STEPHEN KING – THE DOME

In una limpida mattina d’autunno, attorno ad una cittadina del Maine si materializza improvvisamente una sorta di cupola impenetrabile, che la isola dal resto del mondo. La popolazione reagisce dapprima con il prevedibile, più totale, sconcerto, mentre si susseguono incidenti stradali e aerei, uccelli cadono dall’altro dopo aver sbattuto contro l’oggetto misterioso, qualcuno si ritrova addirittura con un braccio amputato, facendo una brutta fine.
Il primo a cogliere la palla al balzo è un funzionario locale, che in quattro e quattr’otto organizza una sorta di ‘dittatura municipale’, creando abbastanza agevolmente su un corpo di polizia di stampo nazistoide (ci vuole poco, a portare dalla propria parte mezzi delinquenti e bulli del liceo, quando gli metti in mano una pistola e gli dai un qualche tipo di distintivo che gli permetta di fare il porco comodo loro…) ed eliminando, anche fisicamente, chiunque gli intralci la strada, mentre i ‘buoni’ cercano di venire a capo del mistero…  A rischio di apparire esagerati, “The Dome” può essere definito come il romanzo più ‘politico’ di Stephen King. Lo scrittore del Maine ci ha abituato altre volte a usare trame horror o soprannaturali per ‘parlare d’altro’: è la sua maggiore cifra stilistica, e la ragione principale del suo successo, fin dal 1974, quando con “Carrie” prese a pretesto le vicende di un’adolescente dotata di poteri paranormali per mettere l’accento sugli aspetti più sinistri e crudeli dell’adolescenza e del mondo delle scuole superiori. King ha usato lo stesso stratagemma per parlare dei rapporti di coppia e all’interno delle famiglie, dell’infanzia, della religione e dell’essere scrittore, fino ad affrontare il tema delle dinamiche sociali in certe ‘comunità chiuse’, nei tanti romanzi ambientati nella a Castle Rock, in cui l’avvenimento soprannaturale del caso serviva a portare alla luce rancori, invidia, follie sopite e a mostrare la fragilità delle convenzioni sociali in cui viviamo.
Volendo fare un parallelo, ecco che nel caso di “The Dome”, mostrando la repentina discesa nel totalitarismo della comunità di Chester’s Mill, Stephen King ci mostra quanto in fondo fragile sia ciò che noi intendiamo come ‘democrazia’. Basta veramente poco – l’azione si svolge nel corso di una settimana – per mettere in crisi quelle che noi chiamiamo conquiste, raggiunte in duecento anni e passa (ricordiamo che gli U.S.A. sono la prima democrazia compiuta del globo, la cui Costituzione, ancora ineguagliata, mette al primo posto il ‘diritto alla felicità’ dell’inidividuo, ed è stata il punto di partenza per le carte costituzionali e le varie ‘dichiarazioni dei diritti’ di mezzo mondo). Basta poco, solo che una cittadina insignificante resti isolata dal resto del mondo e poco importa che la cupola che la avvolge sia trasparente, in senso ‘reale’ e ‘figurato’: a differenza degli altri ‘microcosmi’ kinghiani – che in effetti rimanevano ‘accessibili’ al resto del globo, che però sostanzialmente li ignorava –  le cui vicende  più o meno tetre e sanguinose giungevano al resto del mondo come echi evanescenti, nel caso di Chester’s Mill, tutto avviene davanti agli occhi del mondo: King ci fa sapere che la vicenda della cupola ha calamitato l’attenzione dell’intero globo, che è perfettamente a conoscenza del lento scivolare della comunità verso la dittatura, ma nessuno può farci nulla. Il parallelo con le tante dittature in giro per il globo nei confronti delle quali la comunità internazionale appare impotente, per motivi molto più ‘terra-terra’, rispetto all’evento soprannaturale di “The Dome” è immediato, così come altrettando immediato è pensare che dietro al romanzo, nonostante il passare del tempo (il libro è datato 2009) si agitino le ombre dell’11 settembre, non a caso più volte citato nel corso del volume (il che ci suggerisce come quell’evento sia ancora ‘vivo’ e tutt’altro che superato nella società americana).
La lettura di “The Dome” è terrificante: non tanto per la vicenda della cupola in se  (tornando al discorso di prima, raramente King si è tanto disinteressato della vicenda di partenza per parlare d’altro come in questo caso (ovviamente questo non vuole dire che il ‘re’ non ci risparmi il suo abituale ‘climax’, scatenando uno dei suoi proverbiali ‘climax’ deflagranti e regalandoci una spiegazione del ‘mistero’ come al solito spiazzate) quanto per il modo in cui l’autore ci mostra la disarmante facilità con cui quello che noi diamo per scontato può crollare come un fragile castello di sabbia: in fondo ci vuole solo la ferma volontà di chi gestisce le leve del potere (convinto magari di ubbidire alla volontà di Dio, il fanatismo religioso è un altro filo conduttore della narrativa di King, che della ‘fede’ mette spesso in mostra gli aspetti più inquietanti) , un congruo numero di persone che siano disposte a prestare giuramento in cambio di poter calpestare le regole che essi stessi hanno giurato di rispettare (e quando questi poliziotti improvvisati picchiano e violentano senza remore, al lettore italiano non possono non venire in mente i casi di Cucchi, Aldrovandi e tutti gli altri) e la solita, immancabile, ‘maggioranza silenziosa’, che allorché gli si sventola davanti un pretesto per aver paura, si rifugia tra le ‘braccia sicure’ dell’uomo ‘forte’ (e in un periodo di crisi come questo, in cui un giorni si e l’altro pure in televisione ci viene mostrata l’immagine di certi ‘salvatori della patria’, l’effetto per il lettore italiano è ancora più inquietante).
Ancora una volta, si correrà il rischio di esagerare, ma con “The Dome” King scrive un duro ed efficacissimo trattato sulla ‘nascita di una dittatura’, più potente di tanti saggi: più potente perché travestito da romanzo, più potente perché, metre le opere accademiche finiscono sugli scaffali di pochi, “The Dome” sarà nelle librerie di milioni di persone. Il messaggio è chiaro: teniamo gli occhi aperti, perché ciò che consideriamo un dato acquisito potrebbe esserci tolto repentinamente, magari senza che nemmeno ce ne accorgiamo…

One response to this post.

  1. non sono un divoratore di libri, ma nel mio piccolo ho le mie preferenze..e tra queste non c’è King…
    bella recensione…

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