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LAROCCA, “VENTIZEROTRE” (A PLACE TO BE / LIBELLULA MUSIC)

È un esordio che impressiona, quello del pugliese Larocca: per parole, suoni, voce.

Lavoro che ondeggia tra la riflessione sul sé e lo sguardo verso il mondo: tra amori finiti e ricordi d’infanzia, il sesso ai tempi di Internet e dei ‘social’ e la critica al conformismo, la necessità di vivere la vita come viene e di seguire le proprie aspirazioni, il racconto di una violenza tra le mura domestiche e le sue conseguenze.

Disco in questo simile a tanti altri; a fare la differenza è la forza della voce e della personalità, che ricorda molta tradizione cantautorale italiana senza ricondurre direttamente a nulla: personalmente, mi ha ricordato il Dalla più sentimentale da un lato e dall’altro Gaber, per una certa ricorrente vena declamatoria, percorrendo episodicamente sentieri più rock.

La scelta sonora è all’insegna di una ‘patina di antico’: fisarmonica e hammond, echi e suoni d’ambiente, tra canzone e popolare echi del progressive di casa nostra, suggestioni ‘floydiane’.

Una coscienza di un passato e di un’eredità che si estende anche al puro dato biografico: l’incipit e la chiusura affidati a una voce che viene da lontano, quella della nonna del cantautore.

“Ventizerotre” è un disco ‘pieno’, di suoni e parole, di quelli capaci di sopravvivere anche dopo una manciata di ascolti, di lasciare un’eco, una scia.

 

 

 

GOMMA, “USCIAMO! ORA!” (LIBELLULA MUSIC)

La leggerezza, i dubbi se le incertezze dei vent’anni, nel disco d’esordio di Gomma, duo di stanza a Bologna.

Disco nato dall’incontro del cantante e chitarrista Filippo Giglio col produttore Marco Bretoni (Lucio Dalla, Subsonica Angela Baraldi), che in corso d’opera coinvolge il batterista Andrea D’Aniello, che si occupa anche dei sample.

Sei pezzi all’insegna di un pop, leggero nei suoni (con qualche gradevole riferimento anni ’80), più riflessivo – ma senza esagerare – nelle parole: l’ansia di vivere veloce e cogliere l’attimo, piccole e grandi complicazioni sentimentali, le incognite di un futuro tutto da scrivere, gli interrogativi sulla strada giusta da prendere…

La strada giusta, in realtà, almeno sul fronte musicale, Giglio (autore di tutti i testi) e D’Aniello, sembrano averla intrapresa, certo con tutte le cautele del caso: sei pezzi e poco più di venti minuti forse non bastano a inquadrare compiutamente le potenzialità del gruppo.

La freschezza, il clima solare, mitigato da un retrogusto malinconico, lasciano comunque l’idea che i Gomma possano proseguire il loro cammino, avendo ancora carte da giocare.

VALLONE, “MULTIVERSI” (MUSITA / AUDIOGLOBE)

Vallone è Raf: attore, calciatore, partigiano e giornalista (non necessariamente in quest’ordine), tante vite vissute in un’unica esistenza, un personaggio quasi ‘mitologico’, un po’ dimenticato, probabilmente. ‘Vallone’ è Paolo Farina, che si imbarca in questo nuovo progetto dopo aver attraversato, nelle retrovie, quarant’anni di storia della canzone italiana, dalla ‘controcultura’ degli anni ’70, al ‘mondo 2.0’ dei tempi attuali.

