Posts Tagged ‘Claudio Lolli’

TEO MANZO, “LE PIROMANI” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Le ‘piromani’ dal titolo rappresentano, almeno sembra, dei ‘casi isolati’, visto che la ‘fissazione’ per il fuoco colpirebbe solo gli uomini. Le ‘piromani’, insomma, finirebbero per essere più un ‘atto di fede’ che una sicurezza scientifica… Il milanese Teo Manzo, quest’anno già protagonista dell’esordio discografico de La linea del pane col loro “Utopia di un’autopsia”, torna a qualche mese di distanza con questo concept ‘apocalittico-politico-esistenziale’, in cui, per estensione del concetto già esposto, le ‘Piromani’ sarebbero le ‘fedi’, non solo religiose, ma anche politiche, scientifiche e quant’altro, che prima o poi finiscono per caratterizzare in qualche modo le vite di ognuno… ‘fedi’ i principi delle quali finiscono per essere accettati di per sé stessi, senza che questi siano sempre provati dai fatti e dalla realtà.

Un concept, dunque: nei sedici brani lungo cui si snoda il lavoro, Teo Manzo ci narra una storia per certi versi disperatissima… Il protagonista è un astronomo, posto di fronte alla probabile caduta della Luna sulla Terra; le sue convinzioni lo portano a schierarsi contro la maggioranza, non credendo nell’Apocalisse imminente (chissà, forse una metafora dell’oggi, in cui gli uomini di scienza sono costretti a combattere lotte impari contro le voci che si diffondono incontrollate sui social network); costretto, alla fine, a riparare in un rifugio in attesa della catastrofe, il nostro si troverà invece a dover fare i conti con l’improvviso venir meno – stavolta reale – di un punto fermo della sua esistenza, assistendo impotente all’improvvisa dipartita dell’amata…

Sconvolto dalla sua personalissima ‘fine del mondo’, il nostro abbandonerà ogni razionalità, unendosi all’immancabile rivoluzione scoppiata in attesa del giorno del giudizio… solo per prendere atto che anche gli ideali rivoluzionari non sono esenti da punti deboli, rivelandosi effimeri come tutte le altre ‘fedi’ in cui gli uomini ricercano il senso della propria esistenza.

Insomma, messo in discussione il sapere scientifico cui ha dedicato la vita professionale, spazzata via la sicurezza offerta dall’amore, rivelatasi fallace anche la strada della Rivoluzione, al nostro protagonista non sembra restare nulla, eccetto forse l’abbandono, fisico, onirico o simbolico, di questo mondo, alla ricerca – forse di una nuova dimensione…

Il finale non è scritto, e anzi Manzo ne propone tre, come se in fondo, la scelta finale stesse ad ognuno, al di là dei principi più o meno saldi su cui si sono basate le proprie scelte di vita.

Letta così, sembra a dire il vero un po’ complicata… e forse il difetto maggiore de “Le Piromani” sta proprio nella sua poca ‘linearità’: come se l’autore avesse tanto, troppo da dire – e i ben sedici brani che compongono il disco ne sono la maggiore testimonianza – e come se allo stesso tempo fosse spinto dall’urgenza di dirlo ‘tutto e subito’; l’ascoltatore viene così quasi trascinato in un viaggio intricato fatto di metafore, allegorie, ‘non detti’, pensieri affastellati, considerazioni sparse e flussi di coscienza, al termine dei quali si finisce per avvertire anche una certa stanchezza…

Il cantautore milanese mostra certo una discreta capacità di scrittura, mostrando di aver imparato bene la lezione dei ‘classici’: si potrebbe citare De André, (se non altro perché tra le sue esperienze c’è anche un tour dal vivo proprio dedicato alle canzoni di Faber), ma viene spesso in mente anche Claudio Lolli. Un disco che fa della ballata acustica il principale modello di riferimento, voce e chitarra a dominare un ensemble sonoro che alla lunga appare un filo statico, monolitico… Non a caso, forse, il brano più convincente dell’intero lotto è forse ‘Buco Nero’, in cui Manzo è accompagnato dalla voce di Silvia Ottanà.

Teo Manzo conferma ciò che di positivo aveva già fatto intravedere con La linea del pane; tuttavia, i pregi del cantautore finiscono per essere messi un po’ in ombra dall’impressione di trovarsi di fronte al classico passo più lungo della gamba: un disco d’esordio in cui l’autore si è voluto inerpicare in un’arrampicata di sedici brani, in cui è quasi scontato che agli episodi efficaci si mescoli più di un passaggio a vuoto, ‘annacquandone’, in un certo senso, i pregi. Forse una maggiore sintesi, nel complesso e anche in certi brani che si estendono fino ai sei, sette minuti, avrebbe donato più compattezza ed efficacia all’intero lavoro. Lo sforzo è lodevole e, dà l’idea se non altro di un autore sicuro di sé e dei propri mezzi; il risultato non del tutto riuscito.

FRANCESCO CERCHIARO, “A PIEDI NUDI” (DISCHISOVIETSTUDIO / AUDIOGLOBE)

Il disco d’esordio di Francesco Cerchiaro è di quelli che mettono un po’ in difficoltà: ineccepibile sotto il profilo formale, ben suonato, caratterizzato da una scrittura discreta (considerando che si tratta di un esordio), appare però mancare di qualcosa.

