovo di fronte ogni giorno che trovo francamente intollerabili, ma non ho mai imbracciato un fucile, per dire; poi i pazzi, le menti deboli e facilmente influenzabili ci saranno sempre; il problema nasce quando qualcuno se ne approfitta, facendo dell’islamizzazione dell’Europa e dell’imposizione di certe interpretazioni estreme del Corano un programma politico.
A lungo dopo l’11 settembre ho pensato che tutto dipendesse in ultima analisi dalla povertà e dalle differenze macroscopiche che ci sono nel mondo; ho continuato a ripetermi che se il mondo fosse più giusto, l’odio per chi ‘ha di più’ sarebbe meno diffuso e l’estremismo farebbe meno presa; col tempo però mi è venuto qualche dubbio e dopo ieri i dubbi aumentano: ragionando all’estremo, il World Trade Center poteva essere ritenuto il simbolo delle ingiustizie economiche del mondo; la sede del “Charlie Hebdo” è invece il simbolo della libertà di espressione; non è più uno scontro tra un Occidente opulento e una buona fetta del mondo povera; è diventata la guerra tra chi pensa che ognuno possa dire ciò che vuole e quelli che chi invece che tutti debbano parlare, pensare e comportarsi come dicono loro; il che è tutto un altro paio di maniche.

L’impressione, insomma, è che se anche ricchezza e benessere si diffondessero in quei luoghi del mondo dove l’islamismo radicale fa proseliti, la loro guerra non si fermerebbe comunque: troverebbero comunque un pretesto per attaccarci: oggi è la satira, domani diventerà la concezione della donna, dopodomani perfino le abitudini alimentari… Ho l’impressione che da quelle parti riuscirebbero a trovare qualche fanatico pronto a compiere una strage in un’enoteca in virtù del fatto che l’Islam proibisce gli alcolici.

Purtroppo credo bisogni entrare davvero nella logica di essere sotto attacco: dobbiamo guardarci intorno e capire che c’è in giro gente che non tollera il nostro modo di vivere e che ha come obbiettivo quello di imporci il loro con la violenza e con le armi, e agire di conseguenza.

Ieri quell’infame miserabile urlava per strada che “Charlie Hebdo è stato ucciso”: sappiano loro e tutti quelli come loro, che Charlie Hebdo è vivo più che mai e continuerà a vivere a lungo nel sacrosanto diritto che tutti qui abbiamo di dire e pensare ciò che vogliamo. Non pensino di poterci tappare la bocca.

THE SESSIONS, I DISABILI E LA SESSUALITA’ (IN ITALIA)

Il protagonista di “The Sessions” è un uomo che, dopo aver vissuto una vita collegato a un polmone d’acciaio, alla soglia dei 40 anni decide di godere i piaceri del sesso, rivolgendosi una terapista particolare e ricevendo il conforto di un amico prete (si noti il rapporto tra due uomini che, per motivi diversi, hanno fatto della verginità una condizione di vita, uno per scelta, l’altro per costrizione). Un film di cui ho letto buone recensioni, e per il quale tra l’altro Helen Hunt è stata candidata all’Oscar come migliore attrice non protagonista, in quella che è stata in modo più o meno unanime ritenuta la sua migliore interpretazione di sempre. Il fatto è che, purtroppo,  io non l’ho visto:  non l’ho visto per il semplice motivo che – almeno a Roma – è uscito in due o tre sale e dopo due settimane è sparito; il che mi fa sorgere alcune domande.

