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STEPHEN KING: 22 /11/ ’63

Cominciamo con qualche domandina, facile facile: fermereste la mano di Gavrilo Princip il 28 giugno 1914? Avreste il coraggio di tornare a Vienna, agli inizi del 1908 ed avere il sangue freddo necessario a togliere di mezzo un anonimo aspirante artista che risponde al nome di Adolf Hitler? Fareste una telefonata anonima al Guglielmo Marconi di Bologna la sera del 27 giugno del 1980 inventandovi qualcosa per ritardare la partenza del volo IH870, quel tanto da permettergli di atterrare tranquillamente al Punta Raisi ? Chiamereste la stazione del capoluogo emiliano il 2 agosto dello stesso anno per avvertire che lì sta per esplodere una bomba? Avreste cercato di incontrare ‘per caso’ il Presidente della DC,  nei primi mesi del 1978, per avvertirlo di un sequestro programmato ai suoi danni?

Interrogativi affascinanti e per molti versi inquietanti… Jake Epping è una persona come tante, che si ritrova davanti alla possibilità di rispondere a questa domanda, materializzatasi in uno strano buco temporale, una porta aperta sul 9 settembre del 1958. Una data anonima, un giorno tra tanti… tuttavia… tuttavia, se si ha la pazienza di aspettare, la capacità di adattamento necessaria a vivere per poco più di cinque anni in un passato dove i televisori sono in bianco e nero e si vedono male, dove i computer, i cellulari e Internet potrebbero ben figurare su un volume dell’Urania, dove tutto, dall’abbigliamento, alle convenzioni sociali, al linguaggio è distante oltre mezzo secolo… se avete la pazienza di vivere in un mondo dove il rock ‘n roll sta ancora lanciando i primi vagiti… se, avete il coraggio di vivere tutto questo (magari aiutati da un annuario dei risultati sportivi che vi permette di scommettere andando abbastanza sul sicuro), allora forse potete anche pensare, che ne so, di impedire a Harvey Lee Oswald di ammazzare il Presidente Kennedy… e magari, col tempo, vivere mezzo secolo fa vi potrebbe pure piacere… potreste addirittura incontrare la donna della vostra vita, per dire.
Solo che, insomma, il Passato è una brutta bestia: non è che se ne sta lì lì buono buono a lasciare che il primo fesso di passaggio cerchi di cambiare la Storia. Nononono, non è così che vanno le cose… il Passato è passato:  granitico e sicuro della propria immutabilità e se qualcuno si agita quel tanto da tentare di cambiarlo, beh, allora il blocco di granito assume le sembianze di un serpente pronto a schizzarti negli occhi il suo veleno e mandarti al creatore in cinque minuti e, attenzione, anche nell’ipotesi che riusciste a portare avanti il compito, non è che detto che i risultati sarebbero quelli sperati…

Ne “La Zona Morta”, uno dei suoi romanzi più celebri, Stephen King ci raccontava di un uomo che, uscito dal coma, scopriva di avere la possibilità di ‘leggere’ il passato e il futuro della persone e della sua ‘missione impossibile’ volta ad impedire l’ascesa al potere di un politico che avrebbe portato il mondo dritto dritto alla Terza Guerra Mondiale; a trent’anni circa di distanza, il ‘Re’ affronta il percorso a ritroso, ponendo il suo protagonista nelle condizioni di cambiare la storia… da qui, parte il solito meccanismo oliato (più o meno) alla perfezione, che offre a King il consueto ‘pretesto’ per parlare d’altro: stavolta, per gettarsi a capofitto negli Stati Uniti di cinquant’anni fa e passa: un mondo più tranquillo ed educato, meno frenetico e per certi versi ‘civile’, certo solo se si parla di bianchi, anglosassoni e protestanti, per gli afroamericani, tutt’altra storia chiaramente… Un mondo in cui vivere può essere molto facile, se si è disposti a rinunciare alle comodità tecnologiche del presente, ma dove anche intrecciare una qualsiasi relazione sentimentale può comportare dei problemi, visti i modi dell’epoca… e dove bisogna stare molto attenti a scommettere – e vincere – perché gli allibratori non sono persone del tutto raccomandabili.

Stephen King si diverte a offrire la sua personale visione dei viaggi del tempo e della storia, erige un monumentale omaggio all’America di quegli anni, ci racconta una complicata storia d’amore e nel ci racconta di un’impresa coraggiosa e disperata, delle buone intenzioni che, come al solito, lastricano la via dell’Inferno. A tratti lo si può trovare un pò dispersivo, un filo lento, ma come al solito King si prende tutto il tempo – e le pagine – per mettere ogni tassello al suo posto, per collocare persone, cose, eventi ognuno al suo posto, prima di alzare il sipario sul finale che come al solito diventa una corsa a perdifiato in cui tutto cambia in continuazione e in cui il lettore resta sospeso in attesa di capire come realmente andranno le cose.

Dopo il plumbeo “The Dome”, dove ci aveva raccontato la genesi di una dittatura, offrendoci un ‘cattivo da antologia’, in 22/11/’63 King ci offre un clima più solare, quasi ‘favolistico’ (pur con le sue ombre) che flirta con la fantascienza classica e sconfina nell’ucronia: in quella che è l’ennesima efficacissima prova di un grande narratore.

STEPHEN KING – THE DOME

In una limpida mattina d’autunno, attorno ad una cittadina del Maine si materializza improvvisamente una sorta di cupola impenetrabile, che la isola dal resto del mondo. La popolazione reagisce dapprima con il prevedibile, più totale, sconcerto, mentre si susseguono incidenti stradali e aerei, uccelli cadono dall’altro dopo aver sbattuto contro l’oggetto misterioso, qualcuno si ritrova addirittura con un braccio amputato, facendo una brutta fine.
Il primo a cogliere la palla al balzo è un funzionario locale, che in quattro e quattr’otto organizza una sorta di ‘dittatura municipale’, creando abbastanza agevolmente su un corpo di polizia di stampo nazistoide (ci vuole poco, a portare dalla propria parte mezzi delinquenti e bulli del liceo, quando gli metti in mano una pistola e gli dai un qualche tipo di distintivo che gli permetta di fare il porco comodo loro…) ed eliminando, anche fisicamente, chiunque gli intralci la strada, mentre i ‘buoni’ cercano di venire a capo del mistero…  A rischio di apparire esagerati, “The Dome” può essere definito come il romanzo più ‘politico’ di Stephen King. Lo scrittore del Maine ci ha abituato altre volte a usare trame horror o soprannaturali per ‘parlare d’altro’: è la sua maggiore cifra stilistica, e la ragione principale del suo successo, fin dal 1974, quando con “Carrie” prese a pretesto le vicende di un’adolescente dotata di poteri paranormali per mettere l’accento sugli aspetti più sinistri e crudeli dell’adolescenza e del mondo delle scuole superiori. King ha usato lo stesso stratagemma per parlare dei rapporti di coppia e all’interno delle famiglie, dell’infanzia, della religione e dell’essere scrittore, fino ad affrontare il tema delle dinamiche sociali in certe ‘comunità chiuse’, nei tanti romanzi ambientati nella a Castle Rock, in cui l’avvenimento soprannaturale del caso serviva a portare alla luce rancori, invidia, follie sopite e a mostrare la fragilità delle convenzioni sociali in cui viviamo.
Volendo fare un parallelo, ecco che nel caso di “The Dome”, mostrando la repentina discesa nel totalitarismo della comunità di Chester’s Mill, Stephen King ci mostra quanto in fondo fragile sia ciò che noi intendiamo come ‘democrazia’. Basta veramente poco – l’azione si svolge nel corso di una settimana – per mettere in crisi quelle che noi chiamiamo conquiste, raggiunte in duecento anni e passa (ricordiamo che gli U.S.A. sono la prima democrazia compiuta del globo, la cui Costituzione, ancora ineguagliata, mette al primo posto il ‘diritto alla felicità’ dell’inidividuo, ed è stata il punto di partenza per le carte costituzionali e le varie ‘dichiarazioni dei diritti’ di mezzo mondo). Basta poco, solo che una cittadina insignificante resti isolata dal resto del mondo e poco importa che la cupola che la avvolge sia trasparente, in senso ‘reale’ e ‘figurato’: a differenza degli altri ‘microcosmi’ kinghiani – che in effetti rimanevano ‘accessibili’ al resto del globo, che però sostanzialmente li ignorava –  le cui vicende  più o meno tetre e sanguinose giungevano al resto del mondo come echi evanescenti, nel caso di Chester’s Mill, tutto avviene davanti agli occhi del mondo: King ci fa sapere che la vicenda della cupola ha calamitato l’attenzione dell’intero globo, che è perfettamente a conoscenza del lento scivolare della comunità verso la dittatura, ma nessuno può farci nulla. Il parallelo con le tante dittature in giro per il globo nei confronti delle quali la comunità internazionale appare impotente, per motivi molto più ‘terra-terra’, rispetto all’evento soprannaturale di “The Dome” è immediato, così come altrettando immediato è pensare che dietro al romanzo, nonostante il passare del tempo (il libro è datato 2009) si agitino le ombre dell’11 settembre, non a caso più volte citato nel corso del volume (il che ci suggerisce come quell’evento sia ancora ‘vivo’ e tutt’altro che superato nella società americana).
La lettura di “The Dome” è terrificante: non tanto per la vicenda della cupola in se  (tornando al discorso di prima, raramente King si è tanto disinteressato della vicenda di partenza per parlare d’altro come in questo caso (ovviamente questo non vuole dire che il ‘re’ non ci risparmi il suo abituale ‘climax’, scatenando uno dei suoi proverbiali ‘climax’ deflagranti e regalandoci una spiegazione del ‘mistero’ come al solito spiazzate) quanto per il modo in cui l’autore ci mostra la disarmante facilità con cui quello che noi diamo per scontato può crollare come un fragile castello di sabbia: in fondo ci vuole solo la ferma volontà di chi gestisce le leve del potere (convinto magari di ubbidire alla volontà di Dio, il fanatismo religioso è un altro filo conduttore della narrativa di King, che della ‘fede’ mette spesso in mostra gli aspetti più inquietanti) , un congruo numero di persone che siano disposte a prestare giuramento in cambio di poter calpestare le regole che essi stessi hanno giurato di rispettare (e quando questi poliziotti improvvisati picchiano e violentano senza remore, al lettore italiano non possono non venire in mente i casi di Cucchi, Aldrovandi e tutti gli altri) e la solita, immancabile, ‘maggioranza silenziosa’, che allorché gli si sventola davanti un pretesto per aver paura, si rifugia tra le ‘braccia sicure’ dell’uomo ‘forte’ (e in un periodo di crisi come questo, in cui un giorni si e l’altro pure in televisione ci viene mostrata l’immagine di certi ‘salvatori della patria’, l’effetto per il lettore italiano è ancora più inquietante).
Ancora una volta, si correrà il rischio di esagerare, ma con “The Dome” King scrive un duro ed efficacissimo trattato sulla ‘nascita di una dittatura’, più potente di tanti saggi: più potente perché travestito da romanzo, più potente perché, metre le opere accademiche finiscono sugli scaffali di pochi, “The Dome” sarà nelle librerie di milioni di persone. Il messaggio è chiaro: teniamo gli occhi aperti, perché ciò che consideriamo un dato acquisito potrebbe esserci tolto repentinamente, magari senza che nemmeno ce ne accorgiamo…