Posts Tagged ‘cartoni animati’

TESHA, MIRCO OLIVASTRI, LA VOLPE SOPHIA, FRANCESCO SAVERIO SERRETTI: SINGOLI

Tesha
Apnea
The Music Painter

Depressione e attacchi di panico e la forza (e il coraggio) di affrontarli, nel.nuovo singolo di Tesha (Emanuele Scardino), cantautore milanese di estrazione soul / r’n’b.
L’Apnea è quindi il senso di oppressione e soffocamento che si priva in queste situazioni, sintomo più drammatico di una condizione che negli ultimi anni si è fatta più diffusa a causa di ciò che si è vissuto, e gli eventi di questi giorni non migliorano la situazione.
Aiutarsi e farsi aiutare, dunque, in un pezzo in cui il messaggio sembra perdersi in suoni fin troppo canonici (quasi anonimi); l’inserto rap movimenta un po’ la situazione, ma forse non a sufficienza.

Mirco Olivastri
Aquilone senza filo

L’Aquilone senza filo è la libertà di essere sé stessi, con i propri difetti, i propri lati deboli, le proprie vite complicate: non sempre è possibile, nel quotidiano, anzi: spesso si è costretti per tanti motivi a mettere tutto da parte: la notte resta la dimensione privilegiata per essere sé stessi, anche se alla fine di vorrebbe gridare il proprio essere alla luce del giorno.
Romano, classe ’92, dal 2020 Mirco Olivastri ha cominciato a proporre i propri singoli, in maniera cadenzata, ma senza fretta.
Cantautorato impastato di rock, chitarre elettriche a dare sostegno a una voce che in questo caso più che cantante è quasi narrante.
La ‘scuola romana’ è dietro l’angolo, magari quella più recente e ‘di strada’, un po’ alla Fabrizio Moro che non quella dei locali e dei club.

La Volpe Sophia
La Speranza
WOL – Warriors of Love
La Volpe Sophia è un personaggio ideato da Andrea Lucisano, protagonista di una serie di brevi clip di animazione, a cavallo tra educazione e intrattenimento, il cui nocciolo è la filosofia.
Qui il progetto assume una sua versione canora, introdotta, non a caso, da una citazione del filosofo Aldo Masullo, prima di assumere la forma di un solare e caloroso invito a guardare sempre a quella cometa capace di illuminare anche le notti più buie.
Siamo, certo, dalle parti delle canzoni per l’infanzia, ma il messaggio può giungere a tutti.

Francesco Saverio Serretti
Molecole
YPK
Il futuro è incerto e a volte fa anche paura, il passato è un rifugio di ricordi destinati a restare tali; resta il presente, in cui l’amore, attraverso la metafora di atomi e, appunto, ‘Molecelole’, può offrire il sostegno necessario ad affrontare incertezze e rimpianti.
Chitarrista per formazione e poi cantautore, Francesco Saverio Serretti si esprime attraverso sonorità essenziali e rarefatte, quasi liquide, non a caso nel video che accompagna il brano l’acqua è elemento dominante, con accenni a suoni obliqui e sbilenchi: l’atmosfera è sospesa, e riporta certe sensazione dei primi giorni della clausura collettiva del 2020, quando tutto aveva assunto contorni irreali.
Un cantautorato con accenni indie che sembra dover ancora inquadrare compiutamente il proprio stile.

TUBAX, “GOVERNO LASER” (MEGASOUND / GOODFELLAS)

Poliziotteschi anni ’70, inseguimenti da cartoni animati giapponesi, sci-fi di serie B, pionieri del downolad, escursioni in terra sarda, e… galline.

I Tubax fanno parte di quel gruppo di band che negli ultimi anni ha ripreso, attualizzandola e attestandone la resistenza al passare del tempo, la nobile tradizione delle sonorizzazioni cinematografiche degli anni’70, altri esempi i già discretamente affermati romani Calibro 35 o, con esiti più estremi, Nicola Manzan col suo progetto Bologna Violenta o ancora, più recentemente La Batteria.

Giunti al terzo disco, il secondo da studio dopo l’uscita di un Live nel 2013, i Tubax aggiungono stavolta all’impianto di base di basso (Giacomo Schirru) , batteria (Alberto Fogli) e synth e campionamenti ( Davide Stampini) le chitarre, curate in due delle otto composizioni da Francesco Giovanetti, divenuto ormai il quarto componente fisso della band con l’aggiunta in un episodio del dubstep curato da Comakid.

La band bolognese assembla un disco frenetico, senza requie: come un inseguimento, scegliete voi se preso di peso da un film con Maurizio Merli o da un episodio di Lupin III (il fatto che uno dei brani sia intitolato ‘Zenigata’, farebbe comunque propendere per la seconda ipotesi), gettando l’ascoltatore in una corsa a per di fiato su e giù per ideali highways dall’aspetto futuristico, facendolo talvolta a partire a razzo verso il cosmo, o magari gettandolo in territori evanescenti, dalla consistenza liquida, fino a sfiorare territori che evocano paesaggi post industriali e apocalissi zombie, fondate su sonorità che nel loro tremendo fascino vintage sfoderano tutta la loro attualità.

La dinamica senza pace e vagamente ossessiva della sezione ritmica, si affianca alle soluzioni dei synth, sempre sul crinale dell’incubo o dell’intento ludico, corroborate da qualche suggestione prog, per un lavoro dove la voce fa capolino solo episodicamente, filtrata dal computer, in maniera delirante, come nell’ultima traccia, debordante coi suoi undici minuti di durata.

E le galline? Vi chiederete. Tranquilli, ci sono anche quelle…

THE GRAND BUDAPEST HOTEL

Un albergo inerpicato sulle montagne, che per colori somiglia ad una torta panna e fragola… il Direttore di questo, preciso fino alla maniacalità, caratterizzato da una bizzarra forma di gerontofilia, che troverà in un giovane garzone il proprio erede; un’eredità contesa, un quadro dal valore inestimabile, una famiglia dalle tinte fosche, un killer che sembra uscito dai cartoni animati della Warner; la fuga da un carcere di massima sicurezza, inseguimenti, un’associazione segreta di direttori di alberghi, sogni d’amore coronati e intorno un succedersi di guerre, invasioni, dittature…

“The Grand Budapest Hotel” è uno di quei film che mettersi a raccontarne la trama si finirebbe per essere noiosi, e per far risultare noioso pure il film… che noioso non è, anzi: divertente in maniera quasi inaspettata… quel ‘geniaccio’ di Wes Anderson trova ancora una volta il modo di stupire: lo fa raccontando una storia di avventure che hanno il sapore di un romanzo d’appendice ottocentesco, ricorrendo ad una galleria di personaggi che risultano volutamente stereotipati, ma che proprio per questo risultano divertenti, mescolando i climi di Assassinio sull’Orient Express, il lato rocambolesco di Fuga da Alcatraz, gli inseguimenti di James Bond o se volete di Will Coyote. “The Grand Budapest Hotel” è un film di pura evasione, in cui Anderson ‘gioca’ con la possibilità di infarcire il cast di una innumerevole schiera di ‘facce note’, che si affiancano a quelle dei protagonisti, un Ralph Fiennes efficacissimo e il giovane Tony Revolori; troppi per elencarli tutti, ma almeno necessaria è la menzione per un Willem Defoe superlativo nel ruolo di un killer senza alcuno scrupolo… e poi, i  colori, la fotografia, i costumi, che danno al film quel tanto di ‘magia’, come se appunto si trattasse della trasposizione di un romanzo d’avventura o di un cartone animato (per quanto sia comunque ispirato ai libri di Stefan Zweig): uno stupendo esempio di intrattenimento, nel significato più positivo del termine.