Gli undici brani di “A piedi nudi” si muovono nei territori della tradizione del cantautorato italiano, con una certa predilezione per sonorità folk, manifestata attraverso l’ampio ricorso ad una strumentazione tradizionale, tra mandolino, fisarmonica e, con un pizzico di esotismo, ukulele. Ricorrono le tematiche amorose / sentimentali: tra storie a distanza, o interrotte e poi riprese, abbandoni (‘Il mio cane in una stanza’ capovolge ‘Il cielo in una stanza’ di Paoli) e complicazioni sentimentali assortite; non mancano episodi all’insegna della poetica del quotidiano (‘Le bugie della domenica’) accenni alla realtà italiana (‘Diario di famiglia’ è uno sguardo gettato sul nordest) e momenti di più intima riflessione.

Predomina la lentezza, con brani dal sapore di ballata, dietro ai quali appare trasparire la lezione di autori di Fossati o Lolli. Il disco scorre tranquillo e agevole, senza apparenti passaggi a vuoto, eppure… eppure, alla fine, sembra mancare qualcosa: come se la compostezza stilistica alla fine si traducesse in una prevedibilità fin troppo spiccata. “A piedi nudi” appare insomma un buon disco di cantautorato italiano, ben inserito nella tradizione, che si lascia ascoltare ma che alla fine manca di un filo di slancio, della capacità di stupire, rischiando così di perdersi un po’

Non si può dire che sia un brutto disco, anzi, anche la durata contenuta è un ulteriore punto di merito, segno di sintesi, ma alla fine forse paga un po’ il prezzo della ricerca di una certa perfezione formale a scapito magari di una maggiore originalità.

Per chi vuole, il disco è ascoltabile qui.

CRANCHI, “VOLEVAMO UCCIDERE IL RE” (IN THE BOTTLE RECORDS /AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro per i Cranchi (il nome, anzi il cognome, glie l’ha dato il cantante e chitarrista Massimiliano), dopo l’esordio del 2010: un progetto nato tra Mantova e Rovigo (città di provenienza dei quattro componenti della band), tutti già con qualche esperienza alle spalle (tra queste,  i The Great Nothern X, già recensiti su queste pagine). “Volevamo uccidere il re”: laddove il re è la personale metafora per il ‘pensiero unico’ dominante ai giorni nostri.

I Cranchi conducono la loro battaglia attraverso un folk acustico (talvolta vestito con divisa ‘da combattimento’, all’insegna di un ensemble che agli strumenti consueti aggiunge fisarmonica, banjo e piano), venato di ‘indie’ e impastato con la tradizione del cantautorato italiano, quella del filone più orientato a uno sguardo critico verso la società (tornano alla mente Guccini o Claudio Lolli). Storie ispirate dalle guerre, magari quelle così lontante ‘nella mente’, ma geograficamente appena oltre un braccio di mare, o dagli ‘anni di piombo’ (rievocati nel brano conclusivo), un cuoco anarchico e un redivivo Robin Hood, sono solo alcuni degli scenari e dei personaggi che incrociamo lungo gli otto brani presenti, in cui si trova anche spazio per un paio di episodi sentimentali.

Un disco su cui aleggia costantemente un alone di rabbia venata di malinconia, espressa con personalità dal cantante, in un episodio accompagnato da una voce femminile. I Cranchi superano con personalità la prova del secondo disco, dando l’idea di avere ancora ampi margini di miglioramento.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

MAPUCHE, “L’UOMO NUDO” (VICEVERSA / HALIDON)

Dopo essersi fatto conoscere – e apprezzare – con un precedente Ep, intitolato “Anima Latrina” (ogni riferimento era puramente voluto), il catanese Enrico Lanza si cimenta nella prima prova sulla lunga distanza: undici brani (poco meno di quaranta minuti la durata complessiva) grazie ai quali il cantautore catanese entra a buon diritto nel filone più corrosivo e se il termine è consentito, ‘antieroico’ del cantautorato italiano.

Ascoltando “L’uomo nudo” il primo nome che viene in mente, per l’atteggiamento sardonico è quello di Rino Gaetano, ma tra le pieghe del disco si intravede un filo della vena nichilista di Piero Ciampi (Al mio funerale) , o dello sguardo disincantato di Claudio Lolli (L’atto situazionista), mentre un brano come Io non ho il clitoride, sarebbe probabilmente piaciuto a Lucio Dalla.

Tra cantautorato, folk ‘sghembo’ e low-fi e improvvise accelerazioni all’insegna di ruvidità trasandate, Lanza interpreta testi all’insegna dell’osservazione del sè e del ‘mondo che gira intorno’, attraverso uno stile variegato che raramente resta nei binari del ‘bel cantare’, sempre pronto a deragliare, tra scazzo, nervosismo, vivacità venata di follia, spesso improntato a una vocalità sguaiata, che non di rado varca i confini dello ‘schiamazzo’.

Attorno, suoni consueti e altri meno: alla chitarra acustica imbracciata dal protagonista, si affiancano di volta il volta synth, mandolino, banjo, organi e rumori vari, per la maggior parte frutto dell’intervento di Lorenzo Urciullo (Colapesce); tra le altre partecipazioni, vale almeno la pena di segnalare quella di Cesare Basile all’ukulele.

Non sarà un fenomeno, Mapuche; in ogni caso, in una scena italiana che negli ultimi tempi ha prodotto una serie di autori che, per quanto valenti, appaiono tutti essere accomunati da prendersi dannatamente sul serio, mancava una sana dose di ironia e sguaiatezza: Cesare Lanza si candida seriamente a riempire il vuoto, portandoci una sana dose di riflessiva leggerezza.

LOSINGTODAY