Per il cinema a Roma non è un buon momento; anzi, per I cinema (al plurale) a Roma non è un buon momento: in un paio d’anni ne è stata chiusa almeno una mezza dozzina, altre non se la passano bene per niente; il motivo è presto detto: oltre alla crisi, oltre all’aumento esponenziale del prezzo dei biglietti, oltre al calo costante di spettatori, oltre alla pirateria informatica, c’è il problema dello strapotere dei multisala; una volta c’era il ‘cinema sotto casa’: oggi si deve prendere la macchina e dirigersi in questi enormi complessi, spesso in estrema periferia, nel bel mezzo del nulla… ma sto divagando. Stavolta il problema è evidentemente un altro: io non so se il film sia sparito dalle sale per scarsità di spettatori o peggio, per una volontà di liberarsene in fretta; nulla però mi toglie dalla testa che in questa ‘toccata e fuga’ nelle sale c’entri molto l’argomento, ovvero: la sessualità dei portatori di handicap. Io non so come stiano le cose in Paesi ritenuti più ‘civilmente avanzati’ del nostro (l’elenco è lungo), ma credo che in Italia il tema desti scandalo… Credo c’entri molto, come al solito, una certa concezione religiosa, che porta puntualmente a vedere l’handicap come una sofferenza da sopportare con pazienza, come la classica ‘croce’ da trasportare lungo l’esistenza in attesa del ‘dopo’.

I portatori di handicap in Italia sono ancora visti più o meno come persone da compatire, da guardare con l’occhio lucido, con l’atteggiamento del ‘porello’; certo si fanno dei passi in avanti: la copertura data dalla Rai alle ultime Paraolimpiadi è stata un gesto lodevole, a mettere in luce come anche chi è portatore di una disabilità, dalla nascita o acquisita, può lottare per un obbiettivo e raggiungerlo, col sostegno necessario, ma attenzione senza alcun sentimento di compassione…

Quando però si parla di sessualità, secondo me, ancora ci sono dei passi in avanti da fare: è come se i portatori di handicap fossero concepiti come esseri asessuati; come se la disabilità, qualunque essa sia, comporti di per sé stessa l’incapacità di provare piacere sessuale. L’immagine del portatore di handicap quale ‘povero infelice a prescindere’ ovviamente collide fragorosamente con l’idea che invece possa trarre piacere dai rapporti sessuali come qualsiasi altro essere umano. Un tema affrontato, anche se ‘di striscio’ anche nel recente “Quasi amici” in cui il protagonista bloccato sulla sedia a rotelle spiegava al suo accompagnatore che anche per chi è bloccato dal collo in giù esistono dei ‘metodi’ per provare piacere…

Del resto, in fondo c’è poco da stupirsi, in un Paese pieno di contraddizioni, in cui la Chiesa (nel suo pieno diritto, intendiamoci) reputa l’accoppiamento a puro scopo di piacere reciproco un peccato, ma dove nel contempo siamo sommersi di sottintesi sessuali dalla mattina alla sera, dove mettere un distributore di preservativi nelle scuole superiori viene considerato un invito al sesso senza responsabilità,  ma dove l’educazione sessuale nelle scuole è un miraggio, lasciando il compito a genitori che spesso affrontano il tema con imbarazzo (a volte evitando proprio l’argomento), ma  dove tra l’altro qualsiasi adolescente lasciato solo davanti a un PC collegato a Internet può accedere in qualsiasi momento a tonnellate di pornografia.

Per conto mio “The Sessions” sarebbe dovuto restare nelle sale per mesi, proprio nel suo infrangere luoghi comuni a tabù, a partire da quelli che descrivono i disabili come persone eternamente infelici e impossibilitate sempre e comunque a provare i medesimi ‘piacere’ dei ‘normodotati’; invece tutto è evaporato in poche settimane, a riprova del fatto che evidentemente sotto questo punto di vista, e più in generale in fatto di sesso, siamo ancora un Paese molto arretrato.

RIPENSANDO A RATZINGER…

…e al suo gesto…  sarò in controtendenza, ma più passa il tempo, più il suo gesto mi sembra ‘naturale’: l’essere Papa ‘finché non intervenga la morte’ è una prassi consolidatasi in secoli, ma non un obbligo: in fondo il Papa, da monarca assoluto qual è, può decidere come e quanto vuole delle sorti del suo ufficio; c’è inoltre da considerare il discorso dell’allungamento dell’età e dell’evoluzione della medicina: è vero che per secoli i Papi sono rimasti al loro posto finché non sono morti, ma questo è stato vero soprattutto perché la morte arrivava più o meno repentina… L’allungamento dell’età media pone in maniera più decisa la questione della disabilità non solo fisica, ma anche mentale: c’è da pensare che come nel caso di tutti i comuni mortali, i Papi ultraottantenni diventino una norma, col tempo, e c’è da pensare che i casi di Pontefici colpiti da qualche malattia neurodegenerativa aumentino; a quanto pare non è questo il caso, ma lo è stato quello di Woytila; allora mi chiedo dove sia il limite: può la Chiesa essere diretta adeguatamente da un Papa non più capace di intendere e di volere? E in quel caso, la guida ‘reale’ della Chiesa a chi spetta? Non so cosa dica il Diritto Canonico, ma questo è nei fatti un problema nuovo, mai posto prima: gli ultimi Papi prima di Giovanni Paolo II sono tutti morti di qualche malattia specifica, non arrivando mai all’invalidità…  La seconda considerazione che faccio, riguarda il giudizio su Ratzinger: vorrei tornarci.  Ratzinger viene accusato di essere reazionario e oscurantista, ma a questo punto mi chiedo: cosa si chiede alla Chiesa? Qualcuno, anche  nei commenti al post precedente parlava di una ‘Chiesa al passo coi tempi’: ma cosa vuol dire questo? La Chiesa non può diventare un’istituzione come le altre, non può essere un qualcosa che ‘ognuno vive come vuole’: la Chiesa deve porre norme e precetti, poi se una persona ritiene di essere un ‘fedele’, un ‘adepto’, chiamatelo come volete, è tenuto a rispettarne i precetti. Punto. Nessuno è obbligato a essere cattolico; ovviamente diverso poi è il caso in cui la Chiesa pretenda di imporre le proprie convinzioni etiche a chi cattolico non è, ma questo è un altro discorso, qui parlo dei rapporti tra i fedeli e la propria religione. Da ‘cattolico non praticante’ non capisco cosa si chieda alla Chiesa, al Papa. L’altro giorno in televisione ascoltavo Don Gallo, degnissima persona intendiamoci, elencare tutta una serie di richieste, dall’annullamento del celibato dei preti all’ordinazione delle donne… Ora, fermo restando che la validità di queste richieste è argomento da teologi (non mi risulta Gesù Cristo abbia mai detto nulla sul fatto che chi diffonde la ‘buona novella’ non possa avere una famiglia o che alle donne sia vietato propagare la parola di Gesù, e infatti i Protestanti tutte queste cose le ammettono), io non credo che si possa chiedere alla Chiesa di ‘dire si a tutto’: la Chiesa è un’istituzione millenaria, deve per forza di cose avere punti fermi, del tutto indipendenti dall’evoluzione dei costumi: non si può chiedere alla Chiesa di ‘essere al passo coi tempi’. Prendiamo una cosa apparentemente innocua come la musica: Ratzinger ha parlato in modo chiaro a favore del ritorno del Canto Gregoriano; e giù una sequela di critiche, all’insegna del ‘brutto, cattivo oscurantista’… eppure, eppure sinceramente preferisco mille volte il Canto Gregoriano alla messe di strimpellatori dei quali si sono riempite le chiese negli ultimi decenni. Io poi tra l’altro le chiese le frequento in massima parte quando c’è poca gente  e c’è silenzio, le trovo perfette oasi di raccoglimento; se permettete, gente che suona (male) una chitarra la lascerei fuori. Insomma, io la Chiesa la vedo come qualcosa di estremamente serio e rigoroso, che si basi su precetti e punti fermi;  ad esempio, piacerebbe a tutti una Chiesa che dica: trombate come dove e quando più vi piace; piacerebbe a tutti una Chiesa che dica che vivere avendo come stella polare l’accumulo di beni e soldi’ non sia poi così grave peccato (sorvolo sul fatto che poi all’interno dello stesso clero ci sia gente che col denaro ha fin troppa dimestichezza e infatti alcuni lasciano capire che questo è uno dei motivi per cui Ratzinger s’è stufato)… gli esempi potrebbero continuare, ma siamo sicuri che con una Chiesa così ‘permissiva’ e ‘al passo coi tempi’ le cose andrebbero meglio? Qualcuno dirà che nei fatti la stragrande maggioranza dei ‘fedeli’ già adesso ‘fa un pò come ca**o gli pare’, e questo è vero, ma questo appartiene alla loro coscienza di cattolici: se pensano di esseri buoni cattolici anche fregandosene dei precetti della Chiesa è un problema che riguarda loro, la loro coscienza di cristiani e il rapporto con Dio; molto diverso sarebbe se a dare il ‘via libera’, dare il ‘rompete le righe’ fosse la stessa istituzione ecclesiastica, nella figura del Papa: ci mancherebbe pure che i precetti cristiani cominciassero a venire interpretati come capita, come per esempio avviene con la Costituzione Italiana, e s’è visto come sono andate a finire le cose…  Il problema forse non sta nel fatto che ‘la Chiesa deve essere al passo coi tempi’, piuttosto dev’essere lo stesso clero, a dare l’esempio, cosa che è davanti agli occhi di tutti che non sta succedendo per nulla, e detto tra noi se il Papa ha rinunciato, oltre che i limiti c’è di mezzo probabilmente pure la decadenza delle gerarchie…

DEL DEMENZIALE DIVIETO DEL PRESEPE

…o presepio (viene sempre il dubbio).
La situazione ha del ridicolo, se non fosse il segnale, da prendere molto sul serio, di quali ragionamenti comincino a circolare qui da noi. E’ormai qualche anno che puntualmente a Natale esce la notizia di qualche ‘genio’ che vieta di allestire il presepe presso scuole o altri luoghi pubblici, in forza di un malinteso concetto di ‘laicità’ o peggio di ‘multiculturalismo’: per non offendere i fedeli di altre religioni, insomma.
Ecco, questo è proprio l’esempio sbagliato di multiculturalità: si rinuncia alle tradizioni per non offendere nessuno. La scelta del presepe poi è demenziale: passi anche (con molti forse) per il crocifisso, che da alcuni può essere visto come un’immagine violenta, ma la Natività è la raffigurazione di una nascita, l’evento più normale del mondo… e aggiungo che presso l’Islam c’è un radicato culto della Madonna, oltre al fatto che i fedeli di quella religione considerano Cristo uno dei profeti più importanti del mondo.
Aggiungo un’altra cosa: l’apertura alle altre culture non può passare per l’azzeramento della propria; non è un ragionamento conservatore, non è questione di ‘superiorità’, ma penso che un popolo che conservi la propria tradizione sia più in grado di rispettare quelle altrui e sopratutto, di farsi rispettare.
Se gli immigrati che vengono in Italia si accorgono che noi teniamo così poco in conto la nostra cultura da abolire usanze plurisecolari solo per il timore di offendere qualcuno, beh, non credo che abbiano tanto rispetto di noi e di conseguenza delle nostre leggi; e tutto questo, attenzione, non vuol dire impedire a chi arriva qui di conservare le proprie, di tradizioni; anzi, credo che proprio in forza della conservazione del proprio patrimonio culturale si possano apprezzare che usanze altrui.
Il rischio, altrimenti, è di finire in una società priva di qualsiasi fondamenta culturale, che finirebbe per essere molto, ma molto fragile.

SENZA SENSO

La verità è che non c’è un senso… viviamo la nostra esistenza affannandoci per un motivo e per un altro, tra desideri, aspirazioni e ambizione… il tutto, nella vana speranza, ‘dopo’, di essere in qualche modo ricordati. La storia è piena, di uomini che hanno votato la loro vita a poter costruire qualcosa per cui poter essere incardinati nella Storia anche dopo la loro dipartita. Eppure, alla fine, tutto è inutile. Lovecraft scrisse: “In strani eoni, anche la Morte può morire”, come a dire che anche ciò che riteniamo immutabile potrà venire meno, prima o poi. Il punto è che alla fine, prima o poi, verremo dimenticati: di ciò che avremo fatto, nel bene o nel male, nel corso del nostro passaggio sulla Terra, non rimarrà nulla. Neil Gaiman, il creatore di quel fumetto meraviglioso che è Sandman, nella sua opera ipotizzò una sorta di limbo, dove tutti finiscono al termine della propria esistenza ‘terrena’, e dove resteranno finché qualcuno si ricorderà di loro. Poi, dopo, arriverà la vera ‘morte’. Certo, ci si può aggrappare  a una concezione del ‘dopo’: io invidio moltissimo coloro che hanno la fede incrollabile in un ‘dopo’, che sia il Paradiso, la Reincarnazione, o altro. Eppure, eppure nonostante nel mondo il numero di chi, in modo più o meno fervente, professa una ‘fede’ sia molto più ampio degli atei, la lotta per allungare la nostra esistenza e posticipare il più possibile il gong finale, continua, inesausta, da millenni. La verità è che la stragrande maggioranza delle persone ha paura. Io mi considero un credente, ma a dire la verità sono assolutamente atterrito, angosciato anche, dall’idea della sostanziale inutilità, vuotezza di significato della nostra esistenza… ci affanniamo tutta la vita a riempire di significato ciò che di significato è privo, siamo in balia degli eventi, del Caso, della pura biologia… La ‘scienza’ alla fine non è manco riuscita spiegare l’origine, la ‘scintilla’, che ha dato il via alla vita. Tutto questo non ha senso: ci affanniamo a vivere le nostre vite, pieni di preoccupazini e aspirazioni, costruendoci solide certezze, ma poi tutto si rivela fallace. Ultimamente sono stato abbastanza colpito da una strana situazione: è che ovunque mi giri, vedo la morte. Soprattutto, vedo morti assolutamente prive di significato: sportivi nel fiore degli anni schiantati da disturbi non diagnosticati, un’adolescente ammazzata dallo scoppio di una bomba… Il fatto che si sia tornati a parlare del caso di Emanuela Orlandi, ecco un altro caso: una ragazza nemmeno adolescente, rapita e ammazzata così. E poi un caso allucinante: chi ha vissuto la felice stagione dei cartoni animati degli anni ’80, ne ricorderà forse uno, Pat, ragazza del baseball. La sigla era bellissima, ebbene, qualche giorno fa scopro che la bimba che la cantava, Alessandra Maldifassi, è scomparsa quasi vent’anni fa, nel 1993, a 22 anni, per una grave malattia, e ‘sta notizia mi ha lasciato basito… Ecco, è tutta una catena di eventi alla quale non riesco a dare una cornice, un significato, perché probabilmente un significato non c’è. Ci affanniamo quotidianamente, e poi? Un incidente d’auto, o un terremoto, o una malattia e il nulla; e quando questo succede a chi è giovane, o addirittura bambino, è ancora peggio. Tutto mi appare così privo di senso… ribadisco, invidio chi un senso, al ‘dopo’, lo trova… Anche a me piacerebbe essere sostenuto dal conforto che ora Vigor Bovolenta, Pier Mario Morosini e Alexander Dale Oen siano in un’altrove, dove magari parlano tra loro delle loro vicende sportive, ma è un’idea del Paradiso fanciullesca, primitiva. La paura, il dubbio, atroce è che tutto finisca così: ricordi, affetti, esperienza di vita, tutto spento con un ‘clic’ come quando si va a dormire. Il nulla della non esistenza; e allora se tutto deve finire nel nulla, a che serve tutto questo affannarsi, questo dover costruire, questo avvelenarsi la vita con la paura del futuro, coi problemi nei rapporti con gli altri, col doversi sempre rapportare  a qualcuno, o a qualcosa, o a sè stessi… tanto, chi prima o chi dopo, finiamo tutti… Forse dannarsi l’anima non è il modo migliore di campare, e anche la preoccupazione del ‘campare’ di per sé stesso dovrebbe venir meno, tanto prima o poi questo campare dovrà finire… mah…