“Multiversi” appare in effetti quasi un disco ‘fuori tempo’: per certi versi, il lavoro di un ‘sopravvissuto’, magari lo stesso protagonista della sfortunata missione narrata in “Polo Nord”, uno dei dieci brani che compongono il disco… Non che il termine ‘sopravvissuto’ debba per forza assumere una connotazione negativa: si potrebbe anche parlare del disco di un ‘resistente’, che nonostante il passare del tempo resta fedele a certi ‘stilemi’ di un passato più o meno recente: “Multiversi” è un disco che appare connotato di un sapore decisamente retrò, radicato nel cantautorato italiano a cavallo trai ’70 e gli ’80, in cui si mescolano inni al superamento delle barriere (Le montagne sono alte) o dei pregiudizi (Oltre) quasi da età dei ‘figli dei fiori’, ritratti femminili (Camilla cita John Fante), brani in cui si fanno i conti con sconfitte generazionali od aspirazioni frustrate, o semplicemente si ‘tirano le somme’ del percorso compiuto fin qui; rivelando, in controluce, tracce del Celentano più impegnato, del Dalla più autoriale, dell’amore per il blues di Pino Daniele, di certa canzone d’autore italiana che negli anni ’80 rimase forse un po’ sottotraccia schiacciata dall’età ‘del disimpegno’ (vedi alla voce Alberto Fortis), con qualche spora dell’ironia di un Sergio Caputo.

Un disco per molti versi malinconico, spesso amaro, ma che per contrasto sceglie la strada dei suoni caldi di una chitarra (strumento dominante, affiancato da una sezione ritmica composta e da qualche arrangiamento d’archi con compito ‘di sostegno’); che giostra tra rock e blues, con momenti più orientati al folk (omaggiando Bob Dylan) e parentesi ai confini del reggae, ad accompagnare un cantato che si potrebbe definire ‘garbato’, che anche negli episodi più malinconici non cede mai alla tentazioni ’melodrammatiche’ tipiche di certi cantautori dell’ultima generazione; un contrasto che alla fine è il maggior pregio di un disco che guarda al passato senza essere ‘passatista’.

ILA ROSSO, “SECONDO ME I BUONI”(INRI)

Secondo disco sulla lunga distanza per Ilario ‘Ila’ Rosso; torinese, classe ’76, Rosso aveva già attirato le attenzioni della critica col suo precedente lavoro, “Bellapresenza”, prodotto da Cristiano Lo Mele e Gigi Giancursi dei Perturbazione, che Rosso ha accompagnato in varie date del tour 2012, avendo così modo di farsi conoscere anche dal pubblico.

“Secondo me i buoni” si inserisce in quel filone del cantautorato italiano ‘serio-ma-non-troppo’, pronto a riflettere sulle storture del mondo che ci circonda, ma sempre con un accenno di sorriso, a volte sarcastico, a volte semplicemente amaro.

Dodici brani che guardano alla nobile tradizione, citando di sfuggita De André o Dalla, ma anche a tempi più recenti: il gusto per il cambio di marcia e d’atmosfera, il costante attraversamento dei generi non può che ricondurre a Capossela, con tutti i debiti distinguo e sottolineando come Rosso non sia un semplice imitatore, ma cerchi comunque di dare un’impronta stilistica sufficientemente autonoma alle proprie composizioni.

Ballate folk, marce funebri in stile New Orleans, pezzi per piano e voce, pop ‘di classe’, qualche accenno rock sono i territori che Rosso attraversa nello scorrere del disco, dietro al microfono ed imbracciando la chitarra, mentre un manipolo di compagni di strada contribuisce ad ogni tappa con archi e fiati.

Vite instabili, indecise o semplicemente incompiute, vissute all’insegna di sogni più o meno irrealizzabili; esistenze ai margini, in cui il mondo viene filtrato dal vetro di una bottiglia o dalle sbarre di un carcere; una società sbandata, in cui l’azzurro del cielo è stato sostituito da quello di una maglia da calcio, dove domina l’ansia della competizione…a salvarsi, forse, sono giusto i puri di cuore o, in conclusione, i morti… e il cantante si mette in gioco in prima persona, riflettendo sulla totale mancanza di sicurezza insita nella scelta della professione, affidando i propri destini ad una ‘Canzone cafona’ probabilmente destinata ad avere più successo di qualsiasi brano ‘impegnato’.

Ila Rosso propone temi non nuovi in una veste forse non originalissima, ma comunque discretamente personale; lo fa il più delle volte col sorriso sulle labbra e con modi talvolta apertamente ludici e questo lo rende più gradevole di molti colleghi di ‘ultima generazione’ che sembrano raggiungere il successo solo imbracciando la chitarra e attaccando a lamentarsi…

Chi vuole, può ascoltare il disco qui.