CAPITAN HARLOCK

Apparentemente spinto dal sogno di una vita di avventure  e libertà, il giovane Yama riesce ad imbarcarsi sull’Arcadia, la corazzata spaziale guidata dal leggendario Capitan Harlock: siamo in un futuro (o forse in un passato) remotissimo, in cui l’umanità ha colonizzato il cosmo, e in cui è scoppiato il più classico conflitto tra gli ‘eredi’ delle colonie e la madre patria: Harlock è un generale rinnegato che combatte contro la Gaia Sanction, una sorta di governatorato terrestre;  i suoi obbiettivi – presunti e reali – diverranno noti a Yama nel corso dell’avventura, in cui fin da subito si scoprirà come anche il giovane sia mosso da ben altre – e meno nobili – motivazioni, cominciando da qui un cammino di evoluzione e cambiamento che lo porterà a  cambiare obbiettivi, fino a scontrarsi col fratello, comandante a capo della flotta terrestre…

Capitan Harlock è una di quelle ‘figure mitologiche’ rimaste impresse nell’immaginario di chi ha vissuto la prima ondata dei cartoni animati giapponesi sbarcati in Italia nella seconda metà degli anni ’70 e trasmessi dalla RAI (in tempi di celebrazioni per il sessantesimo, ci sarebbe da sottolineare come il fatto che la tv di Stato in quegli anni abbia trasmesso le avventure di questo personaggio ‘anarchico’ e ‘irregolare’ abbia quasi del miracoloso);M naturale quindi che l’arrivo di un lungometraggio sugli schemi cinematografici italiani fosse attesissimi, almeno dagli ex – ragazzini di quella generazione, ormai avviati verso gli -anta, se non già abbondantemente ‘oltre’….

Ebbene: Capitan Harlock alla fine offre un risultato ‘un pò così’: soffre, chiaramente, del limite tipico di tutte le operazioni del genere: tradurre in uno solo lungometraggio quella che in origini era una saga di ben altri respiro e proporzioni è quanto meno improponibile; anche volendo dare questo ‘beneficio del dubbio’, però, non può sfuggire come il film soffra anche di altri problemi: una storia che si snoda in modo non lineare, con uno scollamento fin troppo spiccato tra la prima e la seconda parte;  un ritmo eccessivamente spezzettato, all’insegna di un’alternanza tra velocità e rallentamenti troppo spiccata;  personaggi che, forse volendo dipingere come ‘sfaccettati’ e complessi, finiscono per mostrare comportamenti ai limiti del bipolare. Il film ‘intestato’ al ‘pirata tutto nero’, finisce effettivamente per essere la storia del percorso di cambiamento’ (maturazione?) del giovane protagonista; figure di contorno a mala pena ‘abbozzate’ e rese in qualche caso in modo alquanto fuorviante rispetto all’edizione originale….

Tutto male, quindi? Non proprio: abbastanza prevedibilmente, la migliore ‘arma’ a disposizione del film è la resa, immensa, avvolgente e spettacolare della computer grafica anche nella versione ‘2D’: un autentico trip che riempe gli occhi dall’inizio alla fine, sia nella traduzione sullo schermo delle immensità cosmiche, sia in quella iper-realistica dei personaggi umani; sotto questo profilo, “Capitan Harlock” che mantiene completamente ciò che promette, facendo dimenticare i limiti narrativi e di resa dei personaggi del film, che probabilmente finisce per essere indicato quasi esclusivamente agli appassionati del personaggio o a coloro che, ricordandone le gesta sul piccolo schermo, vogliono passare un paio d’ore ripescando a piene mani nella soffitta o nella cantina delle proprie memorie.

R.I.P. CORRADO CASTELLARI (1945 – 2013)

Oggi su Internet viene ricordato soprattutto per i brani scritti per  Mina, Ornella Vanoni, Iva Zanicchi; Corrado Castellari è stato però anche – e forse soprattutto – l’esponente di un filone tutto particolare della canzone italiana: le sigle dei cartoni animati, soprattutto nella stagione gloriosa a cavallo degli anni ’70 e ’80; canzoni certo destinate ad un pubblico di bambini, ma che hanno visto all’opera fior fior di compositori, arrangiatori ed esecutori, che vi si impegnavano con una professionalità raramente vista in seguito. Corrado Castellari è stato costante collaboratore del gruppo Le Mele Verdi, con le quali ha composto brani come Belfy e Lillibit, Gli gnomi delle montagne, La banda dei ranocchi, Lo scoiattolo Banner. Io lo ricordo così: