Posts Tagged ‘Rino Gaetano’

SALAMONE, “PERICOLI E BALLATE (LIBELLULA DISCHI)

Vincenzo Salamone, o semplicemente Salamone, giunge alla seconda prova sulla lunga distanza dopo i più che discreti riscontri dell’esordio “Il Palliativo”.

Dieci brani e l’impressione che il cantautore siciliano abbia voluto ampliare gli orizzonti; partendo certo dalla natia Palermo e dalle sue contraddizioni, cui è dedicata la title-track, ma successivamente eccolo dipingere le atmosfere della Parigi di fine ‘800, raccontare una storia di ‘tradimento per solitudine’ in tempi di guerra, omaggiare Neruda e nel frattempo ritornare sulle coste del Mediterraneo, luoghi di speranze e tragedie o a tratteggiare personaggi ‘al limite’, per carattere e sensibilità destinati a perire di fronte al cinismo dell’oggi, parentesi dedicata alla ricerca spirituale come via per una vita più semplice, meno appesantita dalla troppa materialità contemporanea.

Un disco il cantautore siciliano appare volersi cimentare in uno stile sonoro più variegato: non mancano i colori sgargianti del disco precedente, con quell’impressione da sgangherata banda di Paese che, pur godibile, aveva portato una certa idea di già sentito; si approfondisce per certi versi il rapporto col jazz, con tendenze swing e qualche atmosfera di maggiore raccoglimento; si fanno maggiormente marcate certe impressioni cantautorali, con l’ombra di Rino Gaetano a continuare a far capolino di tanto in tanto, ma forse con la ricerca di uno stile più autonomo; si fa largo una certa predilezione per atmosfere acustiche, come nella lunga ballata finale dominata dall’armonica.

Salamone affronta insomma la proverbiale difficoltà della seconda prova accettando la sfida, cercando di non ripetersi; provando a percorrere strade ‘laterali’, che non perdono di vista i riferimenti della ‘via maestra’, ma che consentono di scorgere panorami diversi, anche accettando il rischio, talvolta, di non giungere compiutamente alla meta.

Il cantautore palermitano appare insomma almeno in parte volersi mettere in gioco e “Pericoli e ballate” si lascia apprezzare soprattutto per questo.

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LOSBURLA, “STUPEFACENTE!” (INRI / ALABIANCA)

Secondo disco per Roberto Sburlati alias Losburla, chiamato alla prova del secondo disco che, come diceva qualcuno, è sempre il più difficile; opera ancora più complicata, se si vuole, dato che c’era in un certo senso da rispondere alle attese createsi col primo lavoro, ottimamente accolto dalla critica.

E forse l’unico modo per alleggerire la pressione di un riscontro almeno in parte inaspettato, era quello di affidarsi alle proprie sicurezze, almeno in parte di ritrarsi in sé stessi, riducendosi all’essenziale, nelle parole (marcando magari l’impronta autobiografica) e nei suoni, agendo in larga parte per sottrazione, con l’aiuto in fase di produzione di Carmelo Pipitone dei Marta sui Tubi, col quale qui viene inaugurata la collaborazione.

Undici pezzi, che veleggiano dall’insospettabile title track messa in apertura, un parlato su base elettronica che sfiora l’hip hop e il brano dal vivo che chiude il disco, una cover dei poco conosciuti Truzzi Broders; nel corso della navigazione, si toccano lidi new wave e fiordi stoner, la tradizione cantautorale stella polare di una rotta che attraversa in ugual misura acque rock e pop, mari mossi dall’elettricità, tranquilli specchi d’acqua acustici.

Il cantautore, astigiano di nascita, ma da tempo trapiantato a Torino, racconta sogni, riflette sul proprio essere musicista, sugli errori compiuti che alla fine non si sono rivelati tali, su ciò che si vuole e non vuole essere; si sofferma sui ‘massimi sistemi’: essere / apparire, la smania che spinge tanti alla ricerca compulsiva del riempimento di ogni spazio / tempo disponibile, la Storia e la memoria; trova lo spazio per una parentesi sentimentale e per una dedica – commiato da chi se n’è andato.

L’umore ondeggia costantemente tra malinconia e ironia, all’insegna un certo disincanto: a tratti ci si figura un Rino Gaetano cresciuto tra le nebbie delle Langhe e all’ombra delle Alpi.

Losburla riesce così a superare la difficile prova del secondo lavoro, giocando per lo più la carta delle atmosfere raccolte, ma pronto – come testimonia più di un brano – a riaprirsi al mondo esterno.

SALAMONE, “IL PALLIATIVO” (INDIESOUNDSBETTER / BELIEVE / LIBELLULA DISCHI)

Salamone (e basta, altro non è dato sapere), artista da qualche anno attivo sulla scena palermitana e siciliana in genere, giunge al primo disco, all’insegna di un variopinto mix di suggestioni popolari e contaminazioni moderne.

Dieci brani in cui un’estrazione popolaresca, dominata dal gusto dell’aneddoto e del tratteggio dei caratteri, viene tradotta con suoni a cavallo tra la jazz band e la banda di Paese, senza rinunciare a qualche coloritura rock e pop, che non guasta.

Utilizzando un cantato dai toni sguaiati, con la costante tendenza ad andare sopra le righe, Salamone affronta paradossi e paranoie odierne, illustra piccoli manuali di sopravvivenza quotidiana alla decadenza dei rapporti interpersonali, attinge da ricordi infantili o dal vissuto personale, anche riflettendo sul ruolo dell’artista, spesso all’insegna di una frustrazione quotidiana che a volte può sfociare nella depressione; una disco che ricorre in larga parte alla metafora, quando non all’allegoria, ma che non rinuncia ad un esplicita citazione dalle cronache, ricordando la vicenda di Carlo Giuliani.

Un lavoro che si fa apprezzare per suoni e parole, a cavallo tra Buscaglione e Rino Gaetano, ricordando in qualche episodio anche Sergio Caputo… disco che tra l’altro ha ottenuto un ottimo riscontro presso la ‘critica ufficiale’, guadagnandosi una candidatura alle Targhe Tenco, proprio nella sezione esordi.

“Il Paliativo” appare tuttavia scontare un po’ l’appartenenza a un filone che negli ultimi anni è stato ampiamente battuto nella discografia italiana: non si può negare che negli ultimi anni, band e autori che hanno mescolato le proprie ascendenze popolari con pop, rock e jazz, magari ricorrendo alla carta dell’ironia e del sarcasmo, siano spuntate come funghi… e se quello di Salamone rappresenta un esempio riuscito del ‘genere’, sulla lunga distanza non riesce ad evadere dalla sensazione del già sentito.

Il cantautore siciliano sembra comunque poter contare sulla personalità necessaria a distinguersi in futuro tra le tante proposte del genere.

EUGENIO RODONDI, “OCRA” (PHONARCHIA DISCHI – LIBELLULA MUSIC /AUDIOGLOBE)

A tre anni di distanza dall’esordio di “Labirinto”, torna il cantautore torinese Eugenio Rodondi.

Dovendo scegliere un titolo ‘evocativo’, andare sui colori diventa una scelta logica, quasi immediata: si legge “Ocra” e si pensa subito alla terra, magari a quella d’estate, screpolata dal sole… se poi in copertina, sullo sfondo di un giallo quasi accecante, si staglia la silhouette di una cicala, all’interno della quale è disegnato un cuore rosso frastagliato da crepe, le suggestioni aumentano…

“Ocra” è, in effetti, un disco estivo: sarà forse per l’andamento spesso quasi indolente, sarà per certi climi ‘blues’ accresciuti dal frequente intervento di un’armonica che evoca paesaggi assolati degli Stati Uniti del sud… in buona parte, perché l’estate viene se non altro evocata, nella rilettura della favola della cicala e la formica (‘La cicala del mondo’) in cui la prima passa il tempo a cantare perché sa che di tempo gliene rimane poco, o nelle ombre dei ‘nuovi schiavi’ del caporalato (‘La notte dei Camaleonti’): il cerchio alla fine si chiude: le piantagioni di cotone in cui si originò il blues, vengono sostituite oggi dalle coltivazioni di pomodori…

Nato dalla collaborazione tra Rodondi e Phonarchia Dischi, i suoni frutto del contributo degli Etruschi from Lakota, “Ocra” si snoda lungo dieci brani in cui Eugenio Rodondi, sospeso tra Fabrizio De André e Rino Gaetano con una spruzzata di Dalla e un pizzico di Edoardo Bennato, parla di relazioni sentimentali concluse (‘Trattamento di fini rapporti’) giunte ad una fase di stallo (nella title track) o che proseguono nonostante tutto (‘La canzone moschina’); un disco che parla di ricerca della propria identità (‘La maschera bianca’) che in ‘Horror vacui’ affronta il tema (ormai onnipresente nei cantautori dell’ultima generazione) del precariato lavorativo ed esistenziale, e quello dell’omosessualità nella cover di ‘Mariel e il Capitano’, brano degli anni’70 degli argentini Sui Generis; che parla di depressione in ‘Briciole di pane’ e che raggiunge il suo apice, commovendo, in ‘Dov’è Laura’, storia di una giovane ragazza che nel corso di una gita scolastica cede “alla smania di andare a vedere in anticipo sul nostro dovere”, lasciando chi resta a cercare il senso di una scelta tanto estrema e a fare i conti con una mancanza simboleggiata da un “telefono spento che non risponderà”: un brano che si erge una spanna al di sopra del resto del lavoro, valendone l’intero ascolto.

DR. PANICO, “SO’ RAGAZZI” (NEW MODEL LABEL)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per il lucano di nascita e romano d’adozione Filippo De Lisa, alias Dr. Panico.

Nove brani sul filo dell’ironia (a tratti viene in mente Rino Gaetano) a osservare la realtà delle ‘giovani’ generazioni, quelle per intenderci a cavallo tra adolescenza e definitiva maturità, all’insegna della precarietà lavorativa (o talvolta del procrastinare i tempi dell’Università in attesa di ‘prendere delle decisioni), tra sogni di fuga, derive sentimentali, serate nei locali, qua e là con un occhio particolare al mondo musicale…

Dr. Panico svolge il tema per mezzo di una scrittura in cui l’autore riporta stralci di conversazioni, come se riproducesse quanto detto in determinate situazioni al proprio interlocutore, o magari dialoghi solo immaginati, o considerazioni svolte fra se e se…

Dr. Panico ‘se la canta  – con un mood sempre sospeso, sempre sul filo di un disincanto vagamente scazzato – e se la suona praticamente tutto da solo – con la notabile eccezione di Luigi Salvia, a occuparsi dei fiati, cui si aggiunge Enzo Lofrano alle voci; ospite in un brano Jocelyn Pulsar.

L’esito appare riuscito, sebbene qualche episodio sia forse un pò troppo lungo e sulla lunga distanza si avverte un filo di monotonia, come se il passo lento, cadenzato, che caratterizza tutto il lavoro avesse bisogno di qualche momento in più di accelerazione.

INVERS, “DAL PEGGIORE DEI TUOI FIGLI” (VINA RECORDS)

Disco d’esordio per gli Invers, quartetto proveniente da Biella; la formula, in parte, è quella ascrivibile a band di maggiore successo come Il Teatro degli Orrori: liriche incendiarie declamate – più che cantate – che si stagliano su una componente sonora che attualizza certe sonorità eighties, punk e post: c’è già chi l’ha battezzato ‘revival post-punk’, ma si sa che le etichette lasciano il tempo che trovano…

Più interessante soffermarsi sugli esiti del disco che, fin dal titolo, “Dal peggiore dei tuoi figli”, lascia intravedere il filo conduttore dello sguardo corrosivo gettato sulla società circostante: la dedica è diretta all’Italia, della quale la ‘voce narrante’ esalta il solito campionario di nequizie e piccinerie…

Il tutto accompagnato da una buona dose di ‘pompa’, all’insegna di chitarre dal sapore wave, talvolta dotate di un’attitudine leggermente più sferragliante, a veleggiare sul solido terreno costruito da una classica sezione ritmica ‘quadrata’.

Undici tracce  che in fondo appaiono funzionare (meno la cover di Mio fratello è figlio unico di Gateano, che lascia il tempo che trova) per quanto i suoi elementi costitutivi – sonori e testuali – non siano dotati di tutti i crismi dell’originalità: lo si può insomma considerare un buon inizio, in attesa che la band trovi un’impronta stilistica più marcatamente autonoma.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

MAPUCHE, “L’UOMO NUDO” (VICEVERSA / HALIDON)

Dopo essersi fatto conoscere – e apprezzare – con un precedente Ep, intitolato “Anima Latrina” (ogni riferimento era puramente voluto), il catanese Enrico Lanza si cimenta nella prima prova sulla lunga distanza: undici brani (poco meno di quaranta minuti la durata complessiva) grazie ai quali il cantautore catanese entra a buon diritto nel filone più corrosivo e se il termine è consentito, ‘antieroico’ del cantautorato italiano.

Ascoltando “L’uomo nudo” il primo nome che viene in mente, per l’atteggiamento sardonico è quello di Rino Gaetano, ma tra le pieghe del disco si intravede un filo della vena nichilista di Piero Ciampi (Al mio funerale) , o dello sguardo disincantato di Claudio Lolli (L’atto situazionista), mentre un brano come Io non ho il clitoride, sarebbe probabilmente piaciuto a Lucio Dalla.

Tra cantautorato, folk ‘sghembo’ e low-fi e improvvise accelerazioni all’insegna di ruvidità trasandate, Lanza interpreta testi all’insegna dell’osservazione del sè e del ‘mondo che gira intorno’, attraverso uno stile variegato che raramente resta nei binari del ‘bel cantare’, sempre pronto a deragliare, tra scazzo, nervosismo, vivacità venata di follia, spesso improntato a una vocalità sguaiata, che non di rado varca i confini dello ‘schiamazzo’.

Attorno, suoni consueti e altri meno: alla chitarra acustica imbracciata dal protagonista, si affiancano di volta il volta synth, mandolino, banjo, organi e rumori vari, per la maggior parte frutto dell’intervento di Lorenzo Urciullo (Colapesce); tra le altre partecipazioni, vale almeno la pena di segnalare quella di Cesare Basile all’ukulele.

Non sarà un fenomeno, Mapuche; in ogni caso, in una scena italiana che negli ultimi tempi ha prodotto una serie di autori che, per quanto valenti, appaiono tutti essere accomunati da prendersi dannatamente sul serio, mancava una sana dose di ironia e sguaiatezza: Cesare Lanza si candida seriamente a riempire il vuoto, portandoci una sana dose di riflessiva leggerezza.

LOSINGTODAY