IRON MAN 3

Regia: Shane Black

Con: Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Ben Kingsley, Guy Pearce, Don Cheadle, Rebecca Hall.

Più di tante parole, per capire la differenza tra il terzo capitolo della saga di Iron Man e i precedenti, bastano i primi 30 secondi: quando al posto degli AC/DC partono gli Eiffel 65, lo spettatore smaliziato capisce che non c’è da aspettarsi nulla di buono…

Come si conviene ad ogni trilogia (super)eroistica che si rispetti, nel primo capitolo abbiamo assistito alla nascita dell’eroe, nel secondo alla scoperta dei suoi limiti, nel terzo ecco la sua caduta e resurrezione. Ritroviamo un Tony Stark non più così sicuro dei suoi mezzi: l’avventura vissuta con gli altri Vendicatori in Avengers ha lasciato il segno: un uomo devoto alla scienza e alla tecnologia ha dovuto affrontare un’invasione aliena appoggiata da un dio nordico e l’ha sventata assieme a un manipolo di eroi tra cui un’altra divinità norrena, un individuo capace di diventare una furia verde alta tre metri e un soldato della Seconda Guerra Mondiale, sopravvissuto grazie all’ibernazione nei ghiacci dell’Artico: troppo, anche per un ‘supereroe’, e infatti Stark è diventato psicologicamente fragile, preda di attacchi di panico e ormai sempre più incapace di vivere ‘normalmente’ al di fuori della sua corazza.

A complicare il tutto arriverà il Mandarino, un terrorista internazionale impegnato a voler dare la ‘lezione definitiva’ agli USA e che finirà per privare Tony Stark di tutto, costringendolo a ripartire praticamente da zero, in una cittadina della provincia americana, col solo aiuto di un adolescente, naturalmente privo di padre, vittima di bulli e con una madre troppo impegnata per accorgersi che il figlio si accompagna con un quarantenne che si è ‘insediato’ nel loro garage, riempiendolo di gadget elettronici…

Il nostro protagonista riuscirà naturalmente a risalire la china, mostrando a sé stesso di potercela fare con le proprie forze (a costo di trasformare Iron Man 3 per una mezz’ora buona nel nuovo film di 007), scoprendo la verità dietro alle manipolazioni del Mandarino, con una trovata che sconvolge completamene la ragion d’essere di uno dei ‘cattivi storici’ dell’universo Marvel, per la quale gli sceneggiatori si meriterebbero l’ergasotolo, fino allo scontro finale…

A voler essere generosi, si può definire Iron Man 3 un buon film d’azione, che più che agli appassionati di fumetti, appare strizzare l’occhio in generale agli amanti del ‘genere’ e orientato per lo più a un pubblico di famiglie; a voler essere cattivi e anche acidi, c’è da sottolineare (come hanno fatto già in tanti) che mai come in precedenza in questo Mavel movie si respira ‘aria da Disney’ (ricordiamo che il colosso dalle grandi orecchie da qualche anno è diventato proprietario della Marvel e dunque ha voce in capitolo anche sulle sue ‘espressioni cinematografiche): l’atmosfera natalizia (ricorrente in una colonna sonora invereconda infarcita di brani ‘a tema’, in luogo delle precedenti, molto più rock), il ricorso allo stratagemma del ‘ragazzino che aiuta l’eroe a risorgere’ (non si capisce con quale funzione, visto che anche gli spettatori più giovani si immedesimano con l’eroe con principale anziché col suo ‘alleato’), un’ironia che, pur presente anche nei precedenti episodi, stavolta è declinata in battutine molto più scontate, prive di quel sottile sarcasmo che caratterizzava i film precedenti. A gridare vendetta è però soprattutto il succitato massacro perpetrato ai danni del personaggio del Mandarino.

