DI QUARTIERI VUOTI E SERVIZI PUBBLICI CARENTI…

Faccio parte della minoranza degli ‘smacchinati’ ovvero: dei non automuniti. Non sto qui a spiegare tutti i perchè e i percome, vi basti sapere che la mia patente pur restando nel portafoglio, una volta presa non è servita fondamentalmente a nulla. Ergo faccio parte di coloro che d’abitudine usano i mezzi pubblici.  Se vi dico che abito a Roma, suppongo possiate immaginare cosa ciò significhi. Significa – e non è la prima volta che succede – uscirsene ad esempio nel primo pomeriggio di una bella domenica mattina per andarsene al cinema… e tornarsene a casa, dopo aver aspettato i mezzi un quarto d’ora buono. Attenzione: non ho detto ‘IL’ mezzo, ho detto ‘I’ mezzi: perché alla fermata dove prendo l’auto io, passano ben quattro linee, ognuna delle quali in questo caso era utile allo scopo (tanto poi avrei dovuto cambiare, per prendere il famoso Tram 8, la cui notorietà ha talvolta oltrepassato i confini cittadini). Sono romano, so come vanno le cose; tuttavia quando mi trovo in queste situazioni allucinanti non posso fare a meno di andare fuori di testa, inveendo contro Alemanno e chi l’ha preceduto: il disastro dei mezzi pubblici a Roma è cominciato almeno 20 anni fa, ai tempi di Rutelli, ed  è proseguito allegramente con Veltroni, Alemanno diciamo che ci sta mettendo del suo, con la ciliegina sulla torta dell’aumento del prezzo del biglietto…  Non ci si abitua mai, a questa situazione. Uno potrebbe anche dire: hai voluto la bicicletta, adesso pedala, ma è un fatto che il sistema del trasporto pubblico a Roma fa schifo; se a una fermata, dove passano 4 linee, in un quarto d’ora non si vede l’ombra di un autobus, c’è qualcosa che non va, e non mi si venga a dire che  ‘è domenica’: questa storia per cui a Roma di domenica il servizio è ridotto è una delle tante prese per i fondelli ai cittadini, visto che di domenica che gente che prende i mezzi è pieno, e vi garantisco che ho visto fermate sovrafollate in attesa di un autobus… Evidentemente però Alemanno e chi l’ha preceduto i mezzi pubblici non li prendono da un pò… Alle spalle però c’è anche un altro problema: il quartiere dove vivo è il Portuense. Intendiamoci, non è un brutto quartiere: ha le sue aree verdi, ospedali a un tiro di schioppo, raramente finisce sulle prime pagine per episodi di criminalità: un quartiere ‘popolare’, ma abitato anche da professionisti. Non ci si potrebbe lamentare, se non fosse che non esistono luoghi di aggregazione, se si escludono le aree verdi di cui sopra, e quale struttura per ragazzini: non cè un cinema, non c’è un teatro (avevano provato ad aprirne uno, di quelli dedicati a produzioni di nicchia, è rapidamente fallito), non un impianto sportivo né un posto dove poter andare ascoltare la musica, non una biblioteca e non parliamo di musei, o luoghi deputati all’arte … nulla, eccezion fatta per un centro anziani,  un paio di teatrini parrocchiali, e qualche sala scommesse / slot. Per il resto, nulla di nulla. Il punto è questo: che in un quartiere (peraltro discretamente popolato) come questo ci dovrebbero essere anche impianti di questo tipo: chi la sera, o nel fine settimana, volesse andare a svagarsi, non dovrebbe essere sempre costretto a usare la macchina (che magari usa tutti i santi giorni per andare e tornare dal lavoro) o affidarsi a un trasporto pubblico i cui standard probabilmente non raggiungono quelli di tante capitali del Terzo Mondo. Insomma, mancano i luoghi di aggregazione e quando si vuole ‘evadere’, spesso non se ne ha la possibilità: se ci fosse un trasporto pubblico efficiente, anche tanti di coloro che hanno la macchina ne usufruirebbero, perché magari nel fine settimana a uno piace pure ‘essere trasportato’, anziché stressarsi ai semafori… Certi servizi ci sono ovunque, non serve andare all’estero, credo che a Firenze, Bologna, Torino, Milano, Palermo, Napoli, Bari, la situazione sia diversa… A Roma, no… il risultato? Il risultato è che il cittadino alla fine è costretto a starsene a casa, davanti al televisore,  o  a uscire per andare a giocarsi i soldi sulle partite o alle slot machine… BENVENUTI NELLA CAPITALE D’ITALIA.

SERIE TV: LE NOVITA’ DELLA CW

UPFRONT DELLA CW PER LA PROSSIMA STAGIONE

Arrow, Beauty and The Beast, Emily Owens, M.D., Cult, The Carrie Diaries le novità…

LUCIA MANCA, “LUCIA MANCA” (NOVUNQUE / SELF)

L’esordio di una nuova voce femminile nel panorama musicale italiano è sempre una buona notizia: negli ultimi anni in effetti, non sono state poche le cantanti che, con alterne fortune, si sono affacciate sulla scena tricolore, ma è un fatto che ben poche di queste poi riescono veramente a raggiungere il grande pubblico, sommerse dalla marea di ugole uscite da talent show e quant’altro: un discorso che ci porterebbe lontano… A farsi ascoltare ci prova stavolta la giovane salentina Lucia Manca, con questi dieci brani, poco più di una mezz’ora di durata.

A dar man forte alla cantautrice pugliese arriva Giuliano Dottori, voce e chitarra negli Amor Fou, che qui oltre a produrre, imbraccia buona parte degli strumenti, offrendo in un caso un suo testo e in altro scrivendolo a quattro mani con la stessa autrice.

Domina, ovviamente, l’interpretazione della Manca, caratteristica nel suo cantato etereo e a tratti fanciullesco, a ricordare magari (alla lontana, e coi debiti distinguo) le Cocorosie; vocalità più che mai adatta a brani in cui sentimenti ed esperienze sono filtrati attraverso uno schermo traslucido di suggestioni oniriche, in cui la realtà assume contorni a tratti sfuggenti. Qua e là si intravede forse qualche ingenuità, tipica dell’esordio, ma nel complesso la scrittura appare, se non del tutto convincente, almeno inserita nei binari giusti.

Domina una sensazione di dolcezza, ombreggiata dalle classiche venature malinconiche, in un disco quasi interamente affidato a climi tranquilli e umori rasserenanti, in un solo caso il ritmo si alza decisamente per un escursioni più marcatamente rock.

Lucia Manca supera la prova d’esordio con un disco dalla spiccata immediatezza, capace di coinvolgere e toccare le corde emotive dell’ascoltatore: l’augurio è di risentire presto parlare di lei.

 LOSINGTODAY

ERIN & THE PROJECT, “BIRTHDAY” (AUTOPRODOTTO)

In occasione del loro precedente lavoro, Lindsey Erin e Paul Ezekiel avevano mostrato un’efficace versatilità, mescolando vari generi (blues, soul, jazz, pop) e dando vita ad un lavoro tutto sommato convincente; “Birthday” è il nuovo capitolo della storia, che abbandona in parte quell’attitudine all’insegna della varietà di soluzione per cercare una maggiore focalizzazione stilistica.

