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CRANCHI, “SPIEGAZIONI IMPROBABILI” (NEW MODEL LABEL)

Quarto disco da studio per la band di Massimiliano Cranchi: stavolta, il disco più che dalla gestazione collettiva della band, nasce dalla stretta collaborazione col produttore Marco Malvasi: il risultato è un lavoro che forse più dei precedenti riporta l’impronta personale nei temi ed esistenziale nei testi dei sette brani presenti (poco meno di mezz’ora la durata complessiva).

Un lavoro caratterizzato da un continuo ‘muoversi’, spostarsi: dal brano di apertura – ‘Spiegazioni improbabili sul metodo’ – quasi la versione moderna di un racconto medievale, un gruppo di persone e vari incontri sulla strada che porta verso le coste francesi, al faticoso pedalare di ‘Malabrocca’, poco ricordati gregario del ciclismo mitologico degli anni ’40; da ‘L’amore è un treno’, metafora parallela di un amore accidentato e di una società in via di deragliamento a ‘Cinque mesi’, in cui l’amore, concluso, continua ad essere ricercato.

Il viaggio come ricerca di un ‘pezzo mancante’, risposta alle proprie inquietudini: probabilmente non è un caso che il brano conclusivo, ‘Fa un freddo che si muore’ appare incentrato su una ‘pace’ trovata finalmente nel calore domestico, nella rassicurante monotonia del ‘minimo quotidiano’.

Completano la manciata di brani un omaggio a Ferrara e uno a Berta ‘Anna’ Pappenheim, scrittrice e giornalista austriaca la cui vita fu tormentata dalla malattia mentale.

Un lavoro fortemente ancorato alla tradizione cantautorale, a partire dal semplice dato vocale che ricorda molto, molto da vicino quello di Guccini e che nel suo svolgersi assume un’impronta indie – folk, pronto ad acquistare di volta in volta toni diversi grazie all’intervento di violino, pianoforte, fisarmonica, nel caso di ‘L’amore è un treno’ di fiati e un coro di bambini, nella conclusiva ‘Fa un freddo che si muore’ di una tastiera dalle tonalità vintage che dà al brano una certa ariosità, una veste dai tratti gradevolmente pop.

Resta l’idea di un disco intimo, estremamente personale, in cui l’autore costantemente sul filo di una certa malinconia, qualche rimpianto e recriminazione, fa i conti col proprio vissuto, forse affrontando questioni rimandate in precedenza.

CRANCHI, “VOLEVAMO UCCIDERE IL RE” (IN THE BOTTLE RECORDS /AUDIOGLOBE)

Secondo lavoro per i Cranchi (il nome, anzi il cognome, glie l’ha dato il cantante e chitarrista Massimiliano), dopo l’esordio del 2010: un progetto nato tra Mantova e Rovigo (città di provenienza dei quattro componenti della band), tutti già con qualche esperienza alle spalle (tra queste,  i The Great Nothern X, già recensiti su queste pagine). “Volevamo uccidere il re”: laddove il re è la personale metafora per il ‘pensiero unico’ dominante ai giorni nostri.

I Cranchi conducono la loro battaglia attraverso un folk acustico (talvolta vestito con divisa ‘da combattimento’, all’insegna di un ensemble che agli strumenti consueti aggiunge fisarmonica, banjo e piano), venato di ‘indie’ e impastato con la tradizione del cantautorato italiano, quella del filone più orientato a uno sguardo critico verso la società (tornano alla mente Guccini o Claudio Lolli). Storie ispirate dalle guerre, magari quelle così lontante ‘nella mente’, ma geograficamente appena oltre un braccio di mare, o dagli ‘anni di piombo’ (rievocati nel brano conclusivo), un cuoco anarchico e un redivivo Robin Hood, sono solo alcuni degli scenari e dei personaggi che incrociamo lungo gli otto brani presenti, in cui si trova anche spazio per un paio di episodi sentimentali.

Un disco su cui aleggia costantemente un alone di rabbia venata di malinconia, espressa con personalità dal cantante, in un episodio accompagnato da una voce femminile. I Cranchi superano con personalità la prova del secondo disco, dando l’idea di avere ancora ampi margini di miglioramento.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY