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LUCA BURGIO & MAISON PIGALLE, “VIZI, PECCATI E DEBOLEZZE” (NEW MODEL LABEL)

Il nome dato alla band di accompagnamento, ‘Maison Pigalle’, e il titolo del disco suggeriscono già molto riguardo le ambientazioni del lavoro di esordio di Luca Burgio, agrigentino di nascita, poi a Madrid e in seguito stabilitosi a Palermo.
Atmosfere notturne, bassifondi e ‘localacci’ frequentati da individui ‘poco raccomandabili’, ma poi in fondo nemmeno tanto peggiori di quelli che animano il mondo ‘di giorno’… Tutto innaffiato con l’immancabile – quasi proverbiale – ampia dose di alcool…

Nove canzoni, in cui spezie rock e pop vanno ad arricchire una ricetta frutto per la gran parte di ingredienti presi dalla dispensa del folk, delle tradizioni popolari, a cavallo tra Italia e Spagna, dalle sagre paesane al tango, con una spruzzata di jazz, tradotti in un insieme sonoro in cui si mescolano mandolino e contrabbasso, fisarmonica, e percussioni varie, l’irrinunciabile chitarra.

L’esito appare ambivalente: nella forma, più ineccepibile: Luca Burgio e i suoi compari ci sanno fare, costruiscono efficacemente microstorie, caratteri, suggestioni, con un effetto sonoro a cavallo tra la banda di paese, la musica da strada, i piccoli gruppi da club cui si aggiunge un cantato ‘caratteristico e caratteriale’, talvolta perfino un po’ sopra le righe; all’opposto si ha però l’impressione che il disco si inserisca in un filone che, specie negli ultimi anni, è stato ampiamente percorso ed esplorato, senza aggiungere molto a quanto già detto da altri.

ILARIA VIOLA, “GIOCHI DI PAROLE” (LAPIDARIE INCISIONI / AUDIOGLOBE)

Magari sembrerà una considerazione un po’ banale, ma ogni tanto una voce femminile ci sta bene. Non voglio entrare nel merito di questioni ‘di genere’, di ‘quote rosa’ musicali e via discorrendo, ma è un fatto che alla fine ogni tanto una voce femminile che spezzi la monotonia è alquanto gradita…

Specie se poi, come in questo caso, interpreta un disco piacevole; capita a puntino, questo “Giochi di parole”: un disco fresco, leggero senza essere superficiale, anzi, ma cosparso di un clima da inizio primavera… Sarà forse che talvolta il primo brano dà un pò ‘l’imprinting’ al resto dell’ascolto, ma la deliziosa apertura di ‘Come d’estate’ è una di quelle che meglio predispongono all’ascolto, nel suo essere il grazioso quadretto di una passeggiata estiva di prima mattina…

Un avvio che mette di buon umore e invita volentieri a restare in ascolto, a prestare attenzione: ne seguono altri otto pezzi, in cui la cantautrice romana, autentica ‘factotum’ del progetto (seppure accompagnata da una band di cinque elementi), passa agevolmente da territori squisitamente cantautorali a suggestioni sudamericane (argentine e brasiliane), sfiora la nobile tradizione francese, non disdegna territori jazz, anche con qualche derivazione tzigana, qualche vaga dissonanza… il risultato è un disco dinamico nei suoni, abbastanza movimentato, con una sequenza di brani azzeccata, che non annoia. I temi riguardano il quotidiano, spesso i rapporti interpersonali, tra relazioni sentimentali complicate e incapacità di comunicare, ma trova spazio anche la fantasia, tra una rilettura del mito di Arianna e la ripresa de La strega e il capitano di Sciascia, all’insegna di una scrittura (talvolta frutto di qualche contributo esterno) efficace.

L’interpretazione, costantemente orientata una certa ‘teatralità’ (risultato dei trascorsi dell’autrice), appare sempre velata di ironia, pronta a diventare vago disincanto negli episodi più crepusolari, senza sfociare mai nell’autentico dramma, ma piuttosto pronta a colorarsi di un filo di amarezza.

Un disco leggero, che scalda col tepore di uno di quei pomeriggi di primavera / estate in cui però una folata di brezza può causare un improvviso brivido di freddo.

Chi volesse, può farsi un’idea qui.

MADAUS, “LA MACCHINA DEL TEMPO” (CENTO CANI /AUDIOGLOBE)

Madaus
La macchina del tempo
Cento Cani / Audioglobe
http://www.madaus.org

Nato dalla collaborazione di quattro musicisti dell’Accademia della Musica di Volterra, il progetto Madaus giunge al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza. Madaus, ovvero: mad – house, scritto come si pronuncia, riferimento esplicito all’attività portata avanti dalle due componenti femminili del gruppo, nella musicoterapia, a sostegno dei portatori di handycap e nelle carceri; e ancora il tempo, troppo frenetico, del mondo in cui viviamo e dal quale spesso si vorrebbe volentieri fuggire.

Un’esperienza che marca il disco anche in alcuni dei suoi capitoli: “La macchina del tempo” si presenta come un concept dedicato appunto al tempo: il tempo degli amori in corso, vissuto ‘in presa diretta’ e quello delle relazioni sfumate, spesso rimpianto; ma anche, e forse soprattutto, il tempo che si fa ‘spazio’, il tempo presente vissuto con l’immaginazione, all’interno delle mura di un carcere o di una struttura psichiatrica e quello futuro, dei sogni da realizzare quando certe esperienze saranno concluse.

I Madaus danno forma sonora a questi concetti dosando in maniera accorta ed efficace le proprie coordinate stilistiche: la provenienza accademica si fa evidente in episodi che raccolti in una dimensione cameristica, uniti alle salde radici nella tradizione cantautorale italiana (con esiti a volte all’insegna di un pop ‘di classe’), ma pronti ad aprirsi ad altre influenze, dalle atmosfere sinuose del tango, passando per profumi jazz, fino  a quelle allegre e sgargianti del charleston; l’impronta emotiva del disco è frutto del dialogo continuo tra la voce di Aurora Pacchi e il piano di Antonella Gualandri, sostenute dalla sezione ritmica costituita da David Dainelli e Marzio del Testa. Piano, basso e batteria costituiscono la matrice di un ensemble musicale pronto ad arricchirsi attraverso strumenti vintage o creati ad hoc (come nel caso di un ibrido tra basso e batteria).

Rilassamenti, sottile erotismo, pathos si alternano a momenti con ispirazioni da colonna sonora e parentesi in cui si fa strada una maggiore allegria in un lavoro che ci mostra una band matura sotto il profilo tecnico e a buon punto nel cammino verso il raggiungimento di un’identità stilistica compiuta.