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MARIAN TRAPASSI, “BELLAVITA” (ADESIVA DISCOGRAFICA / SELF)

Dalla Sicilia al mondo e ritorno: Marian Trapassi si è fatta conoscere ed apprezzare ad inizio anni 2000, con l’esordio “Sogno verde” e i due dischi successivi; poi, un lungo periodo di pausa, esperienze extramusicali e parentesi fuori dall’Italia, tra le quali un anno passato a Siviglia… e arriviamo così all’oggi, con “Bellavita”, quarto lavoro da studio che forse rappresenta l’apertura di un nuovo capitolo nella biografia musicale della cantautrice siciliana.

Riferimenti biografici fin dalla title-track posta in apertura, riflessione ironica e sottilmente amara sulla professione del cantante e sui mestieri dello spettacolo in genere; ampio spazio ai sentimenti, spesso con un retrogusto nostalgico; brani all’insegna di un rassicurante raccoglimento domestico (A casa); il sogno del volo di Modugno (Giovanni) e personaggi di Bukowsky (Barfly), Armstrong che incontra i Doors (Finimondo) e citazioni della Vanoni (L’attesa), fino ad una parentesi in spagnolo (Por el amor del amar).

Marian canta, all’insegna di una leggerezza solare spesso e volentieri ombreggiata di melanconia e un filo di disincanto, accompagnata da un nutrito manipolo di musicisti per brani che ondeggiano tra canzone d’autore e suggestioni popolari, blues e swing, folk e qualche accento rock.

Un lavoro che fa appunto, della sua leggerezza (apparente) la sua dote migliore, che scorre via fresco come la brezza di fine estate, che intiepidisce un sole reso meno brillante dai primi accenni di autunno.

Per chi vuole, il disco lo si può ascoltare qui.

R.I.P ENZO JANNACCI (1935 – 2013) FRANCO CALIFANO (1938 – 2013)

Se ne sono andati così, uno appresso all’altro; la morte di Jannacci non è giunta purtroppo del tutto inattesa: nell’estate del 2011 si erano diffuse voci di un suo ricovero; a inizio 2012 l’ultima apparizione televisiva, nel programma dedicatogli da Fazio; di qualche mese dopo l’ultima uscita pubblica; che stesse male non era un mistero, ma in fondo la morte giunge sempre inaspettata. Califano si era esibito al Sistina solo pochi giorni fa: chi gli era più vicino sapeva della malattia, ma le sue condizioni non erano tali da far immaginare una scomparsa così repentina. Si possono fare tante considerazioni, esercitarsi nel gioco delle analogie / differenze, partire dal banale dato geografico di un milanese  e di un romano, per gli appassionati di calcio sottolineare quasi un derby, milanista Jannacci, tifoso dell’Inter il ‘Califfo’. Due personaggi apparentemente non così simili, eppure un parallelo c’è: entrambi, per ragioni diverse, sono stati un pò lasciati ai ‘margini’; sono stati due ‘irregolari’ del mondo della canzone italiana, e per questo, forse, hanno faticato a entrare nell’empireo dei vari Tenco, De André, Battiato, Conte, Paoli, etc… Non che gliene sia mai fregato nulla, probabilmente. La morte di Jannacci è stata accompagnata dalla definizione ”cantante e cabarettista’: in realtà Jannacci ha fatto parte di un filone che nella storia della musica italiana precede, e di molto quello dei cantautori: è il filone che va da Petrolini a Elio e Le Storie Tese, passando per Renato Carosone,  Alberto Sordi, il Quartetto Cetra, in parte Fred Buscaglione; un filone nel quale sono rientrati a buon diritto tanti esponenti della Milano canora degli anni ’60 e ’70: oltre allo stesso Jannacci, Cochi e Renato e, almeno in parte, Giorgio Gaber. Il filone della canzoni ‘fatte per ridere’, della parodia crudele, del riso che nasca da un’ironia spesso corrosiva, da una satira anche violenta e senza sconti della società, dello sguardo disincantato sul mondo. Un filone i cui esponenti sono stati sempre guardati un pò storti, dagli ‘oltranzisti della canzone d’autore’, che la canzone ‘è una cosa seria’ e guai a scherzarci sopra… Jannacci per gran parte della sua carriera ha privilegiato il riso, talvolta il surreale, sebbene si sia mostrato capace anche di testi di una profondità assoluta, ma probabilmente i ‘puristi’ questo suo frequente deragliare, il gusto per il cabaret, per la vis comica, non gliel’hanno mai perdonato. Un destino che ha accomunato Jannacci a Califano… Nel caso di Califano però non era tanto ciò che cantava, era il ‘come si presentava’: a dare fastidio era il fatto che l’autore di Minuetto, La nevicata del ’56, Tutto il resto è noia, etc… fosse anche quello che si presentava in video sempre abbronzato, con un fare da ‘rimorchione’, a vantarsi esplicitamente delle sue conquiste sentimentali, o magari delle sue performance sessuali. L’autore serio si presenta in modo compunto, esegue il suo pezzo e se ne torna a casa… l’autore serio, mi si scusi il francesismo, non scopa e se lo fa di certo non se ne vanta. A dare a Califano il giusto riconoscimento per le sue capacità sono stati soprattutto quelli che hanno cantato le sue canzoni, con l’aggiunta di qualche critico musicale ‘illuminato’, ma mediamente Califano era se vogliamo un personaggio che destava imbarazzo: difficile per molti accettare che lo scrittore autore di Un’estate fa o La musica è finita fosse lo stesso che poi durante i concerti si esibiva in monologhi più o meno direttamente ispirati alla sua vita privata, come la resa di un collezionista di donne di fronte a un abbaglio colossale, raccontata in ‘Avventura con un travestito’,  o  ‘Er tifoso’ ,quel meraviglioso pezzo in cui ‘Er Califfo’ si cala alla perfezione nei panni di un tifoso romanista, dipingendone alla perfezione l’assoluta ‘malattia’ per il pallone. Diversi e lontanissimi, Jannacci e Califano: due ‘casi unici’ nel mondo della canzone italiana, eccezionali in fondo perché cantautori si, ma conservando una spiccata ‘popolarità’, proprio nel senso di ‘predisposizione verso il popolo’.

P.S. Coincidenza vuole che con Jannacci condividessi un particolare: siamo nati lo stesso giorno, il 3 giugno; un caso, ma devo dire che di questo sono sempre stato contento…

NON HO GUARDATO SANREMO…

… o meglio, ho solo visto le impagabili esibizioni di Elio  E Le Storie Tese, e qualcosa di contorno, ad esempio il moscissimo Crozza e il discreto Bisio… ma per il resto, poco o nulla, per vari motivi: il primo è più importante è che da tempo non sopporto Fazio e il suo buonismo ecumenico… da quel poco che ho visto, il Festival è stato perfettamente in linea con lo stile televisivo di Fazio: cultura e popolare, ‘alto e basso’ mescolati in maniera un pò ‘paraventa’, con quel pizzico di ‘temi sociali’ messi lì, perché Sanremo è ‘lo specchio dell’Italia’ e quindi anche un pò di impegno ci vuole… Che poi Fazio quando era stato chiamato per il compito aveva strombazzato a destra  e manca che non avrebbe fatto un Sanremo all’insegna dei ‘talent’ e poi guarda caso i talent gli sono rientrati dalla finestra  e hanno pure vinto…  Sul blog della brava Smilepie leggevo poco fa il riepilogo delle ultime vittorie con tanto di piazzamenti sanremesi: nelle ultime cinque edizioni, il trionfo del ‘talent’: Carta, Scanu, Emma, Mengoni… l’unica eccezione la vittoria di Vecchioni nel 2011 (e non parliamo delle piazze d’onore). Purtroppo è ciò che vuole il pubblico, non c’è ‘giuria di qualità’ che tenga, dato che per dire Elio E Le Storie Tese sono arrivati secondi solo perché pompati dalla stessa giuria: il loro è un brano che al grande pubblico sembra ‘caruccio’, ma nulla a che fare col ‘pathos’ (tra molte virgolette) di Mengoni; oltretutto, c’è da pensare che la stragrande maggioranza il senso di ‘La canzone mononota’ manco l’abbia del tutto capito, e comunque: vuoi mettere Mengoni… Che poi vabbè, quando ha interpretato Tenco è stato pure dignitoso… D’altra parte, da ormai vent’anni buoni siamo qui a chiederci a che serva Sanremo, visto che cambiando le formule il risultato raramente muta. E’ inutile pensare a un SuperSanremo col ‘meglio del meglio’, perché non succederà mai, visto che i ‘big’ raramente accettano di mettersi in competizione tra loro; è inutile pensare a un Sanremo all’insegna della qualità, perché in fondo per quella ci sono già il Premio Tenco o il Recanati. Il problema sta forse nel fatto che si spesso e volentieri si presenta Sanremo come lo ‘stato dell’arte’ della canzone (e spesso, per estensione, della musica) italiana, ma questo poi in effetti non è… Certo, non nego che alla fine a ben vedere gran parte del gusto sia accontentato: ci sono i talent, c’è la canzone ‘nazional-popolare’ (quest’anno rappresentata -nomen, omen – da Maria Nazionale), ci sono i ‘cantatutori impegnati’ (ma viene da osservare che ormai i vari Silvestri, Gazzè o Cristicchi siano diventati degli habituè, dei tipici fenomeni sanremesi, come una volta erano Cutugno, Al Bano o Peppino di Capri), ci sono i classici gruppi che ‘non c’entrano un cavolo, ma che mostrano che in Italia c’è anche altro (Almamegretta, Marta Sui Tubi, che poi lo spettatore tipico sanremese si chiede dove sia Marta, visto che sono tutti uomini, chi sia Marta e soprattutto perché stia sui Tubi). Il tutto per poi giungere alla conclusione che da cinque anni il Festival è dominato dai talent show: il che secondo me costituisce un problema, perché alla fine tutto sommato Sanremo potrebbe costituire una di quelle occasioni in cui si può mostrare che in Italia non è che di cantanti si intende solo Maria De Filippi: oltretutto, Mengoni è forse trai pochi che si è costruito una carriera, ma di Scanu e Carta, per dire, non si sa più nulla da tempo; è chiaro che il problema è più generale, e nasce dalla solita questione che in Italia di cultura musicale ce n’è poca, con la conseguenza che a dominare il gusto sono appunto i cantanti fuoriusciti dai talent show televisivi: è dunque scontato che se a Sanremo porti i fuoriusciti dei programmi televisivi, questi vincano: Fazio non è né il primo nell’ultimo a declamare elevati intenti qualitativi per il suo Festival e poi cedere a ciò che viene imposto da logiche che con la qualità e la varietà della proposta musicale italiana hanno ben poco a che fare… E’ fin troppo facile notare che il Festival avrebbe dovuto vincerlo Elio, ma l’impressione è che senza il ‘solito’ colpo di mano della ‘giuria di qualità’ (nella quale non mancava gente che con la musica non c’entra nulla, come Paolo Giordano o Serena Dandini), ‘La canzone mononota’ non sarebbe arrivata manco tra le prime cinque. Discorsi già fatti e ripetuti tante volte: c’è tutta una scena ‘indie’ rock e cantautorale della quale Marta Sui Tubi sono solo l’apice che a Sanremo viene sistematicamente ignorata; non parliamo del metal, punk o reggae e loro derivazioni, che guai solo a nominarli; idem dicasi per l’hip hop: tutti generi che in Italia hanno il loro pubblico, manco tanto ‘di nicchia’, ma che guai a portarli a Sanremo… il discorso insomma è sempre il solito: sarebbe bello se Sanremo fosse veramente una ‘vetrina’ per la musica italiana ampiamente intesa e un’occasione – visto che con le sue cinque prime serate consecutive sul principale canale televisivo della televisione pubblica italiana, peraltro sostanzialmente prive di controprogrammazione (e il motivo, pensando che negli ultimi anni chi ha vinto era spesso uscito dalle trasmissioni di Canale 5), rappresenta una situazione unica nel panorama televisivo italiano – per far conoscere anche altro a un pubblico che in fatto di musica è più o meno ignorante. Il problema è che se chiami i reduci dai talent la questione è chiusa perché tutta l’attenzione è calamitata da loro e gli altri assumono il ruolo di comparse che vengono distrattamente notate…

ANCORA SU DALLA. E SULLA CANZONE D’AUTORE

Continuo a pensare alla dipartita di Dalla, e mi stupisco nel constatare quanti suoi brani in fondo mi piacessero… Nemmeno i più famosi, a dire la verita, come ‘Caruso’, ‘4/3/194’, ‘L’anno che verrà”, etc… Ma ad esempio ‘Felicità’, ‘Le rondini’, ‘L’ultima luna’… Senza contare quel gran disco (l’unico suo che io abbia) che è “Com’è profondo il mare”. Proprio stamattina ragionavo sul fatto che, oltre ad attraversare i generi, Dalla sia stato uno dei pochi ad aver frequentato ‘alto’ e ‘basso’, colto e ‘popolare’: dote non da poco, nell’Italia dell’eterno scontro trai sostenitori della canzone d’autore e gli amanti del ‘pop’… Li mise d’accordo tutti, belli con i brutti, citando proprio ‘Com’è profondo il mare’. Dalla è uno dei pochi artisti ad essere stati ‘popolari’ senza per questo diventare ‘commerciali’ (dove per commerciale intendo qualcosa di fatto a tavolino, di livello preferibilmente basso per intercettare un uditorio il più vasto possibile, e auspicabilmente vendere un boato di copie…). Pensiamo ai suoi due più grandi successi di vendite: ‘Caruso’ e ‘Attenti al lupo’: c’è qualcuno che possa onestamente definirli pezzi disonesti, creati solo per vendere? Il primo è una romanza, un omaggio sincerto al bel canto italico; il secondo, apparentemente una favoletta per bambini, sintetizza il tema vecchio quanto il mondo della ‘fatica di vivere’ (peraltro, in un inciso, affermando: “con l’aiuto del buon Dio”: in questi giorni si è spesso parlato della fede di Dalla, sottolineerei che si è trattato di una fede mai nascosta e sempre esplicitata, ma mai in modo ammiccante, come in quel caso). Dalla è dunque rimasto onesto anche negli episodi più pop, anche in quelle fasi della sua carriera in cui magari avrebbe potuto scrivere delle boiate avendo comunque la sicurezza di vendere milioni di dischi. Un’onestà di fondo sempre mantenuta nei confronti del suo pubblico e di sé stesso…

Poi c’è la riflessione sulla canzone italiana. L’anagrafe è impietosa: gli unici che continuano a sfornare dischi con una certa regolarità sono Conte, Battiato e De Gregori: Guccini ha diradato le sue apparizioni, così come Jannacci; Gino Paoli, esaurita da tempo la vena creativa cantautorale, si dedica al suo amore per il Jazz. Fossati, raro esempio di onestà intellettuale, si è ritirato non appena ha capito di non avere (forse) più nulla da dire in campo musicale. Roberto Vecchioni ha vissuto lo scorso anno la ‘fiammata’ sanremese, ma è preso da tanti altri progetti; Branduardi da anni e anni si dedica alle sue ricerche nel campo della musica medievale; Finardi è un altro che fa dischi con sempre meno regolarità. Non so se ho dimenticato qualcuno, ma l’anagrafe è impietosa: parliamo di artisti che sono tutti alle soglie della sessantina, a volte dei settantanni: artisti dai quali è lecito ‘sperare’ (considero “Elegia” di Conte, uno dei dischi più recenti di Conte, uno dei suoi capolavori), ma dai quali non è più lecito ‘pretendere’.  Artisti più giovani, ma nemmeno di tanto, come Fortis o Bennato, hanno fatto perdere le proprie tracce. Dopodiché, il nulla: sappiamo tutti che negli anni ’80, gli anni del ‘riflusso’, la musica d’autore fu accantonata per guardare ad altro. Si potrebbe discutere sul valore ‘autoriale’ di gente come Raf, Carboni o Antonacci, ma il paragone con gli illustri predecessori appare improponibile. Poi, ci sono gli artisti venuti fuori negli ultimi vent’anni: tra questi, gli unici che appaiono realmente reggere il paragone, destinati ad entrare nel novero dei ‘grandi’, mi paiono essere Vinicio Capossela e Samuele Bersani; ci sarebbe la cosiddetta ‘scuola romana’: Silvestri, Fabi, Gazzé: ma questi ultimi, almeno al momento, non hanno raggiunto le ‘vette’ dei primi due. La situazione è sconfortante, sembra mancare una ‘generazione di mezzo’ (con l’eccezione magari di Gian Maria Testa, che però da sempre è rimasto ‘ai margini’, per caso o volontà): si passa da artisti nati negli anni quaranta (a volte negli anni ’30) ad autori nati nei sessanta, e anche tra questi ultimi, non sembrano molti quelli destinati a raccogliere il testimone da chi un giorno o l’altro appenderà gli strumenti e la penna al chiodo. Infine, ci sono i giovani, quelli nati negli anni ’70 e negli ’80: gente dai nomi ‘strani’: il più famoso, e ormai affermato è Caparezza, assieme a lui Dente, The Niro, Le Luci Della Centrale Elettrica, hanno cominciato a far circolare i loro nomi; e sotto alla superficie, altri nomi, come Davide Tosches o Salvo Ruolo, che magari vi diranno poco, ma buttateci un orecchio che meritano. Insomma: forse qualcosa si sta cominciando a muovere e dopo ‘salti generazionali’ e periodi di ‘carestia autoriale’, assistiamo forse a una nuova fioritura per la canzone d’autore italiana: c’è da augurarselo, perché attualmente il panorama non è dei più confortanti: la scomparsa di Dalla è pesata ancora di più, perché dopo quelle di Fabrizio de André e Giorgio Gaber (e non solo loro), si ha l’impressione che il numero si stia assottigliando e che non ci sia tutta questa abbondanza di ‘eredi’ pronti a raccoglierne il testimone… speriamo che nei prossimi anni, il futuro appaia più roseo…

P.S. Lo so, non ho citato, volutamente, i Vasco Rossi, i Baglioni e gli Zero, gli Zucchero, i Ligabue… Nel loro caso ci sarebbe da fare un discorso ancora più lungo… Io ho cercato di parlare di un certo filone ‘canoro’, al quale questi ultimi potrebbero certo essere ricondotti, ma altrettante sarebbero le ragioni per operare delle distinzioni…