Aiutati in fase di missaggio e masterizzazione da Oz Fritz (Grammy Award per “Mule Variations” di Tom Waits), affiancati Jon Axtell a basso e chitarra, i due danno vita ad un lavoro in gran parte incentrato su atmosfere rilassate, spesso malinconiche. Nei sette brani presenti ricorrono atmosfere rilassate che possono ricordare alla lontana certi episodi del cantautorato di matrice celtica di Shinead O’Connor, piuttosto che di quello di Tori Amos; in un paio di casi, il ritmo si alza, e sono gli episodi forse più riusciti (con suggestioni che riportano, come nel precedente lavoro, ad artiste come Feist o KT Tunstall): alla luce di questo, risulta un pò uno spreco l’ampio spazio dedicato a una cover -peraltro non troppo convincente – di Psycho Killer dei Talking Heads: meglio sarebbe stato inserire magari un altro paio di inediti, a rendere la pietanza più corposa.

“Birthday” appare insomma un disco riuscito a metà: apprezzabile per la ricerca di un’impronta stilistica più marcata, un pò meno per gli esiti di tale ricerca; nonostante questo, il lavoro mette comunque in luce le capacità vocali e interpretative della Erin, già messe in luce nel precedente lavoro, così come quelle di Ezekiel: un lavoro di ‘passaggio’, in attesa di vederli nuovamente all’opera.

LOSINGTODAY

MAPUCHE, “L’UOMO NUDO” (VICEVERSA / HALIDON)

Dopo essersi fatto conoscere – e apprezzare – con un precedente Ep, intitolato “Anima Latrina” (ogni riferimento era puramente voluto), il catanese Enrico Lanza si cimenta nella prima prova sulla lunga distanza: undici brani (poco meno di quaranta minuti la durata complessiva) grazie ai quali il cantautore catanese entra a buon diritto nel filone più corrosivo e se il termine è consentito, ‘antieroico’ del cantautorato italiano.

Ascoltando “L’uomo nudo” il primo nome che viene in mente, per l’atteggiamento sardonico è quello di Rino Gaetano, ma tra le pieghe del disco si intravede un filo della vena nichilista di Piero Ciampi (Al mio funerale) , o dello sguardo disincantato di Claudio Lolli (L’atto situazionista), mentre un brano come Io non ho il clitoride, sarebbe probabilmente piaciuto a Lucio Dalla.

Tra cantautorato, folk ‘sghembo’ e low-fi e improvvise accelerazioni all’insegna di ruvidità trasandate, Lanza interpreta testi all’insegna dell’osservazione del sè e del ‘mondo che gira intorno’, attraverso uno stile variegato che raramente resta nei binari del ‘bel cantare’, sempre pronto a deragliare, tra scazzo, nervosismo, vivacità venata di follia, spesso improntato a una vocalità sguaiata, che non di rado varca i confini dello ‘schiamazzo’.

Attorno, suoni consueti e altri meno: alla chitarra acustica imbracciata dal protagonista, si affiancano di volta il volta synth, mandolino, banjo, organi e rumori vari, per la maggior parte frutto dell’intervento di Lorenzo Urciullo (Colapesce); tra le altre partecipazioni, vale almeno la pena di segnalare quella di Cesare Basile all’ukulele.

Non sarà un fenomeno, Mapuche; in ogni caso, in una scena italiana che negli ultimi tempi ha prodotto una serie di autori che, per quanto valenti, appaiono tutti essere accomunati da prendersi dannatamente sul serio, mancava una sana dose di ironia e sguaiatezza: Cesare Lanza si candida seriamente a riempire il vuoto, portandoci una sana dose di riflessiva leggerezza.

LOSINGTODAY

BENTORNATI!!!

 

IERI

Ieri mattina passeggiavo per il centro di Roma, diretto verso il mio settimanale acquisto di fumetti, nelle cuffie le parole di Radio Radicale; e improvvisamente arriva la notizia, la bomba a Brindisi, una ragazzina di sedici anni morta. Una di quelle notizie che lì per lì fai persino un pò di fatica ad inquadrarle: una bomba davanti a una scuola, vittima una ragazzina. In Italia ne abbiamo viste tante: corpi straziati in banca, in piazza o  alla stazione,   sui treni in galleria, o ripescati dopo un incidente aereo, strade fatte saltare per aria e palazzi sventrati, corpi crivellati di colpi… Una scuola, però. Non si era mai visto.  Lì per lì, oltre che all’attentato mafioso, ho pensato piuttosto a quelle esplosioni di follia come se ne sono viste tante negli U.S.A…. la differenza è che in Italia è più facile assemblare delle bombole a gas, che procurarsi armi e munizioni, sebbene negli anni non siano mancati esempi di gente fuori di testa in possesso di armi (per conto mio poi, da sempre penso che chi si procura una pistola lo fa perché prima o poi pensa – o spera – di usarla, quindi ogni persona in possesso di un’arma è già un potenziale assassino…). Ho pensato a un emulo di ‘unabomber’, forse. Ho anche pensato: vedrai che adesso daranno la colpa a qualche ‘forza oscura’ (qurant’anni e passa di stragi impunite hanno ormai portato una buona fetta della popolazione italiana a pensare che dietro a certi episodi ci siano sempre trame e strategie). Però al di là di tutto, che ci rimane? Ci rimangono i corpi straziati di una ragazza uccisa e di una che ancora adesso è ai limiti della sopravvivenza, ci restano le foto pubblicate su Facebook, riproposte così insistentemente… ci restano immagini che tutti, più o meno abbiamo vissuto: il momento del ‘cazzeggio’ prima dell’entrata in classe, che improvvisamente si trasformano in uno scenario di guerra, ci restano risate, chiacchiere, magari il timore di un’interrogazione imminente… tutto che improvvisamente si trasforma, finisce. Ieri mi sono ritrovato a pensare: quella ragazza poteva essere mia figlia, ma alla fine, più che nei genitori, ho finito comunque per immedesimarmi in lei, immaginandomi a scherzare sul bus che ti porta a scuola, in attesa di un giorno come gli altri, in quel periodo di fine anno, dove chi va bene va  a scuola ‘tanto per’  e chi invece va male deve passare interrogazioni a raffica per cercare di recuperare… e poi, tutto che finisce. E ho provato una gran malinconia, perché poi alla fine,per dire, gli attentati sono sempre da condannare, ma in fondo ci sono delle differenze: Falcone e Borsellino pensavano di essere in guerra  e avevano messo in preventivo di essere vittime di un attentato… ma una ragazza di sedici anni, di un paesino di provincia che come ogni mattina prende l’autobus per andare  a scuola, ma che colpa ha? La speranza (l’ultima a morire anche in Italia, dove non si risolve mai nulla, dove per esempio a 30 di distanza ancora non è dato di sapere nulla nemmeno sulle sorti di Emanuela Orlandi, altra vittima incolpevole di non si sa nemmeno bene cosa) è che almeno stavolta si riesca a dare un nome all’Infamia; altrimenti, beh, rassegnamoci a vivere in un luogo dove si possono compiere stragi orrende rimanendo impuniti…

STEPHEN KING – THE DOME

In una limpida mattina d’autunno, attorno ad una cittadina del Maine si materializza improvvisamente una sorta di cupola impenetrabile, che la isola dal resto del mondo. La popolazione reagisce dapprima con il prevedibile, più totale, sconcerto, mentre si susseguono incidenti stradali e aerei, uccelli cadono dall’altro dopo aver sbattuto contro l’oggetto misterioso, qualcuno si ritrova addirittura con un braccio amputato, facendo una brutta fine.
Il primo a cogliere la palla al balzo è un funzionario locale, che in quattro e quattr’otto organizza una sorta di ‘dittatura municipale’, creando abbastanza agevolmente su un corpo di polizia di stampo nazistoide (ci vuole poco, a portare dalla propria parte mezzi delinquenti e bulli del liceo, quando gli metti in mano una pistola e gli dai un qualche tipo di distintivo che gli permetta di fare il porco comodo loro…) ed eliminando, anche fisicamente, chiunque gli intralci la strada, mentre i ‘buoni’ cercano di venire a capo del mistero…  A rischio di apparire esagerati, “The Dome” può essere definito come il romanzo più ‘politico’ di Stephen King. Lo scrittore del Maine ci ha abituato altre volte a usare trame horror o soprannaturali per ‘parlare d’altro’: è la sua maggiore cifra stilistica, e la ragione principale del suo successo, fin dal 1974, quando con “Carrie” prese a pretesto le vicende di un’adolescente dotata di poteri paranormali per mettere l’accento sugli aspetti più sinistri e crudeli dell’adolescenza e del mondo delle scuole superiori. King ha usato lo stesso stratagemma per parlare dei rapporti di coppia e all’interno delle famiglie, dell’infanzia, della religione e dell’essere scrittore, fino ad affrontare il tema delle dinamiche sociali in certe ‘comunità chiuse’, nei tanti romanzi ambientati nella a Castle Rock, in cui l’avvenimento soprannaturale del caso serviva a portare alla luce rancori, invidia, follie sopite e a mostrare la fragilità delle convenzioni sociali in cui viviamo.
Volendo fare un parallelo, ecco che nel caso di “The Dome”, mostrando la repentina discesa nel totalitarismo della comunità di Chester’s Mill, Stephen King ci mostra quanto in fondo fragile sia ciò che noi intendiamo come ‘democrazia’. Basta veramente poco – l’azione si svolge nel corso di una settimana – per mettere in crisi quelle che noi chiamiamo conquiste, raggiunte in duecento anni e passa (ricordiamo che gli U.S.A. sono la prima democrazia compiuta del globo, la cui Costituzione, ancora ineguagliata, mette al primo posto il ‘diritto alla felicità’ dell’inidividuo, ed è stata il punto di partenza per le carte costituzionali e le varie ‘dichiarazioni dei diritti’ di mezzo mondo). Basta poco, solo che una cittadina insignificante resti isolata dal resto del mondo e poco importa che la cupola che la avvolge sia trasparente, in senso ‘reale’ e ‘figurato’: a differenza degli altri ‘microcosmi’ kinghiani – che in effetti rimanevano ‘accessibili’ al resto del globo, che però sostanzialmente li ignorava -  le cui vicende  più o meno tetre e sanguinose giungevano al resto del mondo come echi evanescenti, nel caso di Chester’s Mill, tutto avviene davanti agli occhi del mondo: King ci fa sapere che la vicenda della cupola ha calamitato l’attenzione dell’intero globo, che è perfettamente a conoscenza del lento scivolare della comunità verso la dittatura, ma nessuno può farci nulla. Il parallelo con le tante dittature in giro per il globo nei confronti delle quali la comunità internazionale appare impotente, per motivi molto più ‘terra-terra’, rispetto all’evento soprannaturale di “The Dome” è immediato, così come altrettando immediato è pensare che dietro al romanzo, nonostante il passare del tempo (il libro è datato 2009) si agitino le ombre dell’11 settembre, non a caso più volte citato nel corso del volume (il che ci suggerisce come quell’evento sia ancora ‘vivo’ e tutt’altro che superato nella società americana).
La lettura di “The Dome” è terrificante: non tanto per la vicenda della cupola in se  (tornando al discorso di prima, raramente King si è tanto disinteressato della vicenda di partenza per parlare d’altro come in questo caso (ovviamente questo non vuole dire che il ‘re’ non ci risparmi il suo abituale ‘climax’, scatenando uno dei suoi proverbiali ‘climax’ deflagranti e regalandoci una spiegazione del ‘mistero’ come al solito spiazzate) quanto per il modo in cui l’autore ci mostra la disarmante facilità con cui quello che noi diamo per scontato può crollare come un fragile castello di sabbia: in fondo ci vuole solo la ferma volontà di chi gestisce le leve del potere (convinto magari di ubbidire alla volontà di Dio, il fanatismo religioso è un altro filo conduttore della narrativa di King, che della ‘fede’ mette spesso in mostra gli aspetti più inquietanti) , un congruo numero di persone che siano disposte a prestare giuramento in cambio di poter calpestare le regole che essi stessi hanno giurato di rispettare (e quando questi poliziotti improvvisati picchiano e violentano senza remore, al lettore italiano non possono non venire in mente i casi di Cucchi, Aldrovandi e tutti gli altri) e la solita, immancabile, ‘maggioranza silenziosa’, che allorché gli si sventola davanti un pretesto per aver paura, si rifugia tra le ‘braccia sicure’ dell’uomo ‘forte’ (e in un periodo di crisi come questo, in cui un giorni si e l’altro pure in televisione ci viene mostrata l’immagine di certi ‘salvatori della patria’, l’effetto per il lettore italiano è ancora più inquietante).
Ancora una volta, si correrà il rischio di esagerare, ma con “The Dome” King scrive un duro ed efficacissimo trattato sulla ‘nascita di una dittatura’, più potente di tanti saggi: più potente perché travestito da romanzo, più potente perché, metre le opere accademiche finiscono sugli scaffali di pochi, “The Dome” sarà nelle librerie di milioni di persone. Il messaggio è chiaro: teniamo gli occhi aperti, perché ciò che consideriamo un dato acquisito potrebbe esserci tolto repentinamente, magari senza che nemmeno ce ne accorgiamo…

