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NICOLO’ CARNESI, “GLI EROI NON ESCONO IL SABATO” (MALINTENTI)

La cifra comune a molti dei più recenti esponenti della canzone d’autore italiana è una certa tendenza a quella che si potrebbe definire ‘introspezione depressiva’: non che sia necessariamente un male (banalmente, dipende dai risultati), ma insomma il periodo già in sé non incoraggia all’allegria, e non è che ci sia tanto bisogno di autori che ci ‘riportino alla realtà’, descrivendoci le nequizie del mondo che ci circonda, o dandoci conto della propria disperazione…

Allora, in questo panorama, ben venga chi magari la butta in farsa (vedi Mapuche, con il recente “Uomo nudo”) o chi, come il palermitano Nicolò Carnesi sceglie di raccontare il proprio vissuto  – tra insicurezze e  nevrosi – o il prorpio ‘sguardo sul mondo’, attraverso un mix di leggerezza e disincanto.

Fin dalle prime note di “Gli eroi non escono il sabato” (chissà se il rimando a “I milanesi ammazzano il sabato” degli Afterhours è voluto o no), il cantautore mette subito in chiaro che al lato prettamente sonoro della faccenda viene attribuita importanza analoga a quella squisitamente testuali: ad  accompagnare Carnesi,  un nutrito  manipolo di musicisti, trai quali spiccano Brunori e Toti Poeta.

Un ‘corpo sonoro’ che rimanda talvolta all’indie – pop d’oltreoceano, pronto a colorarsi in alcuni episodi di sferzate elettriche southern o vaghe ruvidità alt. country. Un mix sonoro che, con poche eccezioni, è dominato dall’inizio alla fine da una luminosa solarità, mentre il cantautore palermitano interpreta, con una vérve sospesa tra ironia, velato disincanto, un filo di ‘scazzo’, testi caratterizzati da una scrittura mai anonima, sempre pronta a sfiorare terreni surreali, attenta anche negli episodi più riflessivi a non immergersi mai nella banalità dell’autocommiserazione.

“Gli eroi non escono il sabato” è insomma un disco leggero che arriva in un momento in cui di leggerezza c’è un gran bisogno, senza che questo intendiamoci voglia dire mettersi i paraocchi di fronte a tempi decisamente non esaltanti; chi preferisce deprimersi, e immergersi nelle acque del  ‘mondo crudele in cui viviamo’ è vivamente consigliato di tenersi alla larga.

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MAPUCHE, “L’UOMO NUDO” (VICEVERSA / HALIDON)

Dopo essersi fatto conoscere – e apprezzare – con un precedente Ep, intitolato “Anima Latrina” (ogni riferimento era puramente voluto), il catanese Enrico Lanza si cimenta nella prima prova sulla lunga distanza: undici brani (poco meno di quaranta minuti la durata complessiva) grazie ai quali il cantautore catanese entra a buon diritto nel filone più corrosivo e se il termine è consentito, ‘antieroico’ del cantautorato italiano.

Ascoltando “L’uomo nudo” il primo nome che viene in mente, per l’atteggiamento sardonico è quello di Rino Gaetano, ma tra le pieghe del disco si intravede un filo della vena nichilista di Piero Ciampi (Al mio funerale) , o dello sguardo disincantato di Claudio Lolli (L’atto situazionista), mentre un brano come Io non ho il clitoride, sarebbe probabilmente piaciuto a Lucio Dalla.

Tra cantautorato, folk ‘sghembo’ e low-fi e improvvise accelerazioni all’insegna di ruvidità trasandate, Lanza interpreta testi all’insegna dell’osservazione del sè e del ‘mondo che gira intorno’, attraverso uno stile variegato che raramente resta nei binari del ‘bel cantare’, sempre pronto a deragliare, tra scazzo, nervosismo, vivacità venata di follia, spesso improntato a una vocalità sguaiata, che non di rado varca i confini dello ‘schiamazzo’.

Attorno, suoni consueti e altri meno: alla chitarra acustica imbracciata dal protagonista, si affiancano di volta il volta synth, mandolino, banjo, organi e rumori vari, per la maggior parte frutto dell’intervento di Lorenzo Urciullo (Colapesce); tra le altre partecipazioni, vale almeno la pena di segnalare quella di Cesare Basile all’ukulele.

Non sarà un fenomeno, Mapuche; in ogni caso, in una scena italiana che negli ultimi tempi ha prodotto una serie di autori che, per quanto valenti, appaiono tutti essere accomunati da prendersi dannatamente sul serio, mancava una sana dose di ironia e sguaiatezza: Cesare Lanza si candida seriamente a riempire il vuoto, portandoci una sana dose di riflessiva leggerezza.

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LA PLAYLIST DI MARZO

La marcia dei colitici    Giorgio Gaber
The Uncle Meat variations   Frank Zappa
Mysterious Traveller      Weather Report
The Daffodil and the Eagle  Shakty with John McLaughlin
Spiralia         The Radiata 5tet
Adython          Claudio Milano / Erna Franssens
Bodysnatchers             Radiohead
Universe                  Tying Tiffany
Mirror of illusions      Hawkwind
Mago sul muro             Il Cane
Prova a cercarmi          Lucia Manca
Far finta di essere sani  Giorgio Gaber
Io non ho il clitoride    Mapuche
Tengo na minchia tanta      Frank Zappa