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LA SERPE D’ORO, “IL PANE E LA SASSATA” (SIBERIA RECORDS)

Tornano i ‘Toscani randagi‘ (citando il titolo del loro primo lavoro, uscito quattro anni fa) capitanati da Igor Vizzaz e per questo progetto che rilegge Il canzoniere popolare toscano.

I 18 brani presenti (includendo anche i vari ‘stasimi’ di ‘Sotto il ponte della Sieve’, una sorta di ‘progetto nel progetto’, nato dalla collaborazione di Vazzaz con il chitarrista jazz Claudio Riggio e Stefano Giannotti di OTEME, estratto di una registrazione originale di 70 minuti) attraversano dunque un repertorio prettamente ‘popolare’, fatto di ballate d’amore, ninne nanne, filastrocche ‘licenziose’, arrivando a al Boccaccio di ‘Amor la vaga luce’, tratta dal “Decamerone” (forse inevitabile il riferimento all’opera, ambientata ai tempi della peste fiorentina, in un disco in parte realizzato nei tempi della ‘clausura’ dello scorso anno), ma che vive anche di riferimenti contemporanei, tra lo Jannacci di ‘Sfiorisci bel fiore’ e la rilettura del ‘Folsom Prison Blues’ di Johnny Cash, qui trasferito nel carcere di Marassi.

L’operazione non si limita comunque a una ‘rilettura calligrafica’ del materiale originario: per loro stessa affermazione, i componenti de La Serpe d’Oro “Non suonano come contadini”, ma riportano la propria formazione personale, dando al tutto una veste ora blues, ora country, ora – negli episodi forse più riusciti – quella di un folk crepuscolare e vagamente ‘sghembo’ che può ricordare certe analoghe sperimentazioni condotte, ad esempio da un Cesare Basile.

Ispirati dall’opera dell’etnomusicologa Caterina Bueno, “La Serpe d’Oro” assemblano un disco variegato, che si presta a offrire qualcosa di più ad ogni ascolto.

“Il pane e la sassata” vuol dire più o meno che le cose possono andare nel migliore o nel peggiore dei modi: in questo caso, tutto scorre per il verso giusto.

STELLA BURNS, “STELLA BURNS LOVES YOU” (TWELVE RECORDS /AUDIOGLOBE)

Gianluca Maria Sorace, ottenuto un discreto successo con gli Hollowblue, ha da qualche tempo deciso di affiancare a quell’esperienza un’attività da solista, che giunge ora al traguardo del primo lavoro da studio.

Il cantautore – palermitano di nascita, livornese d’adozione – riprende e amplia parte del discorso già avviato con la band principale: i 14 brani che compongono “Stella Burns Loves You” si muovono in territori che riconducono all’indie rock di band come Calexico e Giant Sand, tenendo presente la lezione sempre valida del blues delle origini, col ‘Man in Black’ Johnny Cash ad aleggiare, lungo tutti i quasi quaranta minuti di durata del disco.

L’esito è un lavoro dominato da ballate dai toni crepuscolari, tutto giocato sull’omaggio reso da Sorace alle strumentazioni vintage tra gli anni ’50 e ’70, tra banjo, mandolino tastiere ed effetti assortiti, con l’aggiunta di fiati ed archi, frutto del contributo del nutrito gruppo di ospiti che hanno partecipato al disco,  in una gamma di suoni che conferisce al disco un certo dinamismo, pur nella tranquillità dell’incedere.

Domina il cantato di Sorace (affiancato episodicamente da qualche voce di contorno), dall’attitudine per lo più disincantata, sul filo dell’amarezza, per un lavoro che pur coi suoi climi da ‘cielo coperto’ e con l’andamento spesso dolente,  finisce per avvolgere l’ascoltatore coi suoi caldi e corposi.

DJANGO UNCHAINED

… che poi alla fine questa rischia di essere una recensione completamente inutile: a poco più di una settimana dall’uscita, riuscire a dire qualcosa di originale su Django Unchained è esercizio arduo e anche un tantino presuntuoso: il film è stato già ampiamente sviscerato e sezionato…
La storia è più o meno nota: un cacciatore di taglie tedesco (Christoph Waltz), libera per i suoi scopi personali lo schiavo Django (Jamie Foxx); trai due in seguito nasce un forte legame di amicizia che li porterà a muoversi alla ricerca della moglie dello stesso Django (Kerry Washington), schiava di un terribile proprietario terriero (Leonardo DiCaprio), fino all’inevitabile carneficina finale.
Dopo i gangster, la black exploitation, le arti marziali, i maniaci autostradali, i film di guerra, Tarantino si butta sul western, omaggiando ancora una volta il cinema italiano ‘di genere’ e ispirandosi ai cari, vecchi, ‘spaghetti western’.
Tarantino, lo hanno già scritto altri, fa film non tanto per ‘riflettere sui massimi sistemi’: il suo scopo alla fine è quello di intrattenere lo spettatore, regalandogli qualche ora di svago, coinvolgendolo e prendendolo per mano, per poi improvvisamente condurlo davanti a una finestra spalancata e scaraventarlo di sotto, precipitandolo nel solito baratro di ‘esagerazioni senza freni’ che giunge puntuale in ogni suo film: anche stavolta sotto forma di una bella carneficina finale, ricca di spunti che non possono fare a meno di far sorridere.
Si ride, in parte ci si indigna di fronte alla violenza della schiavitù: Tarantino non ci risparmia (quasi) nulla, in virtù di quella che un’illustrazione di quanto avveniva ai tempi, crudeltà assortite incluse, che non può certo essere accusata di intenti di ‘spettacolarizzazione’: visto il film, la polemica imbastita da Spike Lee sembra abbastanza tendenziosa e immotivata.
Un film western corroborato di trovare ironiche, che non si risparmia accenti ‘slasher’, che come al solito in Tarantino trova i suoi punti di forza nella perfezione formale e nella regia ai massimi livelli, che stavolta usa in modo impeccabile le scenografie mozzafiato delle montagne americane.<br>
Non mancano certe ‘fisse’ stilistiche di Tarantino: anche qui alcune delle ‘scene madri’ si svolgono in contesti conviviali, mentre  il regista ci fa ancora una volta assaporare un dolce, ma ingolosire è soprattutto quella che resterà negli annali come una delle birre più succulente della storia del cinema…
Il tutto affidato a un cast come al solito di livello eccelso, sul quale svettano Waltz e Di Caprio, accompagnati da un Samuel L. Jackson formidabile nel ruolo del capo della servitù talmente succube e fedele del ‘padrone’ dal non esitare a mettersi dalla sua parte contro la sua stessa gente: un trio che finisce quasi per mettere in ombra il protagonista Foxx, comunque efficace nel dare vita al personaggio, in un cast completato da una Kerry Washington che svolge egregiamente l’incarico affidatole, e arricchito dal solito ‘nugolo’ di ‘comparsate’, tra cui spiccano Don Johnson, Bruce Dern, l’immancabile Michael Parks, fino al genio degli effetti speciali Tom Savini e allo stesso Tarantino che si ‘regala’ una delle morti più spassose dell’intero film.<br>
Immancabile nota di merito per la colonna sonora, che va dalle colonne sonore di Morricone, Micalizzi, Ortolani e Bacalov, fino al tema di Trinità, al folk americano di ieri (Johnny Cash, Jim Croce) e oggi (John Legend).
Tarantino è tornato e, come al solito, W Tarantino!!!