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STEPHEN KING: NOTTE BUIA, NIENTE STELLE

Nella breve postilla che, come è solito fare, anche in questo caso Stephen King ha inserito in calce a “Notte buia, niente stelle”, illustrandone la genesi, il ‘Re del brivido’ torna su un concetto che ha più volte espresso in passato: a lui non interessano i ‘giganti’, persone straordinarie che si trovano davanti a eventi straordinari: King trova più interessante prendere i suoi personaggi ‘quotidiani’ e sbatterli di prepotenza in situazioni straordinarie: si tratti di un’adolescente che assieme al primi ciclo si vede recapitare poteri telecinetici, o di una madre intrappolata in macchina assieme al figlio in balia di un Sanbernardo rabbioso, per non parlare della comunità di Castle Rock, scossa spesso e volentieri da eventi soprannaturali, o quella di Chester’s Mill, più di recente trovatasi intrappolata da una cupola invisibile, a King interessa portare all’estremo persone apparentemente normali per svelarne forze, debolezze, miserie e trionfi.
E’ ciò che poi in fondo gli riesce meglio (gli appassionati ricorderanno la Castle Rock di “Cose Prezione”, col suo catalogo di invidie, rancori e odii pronti a esplodere come una pentola a pressione) e che è alla base del suo successo; ed è ciò che succede anche nei quattro lunghi racconti che compongono “Notte buia, niente stelle”, in parte legati dal filo conduttore di avere come protagoniste delle donne.
Donne per le quali King non ha mai smesso di mostrare ammirazione: l’elenco di personaggi femminili apparentemente fragili che improvvisamente trovano risorse nascoste dentro di loro è sterminato.
Alla lista si aggiungono stavolta almeno due personaggi: la scrittrice Tessa che, vittima di una tremenda violenza sessuale, si trasforma in una furia vendicatrice; e Darcy che, in seguito a un banale incidente domestico, scopre che il marito si dedica ad un hobby non propriamente ‘rassicurante’. Un’altra donna è una sorta di ‘convitato’ di pietra del racconto che apre il libro: a differenza delle sue ‘compagne di raccolta’, Arlette non riesce a sfuggire alla sanguinosa e fatale trappola tesagli dal marito in collaborazione con un figlio troppo succube; tuttavia ciò non lo impedirà di avere la sua giusta rivalsa anche dall’aldilà.
Il protagonista del rimanente racconto stringe invece un singolare patto col diavolo, causando la rovina del suo ‘migliore amico’.
Non saranno forse trai racconti più memorabili di King, ma le quattro storie che compongono “Notte buia, niente stelle”, sono come al solit coinvolgenti: forse lasciano un certo retrogusto di insoddisfazione, perché almeno un paio avrebbero offerto l’ottima base per più corposi romanzi, ma insomma, la lettura è come al solito ottima e abbondante.

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DUE PAROLE SUL NOBEL PER LA LETTERATURA…

‘St’anno c’è toccato ‘er cinese’, non trai più sconosciuti, tra l’altro: andò peggio l’anno scorso, quando alla notizia del Nobel andata al poeta svedese Trasntromer, i più reagirono capendo ‘Tranformers’ e chiedendosi se Megatron si fosse dato alla letteratura…  Ormai si è ampiamente capito che l’Accademia di Svezia non ama gli autori conosciuti: anzi, l’essere sconosciuti sembra essere l’unica, vera ‘conditio sine qua non’ necessaria per entrare nell’empireo della letteratura mondiale: nell’ultimo decennio, gli autori veramente ‘famosi’ che hanno vinto il Nobel sono stati tre: Harold Pinter, Doris Lessing e Mario Vargas Llosa; per tutti e tre poi vale il discorso che sono ‘più conosciuti di nome che letti’ (specie Pinter). Il Nobel insomma, non va d’accordo con le vendite.  Intendiamoci, ci mancherebbe pure che il Nobel venisse assegnato a chi vende di più (dio ci scampi da un Eco, un Camilleri o un Saviano premiati col Nobel, che poi chi li sente più, ce li ritroviamo in tv anche a leggere le previsioni del tempo). Però sarebbe bello, ogni tanto, sentire la notizia dell’assegnazione e reagire con un: “ooooh, che bello, lo conosco, ho letto tanto di lui”. Io per dire a casa ho libri di Alice Munro, Don De Lillo, Murakami e Roth, tutta gente in ‘odore di Nobel’ da anni: mi ritengo una persona di media cultura, non uno che va a cercare autori poco conosciuti (tutti i gli scrittori che ho elencato sono facilmente reperibili in edizione economica in Italia);  eppure guarda caso per quegli autori si parla sempre di Nobel, ma il Nobel non arriva mai. Si preferisce darlo all’esponente della letteratura del Paese poco conosciuto, al dissidente, a quello che ha vissuto sulla propria pelle i totalitarismi… tutto giusto per carità, ma resta l’impressione che l’Accademia di Svezia sia allergica alle vendite, tema di ‘sputtanarsi’ (mi si scusi il termine) premiando uno scrittore di grido (anche se quest’anno sembra sia andata discretamente, perché Mo Yan non è proprio un completo sconosciuto). Figuriamoci poi ampliare il discorso: fino a quando, pochi mesi fa, non è passato a miglior vita, ad esempio, io ho sempre sperato che Ray Bradbury potesse vincere il Nobel: non lo dico perché sono un suo appassionato lettore, ma perché obbiettivamente, la qualità della sua scrittura è enorme (nessuno come lui nell’ultimo mezzo secolo credo abbia saputo valorizzare la forma del racconto breve) e poi è trai pochi  (aggiungiamoci Asimov) che ha contribuito a creare un ‘genere’… ma questo è un altro problema: a Stoccolma alla ‘narrativa di genere’ sono allergici: roba da metropolitana, non va bene; il Nobel deve andare ad autori che si leggono di sera nel silenzio… Mettiamoci l’anima in pace, Stephen King il Nobel non lo vincerà mai… per quanto anche lui come livello di scrittura non sia proprio un ‘signor nessuno’. Lo stesso dicasi per il sempre citato Bob Dylan; non ne parliamo: quello scrive canzoni, per carità… Lo stesso dicasi per il fumetto, una forma letteraria capace di raggiungere vette altissime, ma ostinatamente ignorata dall’Accademia. Eppure, uno come Shulz, che coi suoi Penauts riuscì ad indagare l’animo umano come pochi, non è mai nemmeno stato preso in considerazione. Così, rassegnamoci a dover continuare ad accogliere la notizia della vittoria del Nobel per Letteratura con un bel: ” E CHI CAVOLO E’ QUESTO???”.

STEPHEN KING – THE DOME

In una limpida mattina d’autunno, attorno ad una cittadina del Maine si materializza improvvisamente una sorta di cupola impenetrabile, che la isola dal resto del mondo. La popolazione reagisce dapprima con il prevedibile, più totale, sconcerto, mentre si susseguono incidenti stradali e aerei, uccelli cadono dall’altro dopo aver sbattuto contro l’oggetto misterioso, qualcuno si ritrova addirittura con un braccio amputato, facendo una brutta fine.
Il primo a cogliere la palla al balzo è un funzionario locale, che in quattro e quattr’otto organizza una sorta di ‘dittatura municipale’, creando abbastanza agevolmente su un corpo di polizia di stampo nazistoide (ci vuole poco, a portare dalla propria parte mezzi delinquenti e bulli del liceo, quando gli metti in mano una pistola e gli dai un qualche tipo di distintivo che gli permetta di fare il porco comodo loro…) ed eliminando, anche fisicamente, chiunque gli intralci la strada, mentre i ‘buoni’ cercano di venire a capo del mistero…  A rischio di apparire esagerati, “The Dome” può essere definito come il romanzo più ‘politico’ di Stephen King. Lo scrittore del Maine ci ha abituato altre volte a usare trame horror o soprannaturali per ‘parlare d’altro’: è la sua maggiore cifra stilistica, e la ragione principale del suo successo, fin dal 1974, quando con “Carrie” prese a pretesto le vicende di un’adolescente dotata di poteri paranormali per mettere l’accento sugli aspetti più sinistri e crudeli dell’adolescenza e del mondo delle scuole superiori. King ha usato lo stesso stratagemma per parlare dei rapporti di coppia e all’interno delle famiglie, dell’infanzia, della religione e dell’essere scrittore, fino ad affrontare il tema delle dinamiche sociali in certe ‘comunità chiuse’, nei tanti romanzi ambientati nella a Castle Rock, in cui l’avvenimento soprannaturale del caso serviva a portare alla luce rancori, invidia, follie sopite e a mostrare la fragilità delle convenzioni sociali in cui viviamo.
Volendo fare un parallelo, ecco che nel caso di “The Dome”, mostrando la repentina discesa nel totalitarismo della comunità di Chester’s Mill, Stephen King ci mostra quanto in fondo fragile sia ciò che noi intendiamo come ‘democrazia’. Basta veramente poco – l’azione si svolge nel corso di una settimana – per mettere in crisi quelle che noi chiamiamo conquiste, raggiunte in duecento anni e passa (ricordiamo che gli U.S.A. sono la prima democrazia compiuta del globo, la cui Costituzione, ancora ineguagliata, mette al primo posto il ‘diritto alla felicità’ dell’inidividuo, ed è stata il punto di partenza per le carte costituzionali e le varie ‘dichiarazioni dei diritti’ di mezzo mondo). Basta poco, solo che una cittadina insignificante resti isolata dal resto del mondo e poco importa che la cupola che la avvolge sia trasparente, in senso ‘reale’ e ‘figurato’: a differenza degli altri ‘microcosmi’ kinghiani – che in effetti rimanevano ‘accessibili’ al resto del globo, che però sostanzialmente li ignorava –  le cui vicende  più o meno tetre e sanguinose giungevano al resto del mondo come echi evanescenti, nel caso di Chester’s Mill, tutto avviene davanti agli occhi del mondo: King ci fa sapere che la vicenda della cupola ha calamitato l’attenzione dell’intero globo, che è perfettamente a conoscenza del lento scivolare della comunità verso la dittatura, ma nessuno può farci nulla. Il parallelo con le tante dittature in giro per il globo nei confronti delle quali la comunità internazionale appare impotente, per motivi molto più ‘terra-terra’, rispetto all’evento soprannaturale di “The Dome” è immediato, così come altrettando immediato è pensare che dietro al romanzo, nonostante il passare del tempo (il libro è datato 2009) si agitino le ombre dell’11 settembre, non a caso più volte citato nel corso del volume (il che ci suggerisce come quell’evento sia ancora ‘vivo’ e tutt’altro che superato nella società americana).
La lettura di “The Dome” è terrificante: non tanto per la vicenda della cupola in se  (tornando al discorso di prima, raramente King si è tanto disinteressato della vicenda di partenza per parlare d’altro come in questo caso (ovviamente questo non vuole dire che il ‘re’ non ci risparmi il suo abituale ‘climax’, scatenando uno dei suoi proverbiali ‘climax’ deflagranti e regalandoci una spiegazione del ‘mistero’ come al solito spiazzate) quanto per il modo in cui l’autore ci mostra la disarmante facilità con cui quello che noi diamo per scontato può crollare come un fragile castello di sabbia: in fondo ci vuole solo la ferma volontà di chi gestisce le leve del potere (convinto magari di ubbidire alla volontà di Dio, il fanatismo religioso è un altro filo conduttore della narrativa di King, che della ‘fede’ mette spesso in mostra gli aspetti più inquietanti) , un congruo numero di persone che siano disposte a prestare giuramento in cambio di poter calpestare le regole che essi stessi hanno giurato di rispettare (e quando questi poliziotti improvvisati picchiano e violentano senza remore, al lettore italiano non possono non venire in mente i casi di Cucchi, Aldrovandi e tutti gli altri) e la solita, immancabile, ‘maggioranza silenziosa’, che allorché gli si sventola davanti un pretesto per aver paura, si rifugia tra le ‘braccia sicure’ dell’uomo ‘forte’ (e in un periodo di crisi come questo, in cui un giorni si e l’altro pure in televisione ci viene mostrata l’immagine di certi ‘salvatori della patria’, l’effetto per il lettore italiano è ancora più inquietante).
Ancora una volta, si correrà il rischio di esagerare, ma con “The Dome” King scrive un duro ed efficacissimo trattato sulla ‘nascita di una dittatura’, più potente di tanti saggi: più potente perché travestito da romanzo, più potente perché, metre le opere accademiche finiscono sugli scaffali di pochi, “The Dome” sarà nelle librerie di milioni di persone. Il messaggio è chiaro: teniamo gli occhi aperti, perché ciò che consideriamo un dato acquisito potrebbe esserci tolto repentinamente, magari senza che nemmeno ce ne accorgiamo…

STEPHEN KING – AL CREPUSCOLO

D’accordo, è un pò datato – risale a oltre tre anni fa, il che per uno scrittore prolifico come Stephen King vuole dire che nel frattempo sono usciti altri tre volumi, tuttavia ce la possiamo cavare affermando che ‘i libri non hanno età’ (o altra analoga banalità da bibliofilo che offra il pretesto per parlare del libro in questione).
A voler trovare una pezza d’appoggio più concreta, si può sottolineare come, ad esempio, con questa raccolta King fosse tornato, alla formula del ‘racconto breve’ (quasi tutti gli scritti che compongono la raccolta, sono ‘archiviabili’ in una mezz’oretta di lettura) dopo parecchio tempo. Un ‘ritorno’ attraverso cui King mostra di aver ritrovato il gusto per la forma – racconto, inanellando una serie di storie efficacissime. Il campionario è ottimo e abbondante: maniaci omicidi, gatti che discendono direttamente da Edgar Allan Poe, incubi lovecraftiani, morti che non sanno di esserlo (o forse preferiscono ignorarlo), sindromi ossessivo – compulsive, sogni premonitori, guaritori…
E ancora, se dopo aver letto ‘Cyclette’ i patiti di questo strumento ci penseranno forse un attimo prima di salirvi (se invece siete spiritosi abbastanza, nulla potrà impedirvi di leggere questo racconto proprio durante una ‘pedalata’ da camera), ‘Alle strette’ vi farà passare definitivamente la voglia (se mai vi siete azzardati a farlo…) di usare uno di quei ‘simpatici’ gabinetti prefabbricati che vengono collocati spesso e volentieri ai lati di aree da concerto, o simili; in ‘Area di sosta’ il ‘re’ torna su uno dei suoi argomenti preferiti, il rapporto tra scrittore reale e pseudonimo.
Tuttavia, dovendo scegliere, la palma del migliore e un posto in un ipotetico ‘Best of’ della narrativa breve kinghiana trai tredici racconti qui presenti l’assegnerei ex aequo a due: ‘Le cose che hanno lasciato indietro’ è la storia con cui King ha fatto i conti con la tragedia dell’11 settembre, un omaggio alle vittime che mescola orrore e lirismo;  “Pomeriggio del diploma”  è invece, a mio parere, uno degli apici raggiunti dallo scrittore del Maine (almeno in quanto a racconto breve): seguiamo la protagonista nel corso di una manciata di minuti, mentre di lei King riesce in poche pagine a dirci tutto, condensandone vita, rapporti sociali, aspirazioni… e poi improvvisamente scoppia l’Apocalisse. Come tutte la raccolte di racconti, un volume particolarmente adatto a una lettura agile, che permette di iniziare e finire una storia in un lasso di tempo relativamente breve, da lasciare magari da parte per leggere un racconto una volta ogni tanto, ovviamente d’obbligo per gli appassionati, ma anche per i frequentatori meno assidui del ‘re del brivido’.

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