Guardato come ‘film di supereroi Marvel’, specie se confrontato coi precedenti, Iron Man 3 insomma appare non funzionare granché: il concetto di fondo, quello dell’eroe che ritrova la sua umanità e il suo essere ‘super’ dentro di sé anche se privato della propria armatura, è forse apprezzabile, per quanto già visto e rivisto, ma il tutto è svolto in modi lontani anni luce dai precedenti. Pretenziosa e scontata la riflessione sull’affidabilità di quanto ci viene propinato dai mezzi d’informazione; si salva solo la sequenza dello scontro finale (e ci mancherebbe pure, viene da pensare), che tutto sommato è l’unico punto a favore di questo terzo capitolo nei confronti del secondo. Godibile infine il consueto epilogo dopo i titoli di coda, che però per la prima volta (altra scelta discutibile) non costituisce un’anticipazione del prossimo Marvel movie che sarà il secondo capitolo delle avventure di Thor.

Il cast si limita al lavoro d’ordinanza senza metterci nemmeno troppo impegno, in questo per nulla aiutato da una sceneggiatura piatta e insipida; Downey Jr è come al solito convincente nei panni di Tony Stark, ma dà sempre più l’impressione di stare lì ‘per contratto’, Gwyneth Paltrow è ancora una volta Pepper Potts, in un ruolo che non richiede troppo impegno, a Ben Kingsley basta la presenza per dare credibilità al Mandarino, almeno fino a quando gli sceneggiatori non decidono di demolire completamente il personaggio, Don Cheadle partecipa in un ruolo di contorno quasi del tutto inutile, maggiore spazio avrebbe meritato il personaggio interpretato da Rebecca Hall, che resta lì, né carne né pesce, poco oltre un semplice abbozzo;da ricordare la partecipazione, come Presidente e Vice Presidente degli Stati Uniti, di William Sadler e Miguel Ferrer, trai più apprezzati caratteristi di cinema e tv degli ultimi 20 anni. Immancabile, naturalmente il cameo di Stan Lee.

Si esce dalla sala sperando che ‘il cattivo giorno non si veda dal mattino’ e che questo primo capitolo della ‘fase due dei supereroi Marvel al cinema’ non costituisca un indizio attendibile della strada che si è deciso di prendere.

INCONTRI…

…fin da quando sono ragazzino, ho assistito un pò divertito a questo luogo comune secondo cui a Roma incontri ‘gente famosa’ ad ogni angolo di strada. Non che non sia vero, intendiamoci, ovviamente la statistica ti dice che incontrare ‘uno famoso’ è più probabile nel centro di Roma che non in quello di Bitonto, Sassuolo o Nocera Umbra, per dire… ma insomma, la casualità gioca il suo bel ruolo, a meno che tu non ti chiami Paolini e abbia come principale occupazione quella di inseguire i politici dalla mattina alla sera per apparire in tv… Ovviamente, nella mia ormai quasi quarantennale esistenza, anche a me è capitato di incrociare politici, attori e cantanti… l’incontro più emozionante fu quello con Paolo Conte, che se ne girava in un’affollata via del Corso (per i non romani, la principale arteria del centro di Roma) di sabato pomeriggio, senza che nessuno lo notasse minimamente. Ecco, quello con Paolo Conte fu un incontro eccezionale, anche perché Conte non abita a Roma, era qui per dei concerti, poi vai a pensare che uno come lui se ne vada a passeggio per il centro di sabato pomeriggio… un incontro ‘simpatico’ fu quello con uno dei Fichi d’India (quello che purtroppo è stato male ultimamente): eravamo nell’allora ‘Messaggerie Musicali’, nel settore jazz-rock e scambiammo due parole sui Perigeo: lì scoprii che dietro al ‘personaggio’ c’era una persona dall’ottima cultura musicale. Surreale fu incrociare Berlusconi, sempre di sabato pomeriggio, sempre in via del Corso, quando ancora si poteva permettere ‘bagni di folla’ senza troppi timori… Tutto questo preambolo per raccontarvi cosa è successo ieri: l’ho avvistato dal tram, che se ne girava tranquillo, in direzione della manifestazione di Sel: l’ho notato, e come sempre in queste situazioni si crea quel ‘cortocircuito’: una persona vista così tanto, citata innumerevoli volte nelle ultime settimane, quando la vedi ‘dal vivo’ c’è sempre una sensazione strana. Scendo dal tram – che nel frattempo lo ha superato’ – e tergiverso un pò… poi gli vado incontro, e col solito fare un pò goffo di queste occasioni, smozzico a mezza voce: “scusi, lei è il professor Rodotà?”. Lui: ‘si’. Gli allungo la mano e gliela stringo, bofonchio un ‘grazie’, la prima parola che mi viene in mente – in queste occasioni non sai mai che cavolo dire (a Paolo Conte, dissi ‘lei è un grande’) – non ricordo esattamente cos’altro gli ho detto, lui mi ha risposto: “adesso continuiamo a lavorare” e ha proseguito per la sua strada io l’ho salutato con un ‘auguri’ (ma che ca**o, ma gli potevo dire: ‘buon lavoro?’) e me ne sono tornato sui miei passi, con la classica sensazione tipica mia di queste situazioni (e non solo), di non aver avuto la battuta pronta: appena finito il ‘momento’, ti vengono in mente decine di cose che avresti potuto dire, ma che per soggezione ed emozione non sei riuscito: già è stato tanto prendere il coraggio ed andargli incontro… Però, accidenti!! Insomma, RO-DO-TA’!!! l’ho scandito anche io, davanti alla Camera… che poi quella parola a forza di pronunciarla, smette di essere collegata ad una cosa, o come in questo caso ad una persona, e vive di vita propria… e invece ieri la parola si è riconnessa improvvisamente al suo ‘proprietario’, un uomo il cui sguardo potrei definire ‘dolce’, la stratta di mano non vigorosa, ma calorosa… a pensarci, ho stretto la mano al Professor Rodotà, uno che a quest’ora poteva essere il Presidente della Repubblica…

R.I.P. (?) GIULIO ANDREOTTI (1919 – 2013)

Il punto interrogativo non è un refuso; l’ho messo tra parentesi perché tutto sommato non sono sicuro nemmeno del fatto che ci si debba domandare se Giulio Andreotti sia degno di riposare in pace, oppure no. Anzi: la domanda è a tutti gli effetti oziosa. Andreotti è morto, ed è stato ciò che è stato ormai troppi anni fa… si potrebbe quasi affermare che la sua morte abbia un impatto più per le televisioni e i giornali che non su altri media; Andreotti è un residuo di un’altra epoca, l’epoca appunto in cui l’informazione passava su giornali e tv…  Se pensiamo ai blog, a Facebook, a Twitter, ci rendiamo conto che sono strumenti di nuova generazione per nuove generazioni, per gente che oggi a 16, 20, 25 anni Andreotti probabilmente sa chi è più o meno solo di nome, i più fortunati o curiosi probabilmente hanno letto qualcosa di più di lui… ma insomma l’impressione che ho in queste ore è che se ne parli quasi ‘per contratto’, quasi fosse un obbligo. Andreotti in effetti non è stato un Padre della Patria, non ha ispirato grandi ideali, non ha mai mosso gli animi; le emozioni più vivide che ha suscitato sono state le risate delle tante imitazioni… per il resto, Andreotti ha rappresentato probabilmente la ‘politica’ nel senso più deteriore e deleterio del termine: il compromesso, la conservazione, il restare fermi che è sempre e  comunque meglio di qualsiasi ‘fuga in avanti’, il raggiungimento, la conservazione e la gestione del potere per il potere…  Paradossalmente si potrebbe addirittura affermare che nonostante abbia dominato 50 anni di storia politica italiana (e questo dice molto, più che sulla grandezza dell’uomo, sulla mediocrità della politica italiana, che purtroppo mi pare prosegua anche oggi), Andreotti non ha mai legato il suo nome ad alcun progresso civile, sociale ed economico degli italiani. Semmai, il fatto che abbia avuto un ruolo di primo piano per così tanto tempo nelle vicende politiche italiane, gli assegna un ruolo di diritto negli episodi più oscuri, le bombe nelle piazze, nelle stazioni, sui treni, gli omicidi mai chiariti di persone scomode. Andreotti ha sempre avuto un atteggiamento ambiguo quando gli sono state fatte delle domande a riguardo: a volte ha affermato di non sapere, più recentemente ha ammesso di conoscere alcuni segreti, ma di volerseli portare ‘in paradiso’: il suo modo di risolvere le questioni era quello di snocciolare una delle sue consuete massime, motti di spirito, esempi di arguzia, di fronte alle quali si sorrideva quando magari era il caso di incavolarsi, di fronte a quelle che apparivano come plateali prese per i fondelli. Io non so se Andreotti effettivamente ‘sapesse’: se non sapeva,  tutto a posto; ma se sapeva e ha taciuto è un altro paio di maniche. Il cerchio certo si chiuderebbe, perché anche questo sarebbe un aspetto della sua concezione di politica come conservazione: l’insabbiare e mettere a tacere tutto, perché l’importante è mantenere lo status quo, anche se questo vuol dire lasciare inspiegate centinaia di morti, in virtù di una visione della ‘ragion di Stato’ che si potrebbe definire ‘ottusa’: il ‘popolo’ insomma va tenuto nell’ignoranza… E ‘questa la cosa peggiore: l’impressione che con Andreotti se ne sia andata via forse l’ultima persona che realmente poteva dire di ‘sapere’, mentre ad oggi troppi punti oscuri della storia d’Italia sembrano destinati a rimanere nell’ombra e a sfumare progressivamente col passare del tempo, senza uno straccio di spiegazione.

 

 

TITOR, “ROCK IS BACK” (INRI)

Nato nel 2007 dalla collaborazione di vari musicisti della scena torinese, tutti con varie esperienze alle spalle ( tra gli altri  I Treni all’Alba, Distruzione, Dead Elephant, Sickhead), dopo aver pubblicato un Ep e partecipato ad un disco – tributo ad Ivan Graziani pubblicato da XL nell’estate dello scorso anno, il progetto Titor giunge finalmente all’esordio sulla lunga distanza.

“Rock is back”: titolo ‘programmatico’ e forse un filo pretenzioso per un disco che si affida completamente alla sua indiscutibile potenza d’impatto: sgombriamo il campo da equivoci, evitiamo dispendiose lungaggini: il quartetto (coadiuvato in un episodio da Nitto dei Linea 77) inanella nove brani (inclusa la riproposizione di Motocross di Graziani in una lettura riuscitissima proprio per il suo travolgere il pezzo originario pompandone all’estremo la virulenza) all’insegna di un’attacco sonoro inesausto e senza requie; poco più di 35 minuti a base di sonorità, aspre, grevi, sature e urticanti, che traggono linfa dalla più nobile tradizione punk, hardcore (e post), condendo il tutto con una ‘muscolarità’ metallica.

Un cantato adirato, che sbraita dal microfono liriche abbastanza ‘consuete’ per il genere, tra la classica rivendicazione della propria diversità e il prendere di mira gli aspetti più deleteri della società, all’insegna di una rabbia corroborata da un sarcasmo sul filo del cinismo; la accompagnano chitarre che non si stancano di frustare i timpani dell’ascoltatore, mentre la sezione ritmica procede dritta, spedita, incurante di qualsiasi ostacolo si trovi sul proprio percorso.

Il titolo appare pretenzioso, la copertina lascia obbiettivamente a desiderare (il torso nudo lascia forse immaginare qualcosa di molto più glamour… forse il contrasto è voluto), i testi obbiettivamente non riportano una sconvolgente originalità, eppure… il disco fa si che su tutto questo si possa agevolmente sorvolare: l’ira sonora e volare che Titor sparge ad ampie badilate basta e avanza.

LA PLAYLIST DI APRILE

 