 

THE CHANFRUGHEN, “MUSICHE DA INSEGUIMENTO” (HIVE / GOODFELLAS)

Esordio sulla lunga distanza per questo trio di Savona, dedito ad una sana miscela di garage – rock, psichedelia, funky e blues, conditi con vaghi accenni metallici e sottili allusioni ‘prog’; nulla di nuovo – si dirà – e in effetti è improbabile che i Chanfrughen (il nome, tra il dialettale e l’onomatopeico gli è stato ‘assegnato’ da una di quelle classiche figure che animano la vita di paese) passino alla storia per aver svelato chissà quali percorsi nei territori ormai battutissimi del rock.

Il discorso (valido alla fine per il 99 per cento delle band in circolazione), si sposta allora dal ‘cosa’ al ‘come’, e qui le cose cambiano: il trio ligure confeziona dieci brani viscerali, a tratti privi di grazia, che si muovono, incuranti delle conseguenze, tra chitarre a tratti lancinanti e una vocalità sbraitata, spesso esagitata (il termine l’ha usato mia madre passando di qua, mentre scrivevo questa recensione), con la batteria a fare il classico ‘lavoro sporco’ (l’essenzialità della sezione ritmica costituisce il miglior esempio del desiderio della band di andare al sodo), con le tastiere a fare capolino qua e là, nei momenti più ‘lisergici’ del disco.

Un ensemble strumentale al calor bianco che si accompagna a una scrittura frammentaria che va a dipingere una sorta di ‘riassunto’ socio-politico degli ultimi vent’anni, tra ispirazioni andreottiane (Il dromedario), omaggi a Gorbaciov che diviene il simbolo di certe ‘magnifiche sorti progressive’ puntualmente andate deluse, personaggi da reality, ridicoli se non inquadrassero tragicamente certi modelli ‘di successo’ della società (Osvaldo Paniccia) pseudo-citazioni dei poliziotteschi anni ’70 (La gladio spia e il commissario Rizzo scopre l’inghippo) e una dedica, riuscita, al Dalla degli inizi (Lucio).

Un disco che scorre ardente senza cali di tensione, per una band alla quale si augura di far presto parlare di sé.

Chi volesse farsi un’idea più chiara,  può ascoltare alcuni pezzi QUI

LUCIANO CHESSA, “PEYRANO” (SKANK BLOC RECORDS)

L’esordio del sassarese Luciano Chessa, “Humus” risale ormai al lontano 1996; da allora tanta strada compiuta, dal trasferimento negli U.S.A. fino ai palchi calcati col suo intonarumori, in accompagnamento a musicisti come Mike Patton e Lee Ranaldo, portando avanti allo stesso tempo le attività di compositore e musicologo. In tutto questo, Chessa si lascia alle spalle un secondo disco, praticamente pronto, ma mai realizzato. A ripescarlo dal passato ci ha pensato la Skanc Bloc Records, etichetta italiana con sede a Zurigo.

A chi lo conosce, quindi, i ventuno brani di Peyrano offriranno un ‘ritratto dell’artista da giovane’, magari mostrando ‘in nuce’ ciò che poi Chessa avrebbe sviluppato in seguito; per tutti coloro che invece non sapevano chi fosse, questo è un ottimo esempio per scoprirlo, a quindici anni di distanza.

Brani – e qualche composizione strumentale – tutti più o meno di breve durata (raramente si superato i tre minuti), che ondeggiando tra un folk obliquo e cantautorato spesso intriso di toni surreali, nel quale trovano spazio la ripresa di un Dalla – periodo Roversi (Ulisse cosparso di sale) e un testo di Carducci.

Ensemble musicale scarno, spesso limitato alle sole chitarre e voce, talvolta accompagnate da qualche ospite (sezione ritmica, tromba) con risultati che a tratti sfiorano l’indie-rock e una scrittura che per i suoi tratti onirici finisce per rimandare alla felice stagione del prog e dell’avanguardia italiana (si potrebbe citare, ma a puro scopo indicativo, il Battiato degli inizi).

Quindici anni fa, Luciano Chessa assemblava un disco originale e nonostante il passare degli anni, ancora oggi capace di incuriosire.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY