Posts Tagged ‘Cesare Basile’

LA SERPE D’ORO, “IL PANE E LA SASSATA” (SIBERIA RECORDS)

Tornano i ‘Toscani randagi‘ (citando il titolo del loro primo lavoro, uscito quattro anni fa) capitanati da Igor Vizzaz e per questo progetto che rilegge Il canzoniere popolare toscano.

I 18 brani presenti (includendo anche i vari ‘stasimi’ di ‘Sotto il ponte della Sieve’, una sorta di ‘progetto nel progetto’, nato dalla collaborazione di Vazzaz con il chitarrista jazz Claudio Riggio e Stefano Giannotti di OTEME, estratto di una registrazione originale di 70 minuti) attraversano dunque un repertorio prettamente ‘popolare’, fatto di ballate d’amore, ninne nanne, filastrocche ‘licenziose’, arrivando a al Boccaccio di ‘Amor la vaga luce’, tratta dal “Decamerone” (forse inevitabile il riferimento all’opera, ambientata ai tempi della peste fiorentina, in un disco in parte realizzato nei tempi della ‘clausura’ dello scorso anno), ma che vive anche di riferimenti contemporanei, tra lo Jannacci di ‘Sfiorisci bel fiore’ e la rilettura del ‘Folsom Prison Blues’ di Johnny Cash, qui trasferito nel carcere di Marassi.

L’operazione non si limita comunque a una ‘rilettura calligrafica’ del materiale originario: per loro stessa affermazione, i componenti de La Serpe d’Oro “Non suonano come contadini”, ma riportano la propria formazione personale, dando al tutto una veste ora blues, ora country, ora – negli episodi forse più riusciti – quella di un folk crepuscolare e vagamente ‘sghembo’ che può ricordare certe analoghe sperimentazioni condotte, ad esempio da un Cesare Basile.

Ispirati dall’opera dell’etnomusicologa Caterina Bueno, “La Serpe d’Oro” assemblano un disco variegato, che si presta a offrire qualcosa di più ad ogni ascolto.

“Il pane e la sassata” vuol dire più o meno che le cose possono andare nel migliore o nel peggiore dei modi: in questo caso, tutto scorre per il verso giusto.

VEIVECURA, “GOODMORNING UTOPIA” (LA VIGNA DISCHI)

Un concept deditato all’utopia; tesi: l’entusiasmo per le grandi speranze; antitesi: il risveglio spesso brusco per la mancata realizzazione del sogno (rappresentato dall’evocazione del celeberrimo rigore fallito da Baggio nella finale dei Campionati del Mondo del ’94) ; sintesi: il fatto che in fondo il puntare in alto, verso l’irrealizzabile, rappresenta pur sempre un percorso di crescita.

A mettere, soprattutto in musica (solo episodico l’elemento vocale), queste idee è Davide Iacono col suo progetto Veivecura, partito nel 2008 e giunto al terzo disco sulla lunga distanza, avendo vissuto un’esperienza che lo ha portato ad affiancare e collaborare, con nomi importanti della scena italiana indipendente come Umberto Maria Giardini – Moltheni, Cesare Basile, Amor Fou,  Zen Circus.

Nella sua consistenza soprattutto strumentale, “Goodmorning Utopia” è uno di quei lavori che, abbastanza puntualmente, finiscono per avere una spiccata attitudine immaginifica, stimolando l’ascoltatore nell’evocazione di immagini e paesaggi; che molti lavori del genere, il disco finisce per avere un’inclinazione quasi cinematografica.

Ampia la gamma di suoni adottati, da Iacono e dai numerosi collaboratori che l’hanno accompagnato in questo cammino: domina l’intensità pianistica, ma c’è ampio spazio per le chitarre, per una sezione ritmica che affianca acustica ed elettronica, per sezioni di fiati ed archi, abbastanza consuete in questo tipo di lavori.

Un disco intenso, che seguendo il filo del discorso sul senso e lo scopo delle utopie alterna momenti di solarità, di impeto ottimista, a parentesi malinconiche, apertamente sottotono a dipingere i momenti di delusione che prima o poi incontra qualsiasi utopia.

Una confezione formale gradevole, un’attenzione alla compostezza che pur lasciando spazi più che adeguati alla grana sentimentale, a tratti sembra limitarla un po’ per un lavoro che comunque efficace in più d’uno dei suoi nove episodi, spalmati su poco più di mezz’ora di durata.

Chi volesse conoscere direttamente la musica di Veivecura, può farlo qui.

MAPUCHE, “L’UOMO NUDO” (VICEVERSA / HALIDON)

Dopo essersi fatto conoscere – e apprezzare – con un precedente Ep, intitolato “Anima Latrina” (ogni riferimento era puramente voluto), il catanese Enrico Lanza si cimenta nella prima prova sulla lunga distanza: undici brani (poco meno di quaranta minuti la durata complessiva) grazie ai quali il cantautore catanese entra a buon diritto nel filone più corrosivo e se il termine è consentito, ‘antieroico’ del cantautorato italiano.

Ascoltando “L’uomo nudo” il primo nome che viene in mente, per l’atteggiamento sardonico è quello di Rino Gaetano, ma tra le pieghe del disco si intravede un filo della vena nichilista di Piero Ciampi (Al mio funerale) , o dello sguardo disincantato di Claudio Lolli (L’atto situazionista), mentre un brano come Io non ho il clitoride, sarebbe probabilmente piaciuto a Lucio Dalla.

Tra cantautorato, folk ‘sghembo’ e low-fi e improvvise accelerazioni all’insegna di ruvidità trasandate, Lanza interpreta testi all’insegna dell’osservazione del sè e del ‘mondo che gira intorno’, attraverso uno stile variegato che raramente resta nei binari del ‘bel cantare’, sempre pronto a deragliare, tra scazzo, nervosismo, vivacità venata di follia, spesso improntato a una vocalità sguaiata, che non di rado varca i confini dello ‘schiamazzo’.

Attorno, suoni consueti e altri meno: alla chitarra acustica imbracciata dal protagonista, si affiancano di volta il volta synth, mandolino, banjo, organi e rumori vari, per la maggior parte frutto dell’intervento di Lorenzo Urciullo (Colapesce); tra le altre partecipazioni, vale almeno la pena di segnalare quella di Cesare Basile all’ukulele.

Non sarà un fenomeno, Mapuche; in ogni caso, in una scena italiana che negli ultimi tempi ha prodotto una serie di autori che, per quanto valenti, appaiono tutti essere accomunati da prendersi dannatamente sul serio, mancava una sana dose di ironia e sguaiatezza: Cesare Lanza si candida seriamente a riempire il vuoto, portandoci una sana dose di riflessiva leggerezza.

LOSINGTODAY