Italia di merda   Cripple Bastards

Not moving         The Incredulous Eyes

Duel                        Titor

Psychodead          Dead Skeletons

The King of Rock ‘n’ Roll    Prefab Sprout

We didn’t start the fire        Billy Joel

Soul Food To Go                    Manhattan Transfer

Birds on the way home       The Child OF A Creek

Black Hole Sun                 Anna Bernard Skylark Quartet feat.    Soundgarden

Superman Theme           Petra Haden

Il complesso del primo maggio     Elio e Le Storie Tese

Buonanotte all’Italia                          Ligabue

SUORE NINJA – N.1: ZOMBIE GAY IN VATICANO

di Davide La Rosa – testi e Vanessa Cardinali – disegni

Bimestrale – Miniserie di sei numeri

Ed. Star Comics

98 pagine, € 2,90
Roma, Piazza San Pietro: negli istanti immediatamente successivi all’elezione del Papa, accadono due fatti degni di nota: il primo è che, non appena la ‘fumata bianca’ esce dal celebre comignolo, la Piazza diventa il teatro di un’improvvisata manifestazione del Gay Pride, organizzata proprio lì e proprio in quel momento per protestare contro le posizioni della Chiesa nei confronti degli omosessuali; la seconda è che (per tutta una serie di disguidi che non sto cui a spiegare), di fumo ne esce un pò troppo, avvolgendo l’intera piazza e trasformando i manifestanti in un’orda di zombie assetati di sangue.
A risolvere la situazione saranno chiamate, da un lontano eremo, tre suore, Adalgisa, Xena e Gegia, attuali rappresentanti di un secolare ordine monastico di combattenti addestrate per fare fronte a minacce di ogni genere…

Un salto indietro: nel 2011 i visitatori di Lucca Comics si trovarono davanti uno strano albo, intitolato Zombie Gay in Vaticano: il fumetto, firmato da Davide La Rosa (già noto ai frequentatori internettari per le sue esilaranti strisce, le trovate all’indirizzo http://lario3.blogspot.it) e di Vanessa Cardinali e andò letteralmente a ruba, attirando le attenzioni dell’editrice Star Comics. Oggi quell’idea diventa la prima di una serie di avventure che, in una miniserie di sei numeri con uscita a cadenza bimestrale, racconteranno le avventure delle tre agguerrite suore. Se poi in tutto questo ci mette lo zampino il caso, con l’albo uscito nelle edicole pochi giorni dopo la vera elezione del nuovo Papa, il cerchio si chiude in maniera pressoché perfetta.

Se non lo si sia ancora capito, il tutto è buttato sullo scherzo, sfiorando la farsa, nel segno di un anticlericalismo che, se da un lato prende di mira senza troppi sconti liturgie, tradizioni, ‘miti’ della religione cattolica e abitudini e atteggiamenti del clero, dall’altro lo fa sempre in maniera composta, certo per suscitare la risata, animata da una sana ironia con una sottile venatura sarcastica, ma sostanzialmente priva di livore. Davanti a un fumetto intitolato “Zombie Gay in Vaticano” che vede protagoniste tre suore combattenti del resto si immagina già dove si andrà a parare, ma se ci si aspetta che la storia sia un pretesto per un ‘pistolotto’ pieno di acredine contro Santa Romana Chiesa, beh, meglio passare avanti:  è una storia il cui scopo primario è far ridere mettendo alla berlina i tanti paradossi della Chiesa, non senza tirate irriverenti: solo per citarne una, il nuovo Papa sceglie come nome Costantino Vitaliano (unendo i nomi di due Papi realmente esistiti), riecheggiando quello di un popolare ‘tronista’ della De Filippi e afferma di voler fare il giro di Roma in papamobile, con una bella croce d’oro al collo, per far crepare d’invidia tutti i rapper della capitale…

Davide La Rosa scrive, Vanessa Cardinali dà forma ai personaggi che con una resa grafica a metà strada tra le stilizzazioni da vignetta satirica e la vera e propria narrazione per immagini, in uno stile più che mai adatto ad una storia che, certo, regala dall’inizio alla fine una catena di gag esilaranti, ma che riesce a mantenere un suo filo conduttore narrativo. L’appuntamento è a maggio, quando le tre Suore Ninja dovranno difendere San Pietro da un’invasione aliena.

E’ DEL TUTTO EVIDENTE CHE HO BISOGNO DI UNA PAUSA

Come ogni volta – fortunatamente, rara – in cui resto senza connessione, questi giorni sono stati un misto di malumore  e paranoia. Il malumore, dettato dal ‘non poter fare quello che devo fare’, a cominciare ovviamente dal lavoro… accompagnato da una bella dose di paranoia: non starò a spiegare i perché e i percome, ma stavolta è scattato in me il pensiero che per qualche cavolo di motivo mi avessero bloccato l’accesso a Internet… Il ‘rasoio di Occam’ non fa per me: se succede qualcosa, non pensare alla soluzione più semplice, ma a quella che causa più paranoie… In tutti i casi, ho la netta sensazione di aver bisogno di una pausa, in qualche modo; se c’è una cosa che ho capito, in questi giorni, è che la ‘Rete’ ha assunto un ruolo fin troppo ‘assorbente’ nella mia vita; non dirò ‘totalizzante’, perché non corrisponde a verità, ma mi sono reso conto che nel corso degli anni tutto è diventato troppo, troppo ‘meccanico’, ‘automatico’: a prescindere dal lavoro che, ammetto, non mi prende poi così tanto tempo, c’è tutta una serie di ‘attività collaterali’, che svolgo con una cadenza fin troppo regolare, programmata: la consultazione dei blog che seguo, l’aggiornamento del mio di blog, il tempo, troppo, a questo punto, speso per stare appresso ad aggiornamenti e condivisioni varie su Facebook. Guardandolo dal di fuori, con la ‘giusta distanza’, l’impressione non è stata delle più positive: mi sono reso conto che, in una certa misura, tutto questo per quanto mi riguarda ha assunto delle caratteristiche ai confini dell’alienazione, e forse pure oltre, quei confini…  In questi giorni sono stato costretto, giocoforza, a rompere una ‘routine’ che, mi sono reso conto, aveva assunto un livello di abitudinarietà, di ‘automaticità’, preoccupante. Intendiamoci, al mondo c’è di molto peggio, in fondo qualsiasi lavoro quotidiano ha i suoi livelli di ‘ripetitività’, ma nel mio caso mi sono reso conto che tutto questo non è sano… Per dirne una, ieri mattina è stata la prima volta da anni che la domenica mattina non ho acceso il computer e me ne sono andato a gironzolare tra le bancarelle di Porta Portese… A prescindere dalle necessità lavorative, ho la netta sensazione di aver bisogno di rendere la Rete qualcosa di un pò più ‘casuale’ e meno ‘programmato’. Ho bisogno di una pausa, forse in una certa misura di tenermene un pò più distante, di usarla come uno strumento di svago, divertimento, ‘cazzeggio’, ma di rendere tutto questo meno  ’regolato’, meno auto-imposto. Ho bisogno insomma, di raggiungere un livello tale che la prossima volta che mi capiterà di restare senza ‘Rete’, io possa reagire con un fondamentale ‘stic***i’ e non con un misto di paranoia e di rabbia contro me stesso per il fatto di essere diventato così vincolato e diciamocela tutta, dipendente da Internet;  e in fondo ho un pò anche il timore di non riuscirci, il timore che adesso, dopo praticamente cinque giorni di ‘esilio’, tutto rapidamente torni alla normalità, di ricadere nella solita routine fatta di aggiornamenti regolari del mio blog, di consultazioni regolari dei miei blog preferiti, di accessi quotidiani e aggiornamenti di Facebook… perché ovviamente tutto questo è in buona parte auto-imposto, ma è anche ‘imposto dall’esterno’: in questi giorni ho fatto caso a come tutto giri ormai attorno a Internet: in televisione uno spot su tre ha a che fare col ‘meraviglioso mondo dell’essere connessi sempre e ovunque’; le reti all-news fanno continuamente riferimento a ciò che scorre nella Rete, qualsiasi programma radiofonico propone il suo profilo FB per l’interazione con gli ascoltatori, le dichiarazioni dei politici ormai arrivano puntualmente tramite Twitter… l’impressione è che si stia imponendo un modello secondo il quale non si può vivere senza Internet e se non sei in Rete non fai parte dell’umanità… da bastian contrario convinto, mi viene la forte tentazione di mandare tutto a quel Paese per partito preso, ma mi rendo conto anche io che è abbastanza impossibile, anche per il solo fatto che lo strumento principale di comunicazione al giorno d’oggi è la casella e-mail…  Sia come sia, in questi giorni ho avuto la pesante sensazione, provata anche altre volte, che il mio rapporto con la Rete non sia propriamente ‘sano’, e quindi ho la netta impressione di dover un pò modificare l’atteggiamento…

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