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IERI

Ieri mattina passeggiavo per il centro di Roma, diretto verso il mio settimanale acquisto di fumetti, nelle cuffie le parole di Radio Radicale; e improvvisamente arriva la notizia, la bomba a Brindisi, una ragazzina di sedici anni morta. Una di quelle notizie che lì per lì fai persino un pò di fatica ad inquadrarle: una bomba davanti a una scuola, vittima una ragazzina. In Italia ne abbiamo viste tante: corpi straziati in banca, in piazza o  alla stazione,   sui treni in galleria, o ripescati dopo un incidente aereo, strade fatte saltare per aria e palazzi sventrati, corpi crivellati di colpi… Una scuola, però. Non si era mai visto.  Lì per lì, oltre che all’attentato mafioso, ho pensato piuttosto a quelle esplosioni di follia come se ne sono viste tante negli U.S.A…. la differenza è che in Italia è più facile assemblare delle bombole a gas, che procurarsi armi e munizioni, sebbene negli anni non siano mancati esempi di gente fuori di testa in possesso di armi (per conto mio poi, da sempre penso che chi si procura una pistola lo fa perché prima o poi pensa – o spera – di usarla, quindi ogni persona in possesso di un’arma è già un potenziale assassino…). Ho pensato a un emulo di ‘unabomber’, forse. Ho anche pensato: vedrai che adesso daranno la colpa a qualche ‘forza oscura’ (qurant’anni e passa di stragi impunite hanno ormai portato una buona fetta della popolazione italiana a pensare che dietro a certi episodi ci siano sempre trame e strategie). Però al di là di tutto, che ci rimane? Ci rimangono i corpi straziati di una ragazza uccisa e di una che ancora adesso è ai limiti della sopravvivenza, ci restano le foto pubblicate su Facebook, riproposte così insistentemente… ci restano immagini che tutti, più o meno abbiamo vissuto: il momento del ‘cazzeggio’ prima dell’entrata in classe, che improvvisamente si trasformano in uno scenario di guerra, ci restano risate, chiacchiere, magari il timore di un’interrogazione imminente… tutto che improvvisamente si trasforma, finisce. Ieri mi sono ritrovato a pensare: quella ragazza poteva essere mia figlia, ma alla fine, più che nei genitori, ho finito comunque per immedesimarmi in lei, immaginandomi a scherzare sul bus che ti porta a scuola, in attesa di un giorno come gli altri, in quel periodo di fine anno, dove chi va bene va  a scuola ‘tanto per’  e chi invece va male deve passare interrogazioni a raffica per cercare di recuperare… e poi, tutto che finisce. E ho provato una gran malinconia, perché poi alla fine,per dire, gli attentati sono sempre da condannare, ma in fondo ci sono delle differenze: Falcone e Borsellino pensavano di essere in guerra  e avevano messo in preventivo di essere vittime di un attentato… ma una ragazza di sedici anni, di un paesino di provincia che come ogni mattina prende l’autobus per andare  a scuola, ma che colpa ha? La speranza (l’ultima a morire anche in Italia, dove non si risolve mai nulla, dove per esempio a 30 di distanza ancora non è dato di sapere nulla nemmeno sulle sorti di Emanuela Orlandi, altra vittima incolpevole di non si sa nemmeno bene cosa) è che almeno stavolta si riesca a dare un nome all’Infamia; altrimenti, beh, rassegnamoci a vivere in un luogo dove si possono compiere stragi orrende rimanendo impuniti…