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IL DINOSAURO E I MANICHINI, “IL DINOSAURO E I MANICHINI” (NEW MODEL LABEL)

Esordio per il nuovo progetto del cantautore (ma formatosi come batterista) Andrea Campostrini, dopo lo scioglimento di un gruppo precedente.

Il ‘dinosauro’ è chi, nei tempi attuali, preferisce guardare alle proprie radici, che magari, come in questo caso, affondano realmente nella ‘terra’, volgendosi altrove, rispetto a un atteggiamento comune tutto incentrato sul mostrarsi, magari nelle vetrine dei ‘social’, appunto come ‘manichini’.

Dodici pezzi dall’impianto per lo più autobiografico, sprazzi di pensieri, pagine di diario, tra riflessioni, sentimenti, sguardi sulla realtà.

Si veleggia tra intimità ed esplosioni di rabbia, pianoforte e ruvidità chitarristiche, ad accompagnare Campostrini un nutrito gruppo di musicisti tra cui Alberto Nemo, che ha collaborato anche in sede di registrazione.

Ci troviamo per certi versi a metà strada tra il cantautorato rock – folk di Rino Gaetano e Ivan Graziani e certe esperienze più recenti (De Niro, Le luci Della Centrale Elettrica).

Un lavoro che fa dell’immediatezza la sua impronta principale, prendendosi forse qualche rischio: personalmente non amo chi alza troppo la voce, a tratti con un atteggiamento un po’ inca**ato e magari buttando lì qualche parolaccia per rimarcare il concetto…

L’impressione comunque è che le potenzialità non manchino, potendo forse essere sviluppate con una direzione sonora più precisa e qualche ‘freno emotivo’ in più.

AMERICAN HUSTLE

Una coppia di truffatori professionisti (Bale – Adams) vengono ‘assunti’ da un ambizioso agente dell’FBI (Cooper), per smascherare un giro di politici corrotti, partendo da quello forse meno disonesto di tutti (Renner); nella vicenda in seguito entrerà, con esiti tragicomici, anche la moglie del truffatore Bale (Jennifer Lawrence).

‘L’apparenza inganna’, cita il sottotitolo italiano di “American Hustle”: scontato come solitamente avviene nelle traduzioni italiane, ma in questa sua banalità in fondo azzeccato. Definire “American Hustle” un film banale e scontato è probabilmente ingeneroso, tuttavia, alla fine, a dircela tutta: un ‘film di truffe’, in cui tutti non sono quello che sembrano, in cui a forza di truffare e fingere di essere chi non si è si finisce anche per ingannare se stessi… Non è certo la prima volta che il cinema, specie americano ci presenta un ‘canovaccio’ del genere, anzi: gli americani in questo genere sono dei ‘maestri’, i migliori del mondo a costruire meccanismi perfettamente funzionanti su storie del genere: di questo, gli si deve dare atto e il risultato è (quasi) sempre garantito.

Il risultato garantito lo è anche in questo caso, almeno in termini di svago e diverimento; tuttavia, se da questo film ci si aspetta che venga detto qualcosa di nuovo nel filone, allora è meglio restarsene a casa: la vicenda si sviluppa secondo i metodi consueti (colpi di scena telefonati inclusi) coi personaggi che nel corso della storia fanno i conti con le proprie debolezze: i due truffatori senza scrupoli che riscoprono i concetti di ‘amore’ e ‘amicizia’, lo spregiudicato agente dell’FBI che cerca di vivere un’avventura per sganciarsi dal grigiore della propria quotidianità, il politico dalle buone intenzioni che scopre come queste non sempre si accompagnino a buone azioni: complicato non parlare di stereotipi.

A salvare il film intervengono soprattutto le interpretazioni dei singoli: un Bale ancora una volta camaleontico, stavolta sfatto, debosciato e col riporto; un Cooper insopportabile nei suoi atteggiamenti da bulletto belloccio e opportuninsta; un Renner che pur negli aspetti quasi macchiettistici del personaggio (a partire dall’improbabile acconciatura in stile Elvis) riesce comunque a dare credibilità al personaggio; convince meno Amy Adams, per la quale la candidatura all’Oscar a pare un filo esagerata, mentre su tutti svetta, straripante, una Jennifer Lawrence ancora una volta in stato di grazia, nella parte di una casalinga bella e frustrata  che si infila nelle pieghe della vicenda alla ricerca del riscatto.

“American Hustle” garantisce momenti di autentico spasso, a partire proprio dalle parentesi affidate alla Lawrence, per arrivare al gustoso cameo di De Niro (per quanto nel ruolo, ancora una volta stereotipato, del mafioso italoamericano) e David O’Russell, sornione e profondo ‘conoscitore dei suoi polli’, dà al pubblico tutto ciò che spera e si aspetta, incluso il bacio tra le due protagoniste.

La messa in scena è esteticamente ineccepibile, sorretta da una colonna sonora – ovviamente anni ’70 – di prim’ordine, ma il limite di fondo del film resta però quello della sua prevedibilità: certo un pubblico meno ‘smaliziato’ se lo godrà sicuramente, ma chi è avvezzo a certi meccanismi, non potrà non alzarsi dalla poltrona con una buona dose di insoddisfazione di fondo, pensando: “beh, tutto qua?”.