IN CHE MANI SIAMO…

Da ciò che si legge sui giornali e si vede nei telegiornali, non sembra poi che dallo scorso anno le cose siano cambiate un granché: Francia e Germania reggevano le sorti dell’Europa prima, Francia e Germania continuano a determinarle oggi. Per quanto Monti sia stato accolto nel consesso internazionale (che del resto aveva frequentato anche in precedenza) con toni entusiasti, all’insegna del ‘finalmente un italiano serio’, poi alla fine le cose sono andate come abbiamo visto: certo Monti incontra e parla al telefono, ma la netta impressione, soprattutto in questi giorni in cui si deve decidere il futuro della Grecia (a proposito: l’uscita dall’Euro sarebbe la fine, perché sarebbe seguita a breve giro di posta da almeno altre tre – quatto nazioni… paradossalmente l’unica nazione che ha dimostrato di sapersi fare i cavoli propri, fregandosene beatamente del resto d’Europa è la Germania, che quindi dovrebbe cacciata dall’Unione a calci), chi è che alla fine ha il ‘pallino’? Germania e Francia, la Merkel e Hollande, una reduce da una batosta storica (e mi chiedo: ma se in Germania campano alla grande, c’è la disoccupazione al minimo, si permettono di stare  a fare i maestrini agli altri un giorno si e l’altro pure, perché poi il partito della Merkel perde?), l’altro appena insediato. Dopo aver visto l’esito delle elezioni francesi, mi sono detto che i nostri ‘cugini’ dovevano averne veramente piene le tasche di Sarkozy, seppur di levarselo dai piedi hanno eletto Hollande. Voglio dire, ma guardatelo: raramente un politico ispira così poco: non è ne un ‘simpaticone’, come Blair, Berlusconi o Sarkozy (e visti questi esempi, Dio ce ne scampi, dai ‘simpaticoni’) né un ‘monolito’ che trasuda rigore e serietà, come poteva essere Mitterand o anche Chirac. Insomma, io ho visto Hollande e m’è venuto in mente Veltroni, con una, enorme differenza: Veltroni sembra che in politica c’è capitato per caso, perché un giorno gli è capitato un pomeriggio libero, senza film da andare a vedere al cinema e allora è entrato in una sede di partito; Hollande mi ricorda uno di quei puntigliosi impiegati di sportello di qualche ufficio pubblico, che ti pianta una grana perché in una pratica manca qualcosa di futile e allora ti fa tornare lì un’altra volta… Insomma: per lo meno Bersani ti dà l’idea di un burocrate, ma di uno di quelli che ti trova un modo per non dover tornare  a fare la fila. Hollande è grigio, anonimo: non so, forse veramente corrisponde a un ‘cittadino medio’, ma insomma, che uno così sia arrivato alla Presidenza francese fa specie. Dall’altra parte, la Merkel, che possiamo derubricare più velocemente, visto che ormai la conosciamo: la Merkel è una di quelle professoresse che se dopo un’interrogazione da otto gli cadi su un dettaglio della domanda finale, è capace di mandarti al posto con un sei. Insopportabile, con st’atteggiamento da ‘so tutto io’, da ‘io sola sono nel giusto, tutti gli altri sbagliano’, l’attitudine da: ‘sono democratica: per me non conta un c***o nessuno (parafrasando Full Metal Jacket)’. Ormai della Merkel non se ne può più: ha mandato la Grecia alla bancarotta quando ancora poteva essere salvata solo per il puntiglio di non metterci un euro; non solo: anche adesso continua pervicacemente con ‘sta panza del ‘rigore’, dopo che si è levata lo sfizio di ‘sistemare’ anche noi italiani. Non c’è fine al peggio e anche adesso guai a cercare soluzioni alternative… Ecco, in che mani siamo… poi certo, c’è il nostro Governo, quello di Monti, Fornero, Passera… degnissime persone (e guai a rimpiangere chi c’era prima), ma è ormai del tutto evidente che le decisioni continuano a essere prese altrove: se prima l’Italia non era considerata, perché un Paese che aveva espresso QUEL Premier e QUEI Ministri, non poteva essere presa sul serio, adesso l’impressione è che l’Italia continui a non essere considerata semplicemente perché  non ha le spalle sufficientemente larghe, e quindi se ne stesse buona… Viene in mente il famoso aneddoto dei cani e del gattino raccontato da Enrico Mattei e ripreso nel film di Francesco Rosi: l’Italia è come quel gattino, che se si avvicina anche solo per prendere gli scarti dei cani che si stanno litigando l’osso, viene scacciata e schiacciata in malo modo.

COME DIMOSTRARE VOLEVASI…

Ho dato uno sguardo al programma di Fazio: tutto ampiamente prevedibile, scontato, banale, noioso. Come avevo previsto, la classica sfilata dei suoi ‘amichetti’, tutta gente vista e stravista nelle sue altre trasmissioni; il giochino della ‘parola’ appariva già trito dopo un paio d’interventi… chissà perché poi in queste occasioni tutti si devono sentire obbligati a diventare la macchietta di sé stessi, offrendo alla trasmissione (e al pubblico) esattamente ciò che ci si aspetta da loro: Avati e i ricordi di gioventù, Petrini e l’apologia del contadino (e però Petrini sta sempre in giro per il mondo… avrà mai preso in mano una zappa?) Rossi che la butta in burletta, Erri de Luca che sale in cattedra,  e via dicendo… Non poteva mancare la Littizzetto, in versione extra-large col suo repertorio stravisto… Saviano, purtroppo, sta anche lui sempre più diventanto la controfigura di sè stesso: ha scelto di giocare ‘facile’, tirando in ballo gli imprenditori suicidi e raccontando la storia della strage di Beslan… viene quasi il sospetto che abbia voluto buttarla sulla lacrima ‘facile’, anche se mi rendo conto di metterla forse in modo troppo duro… Alla fine Fazio (per l’occasione, avrete notato, a indossato l’occhialino, che fa tanto intellettuale) ci ha dato ciò che ci aspettavamo, una tramissione infarcita di retorica, buonismo ‘de sinistra’ e piagnistei. Verdremo le prossime due sere: al momento tutto molto deludente, perché tutto molto ‘previsto’…

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