LO STRANO CASO DEL SEQUESTRO DEI MARO’

La vicenda dei ‘marò’ sequestrati dal Governo indiano sta assumendo tratti abbastanza ‘sinistri’, specie considerando che l’India viene sempre tirata in ballo come esempio ‘virtuoso’ di ‘gigante democratico’ se confrontato alla totalitaria Cina… Poi vai a vedere con la lente d’ingrandimento e ti accorgi che in India la corruzione dilaga (più o meno come dilaga in Cina). Ora, non si è ancora capito bene cosa sia successo da quelle parti: il nodo del contendere è se effettivamente i nostri abbiano sparato ‘a cavolo’ ammazzando due pescatori, o se si tratti invece di due vicende distinte: se i nostri cioè abbiano sparato in aria a dei pirati e non c’entrino nulla con i due pescatori indiani assassinati nella stessa zona.  Quello che appare abbastanza assodato è che l’incidente sia accaduto in acque internazionali e che gli indiani in assoluto spregio di qualsiasi principio di Diritto Internazionale abbiano prelevato i nostri portandoli sul proprio territorio nazionale, prigionieri (non in galera, ma pur sempre privati della libertà): se non siamo al sequestro di persona, poco ci manca… Non solo: di fronte alle nostre rimostranze, gli indiani fanno la voce grossa, affermando che i nostri militari saranno giudicati secondo le loro leggi: molto democratico, complimenti… Che poi sembra che alle spalle ci siano delle squallide vicende di politica interna: insomma, si vogliono dipingere gli italiani come ‘brutti e cattivi’ perché in India l’italiana Sonia Gandhi è la leader di uno dei partiti principali e quindi si vuole strumentalizzare l’anti-italianismo in chiave politica, il che rende tutto più misero, e di nuovo complimenti alla ‘grande democrazia’… A ‘sto punto meglio la Corea del Nord, che è meno ipocrita. Che poi a dirla tutta, quando ho sentito ‘sta notizia la prima cosa a cui ho pensato è che i nostri avevano dovuto per forza fare i ‘Rambo’, solo che sembra che non sia esattamente così… resta il fatto che, e lo dico sotto voce, se si parlasse di soldati / militari / marinai sarebbe forse meglio: il termine ‘marò’ dà l’idea di un qualcosa di ‘distante’, di gergo militare (a me il gergo militare fa venire l’orticaria, è come se usassero un linguaggio tutto loro, come se i militari dovessero per forza un linguaggio ‘in codice’ per distinguersi dagli altri)… Per favore, usate parole comprensibili a tutti… Piccola aggiunta: in tema di militari, la settimana ha fatto segnare tre nuove vittime italiane in Afghanistan: stavolta, niente attentati, i tre sono praticamente affogati nel loro blindato Lince che si è ribaltato… Ora, io non sono un ingegnere, ma secondo me un mezzo nel quale sia possibile morire in questo modo non è poi tanto efficiente… Ma qualcuno dello scorso Governo non si riempiva la bocca un giorno si e l’altro pure coi ‘BLINDADI LINGE’??? E poi si scopre che ci si può morire affogati dentro come in un’utilitaria qualsiasi? MAH….

I TAVIANI VINCONO, MA TUTTI SE NE FREGANO

Mentre ieri i rflettori dei media italiani erano per la quasi totalità puntati su Sanremo, sulla serata finale del Festival e sull’attesa per la nuova esibizione di Celentano, dal ‘mondo civile’ arrivavano buone notizie per il cinema italiano: a 21 anni di distanza (l’ultima volta era successo nel ’91, con “La casa del sorriso” di Ferreri), un nostro film ha vinto l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. A concquistare il premio sono stati i fratelli Taviani, col loro ‘Cesare deve morire’: a cavallo tra fim e documentario, l’opera racconta l’organizzazione della rappresentazione del “Giulio Cesare” di Skakespeare da parte dei detenuti del carcere romano di Rebibbia: una sorta di docu-fiction, che riprende, attualizzandola, la lezione ‘neorealista’ che tanto lustro ha dato al nostro cinema. A coprire l’evento, con ampi servizi e interviste, è stata la sola RaiNews, altrove, lo zero assoluto… e si che un successo internazionale di questa portata avrebbe dovuto avere ben diverso risalto: il cinema italiano non se la cava benissimo, dopo i successi de “Il Divo” e “Gomorra”, qualche anno fa, di soddisfazioni ne sono sempre arrivate poche e i nostri candidati sono rimasti puntualmente fuori dalle competizioni per gli Oscar. Il film dei Taviani, circondato da un sostanziale silenzio anche prima di andare a Berlino, ha interrotto la ‘carestia’… eppure, non se ne parla: il Televideo di oggi ‘spara’ come titolo principale della giornata la vittoria di Emma a Sanremo, segno del disarmanebte provincialismo che ancora domina in Italia…

P.S. La vittoria dei Taviani mi fa doppiamente piacere, riportandomi con la memoria indietro nel tempo: la sorella dei due fu infatti la mia professoressa di italiano, storia e geografia alle medie…

LEGITTIMO BRIGANTAGGIO, “LIBERAMENTE TRATTO” (CINICO DISINCANTO)

Uno sguardo a volo d’uccello sulla mondo che ci circonda, prendendo spunto da una serie di suggestioni letterarie (da qui il titolo), cinematografiche, pittoriche. Il terzo disco dei laziali (di Latina), Legittimo Brigantaggio giunge a un paio di anni di distanza dal precedente, che si caratterizzò per le varie collaborazioni, e per uno spiccato orientamento alle tradizioni popolari; il nuovo disco, pur conservando certi caratteri, che fanno parte del corredo genetico della formazione, sembra orientarsi verso territori più genericamente ‘rock’, anche attraverso un uso più marcato dell’elettronica.

Tra un’apertura dedicata al mondo del lavoro, evocato dal Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, e la conclusione affidata alla vicenda di amore e morte narrata da Flaiano in “Tempo di Uccidere”, i Legittimo Brigantaggio trovano modo di affrontare varie tematiche, nervi scoperti della società d’oggi: dal rapporto con la morte (sull’onda de “Le intermittenze della morte” di Saramago) a quello con l’infanzia (prendendo spunto dai “Quattrocento Colpi” di Truffaut); dalla guerra (fonte di ispirazione “Niente di nuovo sul fronte Occidentale”) alla propria città, Latina (attraverso le suggestioni di “Canale Mussolini” di Pennacchi).

Sotto il profilo sonoro, come detto, è un disco che riesce a fondere (talvolta in modo efficace, in qualche occasione in modo un pò più anonimo), la matrice folk del gruppo con suggestioni più rockeggianti, tra brani in assetto ‘da combattimento’, parentesi in levare, episodi più improntati al cantautorato: il mix finisce per essere efficace, con qualche brano che si lascia ricordare sugli altri (I cieli non sono umani, Eucalyptus, L’attimo ideale) e qualche passaggio a vuoto.

“Liberamente Tratto” ci regala un gruppo in forma, che forse sta cercando qualche nuova strada da percorrere , onde non restare troppo ‘incasellato’ nei propri schemi stilistici (sia sotto il profilo sonoro che di scrittura) con tutte le opportunità, ma anche i rischi, che questo comporta: un disco che si potrebbe (un pò banalmente, d’accordo) definire ‘di passaggio’, sperando che il percorso intrapreso sia quello giusto.

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MARCO NOTARI, “IO?” (LIBELLULA MUSIC)

Dopo i due precedenti lavori, targati 2006  e 2009 (e inframezzati da un EP), torna Marco Notari, con un lavoro che segna la raggiunta maturità stilistica del cantautore toninese. I dieci brani di “Io?” si muovono su coordinate sonore che mescolano vari riferimenti, senza abbracciarne in pieno nessuno, ma non per questo perdendo di consistenza: di volta in volta si respirano atmosfere rock, folk e pop (nell’accezione positiva del termine), conditi con retrogusti elettronici (in qualche caso il paragone alla lontana coi concittadini Subsonica viene quasi spontaneo, ma probabilmente è frutto in gran parte della suggestione data dalla medesima provenienza geografica), inseriti in un contesto che rimanda direttamente al solco della tradizione cantautorale italiana.

Il titolo tradisce la natura per lo più introspettiva del lavoro, che si muove tra soliloqui ai fini del flusso di coscienza e omaggi a figure importanti nella vita dell’autore (a cominciare da ‘Dina’, dedicata alla nonna e a un particolare episodio da lei spesso rievocato), ma in più di un’occasione ci si apre anche all’esterno, come nella veemente critica alla vivisezione e agli allevamenti intensivi di ‘La terra senza l’uomo’, cantata dal punto di vista delle tante vittime di queste pratiche, quella a una società italiana ipnotizzata dalle ‘divinità” catodiche e ‘pallonare’ (‘Hamsik’) o alla guerra vista come strumento di affermazione dei sistemi economici (‘L’invasione degli ultracorpi’). Marco Notari parla di sè e del mondo senza usare troppi giri di parole, all’insegna di una concisione che talvolta rasenta l’ellissi, ma senza perdere tuttavia di immediatezza.

Un percorso nel quale ad aiutarlo giungono alcuni collaboratori, in primis Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione, autore della copertina e compartecipe di uno dei brani e Dario Brunori.

“Io?” ripropone dunque Notari come uno degli autori più interessanti della sua generazione, riaffermando l’impressione che grazie a lui e ai suoi ‘giovani’ colleghi che negli ultimi due – tre anni si sono posti all’attenzione di un pubblico altrettanto giovane,  la tradizione cantautorale italiana abbia finalmente cominciato a vivere una nuova fase.

LOSINGTODAY

SANREMO, CELENTANO, BELEN…

Non seguo Sanremo, come gara canora, da anni: anche perché a dirla tutta, Sanremo, che si fregia del perentorio titolo di ‘Festival della Canzone Italiana’, a tale vocazione ha rinunciato ben presto, diventato vetrina rappresentativa di ‘non-si-sa-bene-cosa’, ma questo è un altro discorso… Faccio parte delle schiere di coloro che, preferendo in linea di massima guardare altro (e grazie al proliferare di canali sul digitale terrestre, da qualche anno le opportunità non mancano), su Sanremo ci fa magari un salto, giusto per assistere alla trashissima esibizione di D’Alessio e della Bertè, o incuriosito dall’ennesima ‘uscita’ di Celentano.
OK. Passo indietro, e riassunto delle puntate precedenti: avendo da tempo rinunciato a presentarsi come pura e semplice kermesse canora, da tempo immemorabile Sanremo ha dovuto affidare una buona fetta delle sue sorti al ‘rumore’ sollevato nelle settimane che lo precedono… rumore che (pleonastico sottolinearlo) è del tutto calcolato: quest’anno si è cominciato con le bizze della figlia di Ecclestone, si è proseguito con la pantomima riguardo il compenso di Celentano, si è concluso col ‘thriller’ dell’indisposizione all’ultimo momento dell’ultima bella statuina rimasta.
Poi arriva Celentano, e succede quello che succede: ora, quello che veramente insopportabile è la polemica a posteriori: insomma tutto, specie le prese di posizione dei politici, è ammantato di ipocrisia. Celentano non si è impadronito improvvisamente del microfono per lanciare le sue invettive; Celentano è stato chiamato e pagato, e che facesse qualche uscita delle sue era del tutto previsto.
Che poi, cos’ha detto? Ha detto che quei giornali cattolici che invece di dedicarsi allo spirito fanno politica dovrebbero chiudere: la classica chiacchiera da bar, solo persone in perfetta malafede possono levare gli scudi… che poi il problema esiste: non quello della chiusura dei giornali (quella si può più o meno derubricare come ‘iperbole’ o come ‘*****zata’ a seconda dei punti di vista), ma il fatto che in giornali che inneggiano all’Avvenire (cristianamente inteso) o alla Famiglia Cristiana, si dedichino esclusivamente alle ‘cose terrene’, qualcosa di sbagliato c’è. Altro giro, altra corsa: Celentano ha detto che la Corte Costituzionale ha buttato nel cestino milioni di firme a favore del referendum sulla Legge Elettorale… il che, pur se detto con parole forti, risponde a verità… Poi è verissimo che il ‘potere del popolo’ ha delle limitazioni nella stessa Costituzione, ma questo non vuol dire che Celentano non possa esprimere le proprie opinioni, che è il motivo per il quale stava lì e per il quale è stato profumatamente pagato, tra l’altro. In tutto questo non vedo proprio nulla di cui scandalizzarsi, chissà che ha detto… voglio dire, mi ha colpito di più il silenzio di tomba che, con poche eccezioni, ha circondato le recenti dichiarazioni dell’onorevole Giovanardi, il quale ha accomunato un bacio in pubblico tra due donne a uno che piscia per strada, con l’aggravante che Giovanardi siede in Parlamento, Celentano no.
Per il resto, la comparsata di Celentano è stata un insieme della sua consueta arte canora (trovatemi un’ultrasettantenne con quella voce) e di teatrino evitabile con la partecipazione straordinaria di Pupo.
Postilla: ieri tutti a parlare di Celentano; oggi la ‘Rete’ si dedica alle mutande assenti di Belen: anche in questo caso, corso scandalizzato… come se nessuno sapesse che Belen è stata invitata a Sanremo più o meno per quel motivo lì: il vestitito con la scollatura impertinente, quello che non si regge e va tirato su, a rischio scopertura capezzolo, e la mutanda latitante… Non venitemi a dire che Belen è stata invitata in quanto showgirl e ballerina di tango, perché non ci crede nessuno, e sai quanto di meglio si trova in circolazione: dopo tutto, parliamo pur sempre di una che si è fatta conoscere al ‘grande pubblico’, mostrando le chiappe sull’Isola dei Famosi.
Attendiamo a gloria gli argomenti delle polemiche pretestuose dei prossimi giorni.

REVGLOW, “9TH CHRYSALYS” (KRYALISOUND)

Un duo: lui si chiama Francis M. Gri, che con la sua etichetta Kryalis ha già dato alle stampe vari lavori all’insegna di ambient ed elettronica; lei, milanese, si fa chiamare Lilium; i due tornano a collaborare dopo qualche anno, per queste nove tracce riconducibile ad uno ‘spettro sonoro’ di riferimento nei quali possiamo includere il trip-hop dei Portishead e la Bjork di certi raffinati episodi a cavallo tra ambient e pop.

Sonorità essenziali, spesso dominate da ‘tappeti scenografici’ dal sapore appunto molto ambient, si affiancano a frangenti nei quali emergono più decisamente synth, piano, talvolta le chitarre, per un copus sonico che si affianca a un cantato suadente, talvolta vagamente ‘fanciullesco’, costantemente all’insegna di un certo ‘pathos’ interpretativo, ma pronto qua e là a colorarsi di un pizzico di leggerezza in più.

Il lavoro si snoda più o meno come un unico flusso, rare le cesure tra un brano e l’altro e il risultato è un disco caratterizzato da una grande compattezza e coerenza d’insieme, che sicuramente ne rende più gradevole l’ascolto.

“9th Chrysalis” (nelle intenzioni probabilmente un omaggio al concetto di ‘mutamento’ cambiamento continuo, che appare essere rispecchiato dal susseguirsi senza soluzione di continuità dei singoli brani che ne fanno parte) è un lavoro affidato in gran parte alle suggestioni ‘ambientali’ e del suono d’insieme, contornati dall’intensa interpretazione di Lilium: un lavoro che, pur non facendo dell’originalità il proprio carattere distintivo punta, con efficacia, tutte le sue carte sulla bellezza dell’insieme (che mescola sapiente una rarefazioni ‘algide’ e calore sonoro) e sull’intensità dell’interpretazione.

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GUIDOS, “AVOCADO” (AUTOPRODOTTO)

Nati in quel di Bologna nel 2009, dopo varie esperienze precedenti, dopo un primo disco sfornato nella forma di un trio, i Guidos divengono un quartetto, trovando così una certa stabilità e dando alle stampe questo secondo lavoro, che forse può essere considerato il vero e proprio punto di partenza della vicenda discografica del gruppo.

La formazione felsinea è autrice di un pop leggero, dalla vena ironica quando non apertamente surreale, che trova la sua espressione musicale in brani brevi, concisi, all’insegna della semplicità.

Un cantato spesso all’insegna del disincanto, dai toni a tratti vagamente sarcastici si accompagna a chitarre spesso e volentieri finemente abrase, ‘noisy’, ma senza varcare i confini dell’aperta rumorosità, nel segno di un insieme sonoro che ricorre con uguale frequenza all’acustica, anche ricorrendo a strumenti inusuali (banjo, ukulele), colorando il tutto con qualche inserto elettronico.

Il risultato, tanto semplice quanto diretto ha una sua efficacia, tra brani all’insegna dell’osservazione della realtà circostante, riflessioni sulle proprie relazioni sentimentali, ironie sul vivere quotidiano (e notturno).

Gli undici brani presenti si fanno apprezzare, anche se forse sul finale il disco è un pò appesantito dalla lunghezza ‘fuori scala’ di un paio di pezzi rispetto al resto del disco.

Una prima prova, che per il divertimento che traspare tra le righe lascia quasi il dubbio che la band abbia, appunto, scherzato e che abbia altre sorprese in serbo per gli ascoltatori… si attende il seguito.

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VERY SHORT SHORTS, “MINIMAL BOOM!” (RIFF RECORDS)

Uscito nel corso del 2011 (a un annetto di distanza dall’esordio di “Background music for bank robberies”) “Minimal Boom” sancisce il ritorno del  trio italo-francese dei Very Short Shorts: come nella precedente occasione, un disco interamente strumentale, all’insegna della ‘concisione’: 13 le composizioni presenti, per una durata complessiva inferiore alla mezz’ora.

La formula appare invariata nelle sue direttrici principali: piano, batteria ed archi a costruire un pacchetto di brani caratterizzato da una certa varietà di sapori: da composizioni improntante ad una certa sperimentazione (pur non rinunciando mai all’ascoltabilità) a parentesi che, con ironia, finiscono per strizzare l’occhio al pop magari a quello delle sonorizzazioni per spot pubblicitari.

La cifra del disco appare essere in effetti, quella di una suggestione ‘cinematografica’ se possibile accresciuta rispetto al precedente capitolo, con più di un brano che riporta suggestioni dell’epoca d’oro delle sonorizzazioni del cinema italiano a cavallo tra anni ’60 e ’70.

Lavoro che per certi versi appare più ‘pensato’, meno ‘istintivo’ rispetto al precedente, “Minimal Boom!”, conferma i Vary Short Shorts come un’interessante realtà del sottobosco musicale italiano, lasciando intatta la curiosità per gli ulteriori sviluppi..

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ROMA: NIENTE OLIMPIADI. MEGLIO COSI’

Credo che trai sogni di qualsiasi amante dello sport ci sia quello di vedere la propria città ospitare le Olimpiadi; da amante dello sport, questo è anche uno dei miei sogni: mio padre mi ha raccontato di quando nel ’60, nonostante avesse da poco cominciato il lavoro che poi avrebbe fatto per una vita, riuscì a godersi alcuni incontri di pugilato in quello che oggi è il Palalottomatica, alcune gare di atletica, la cerimonia di chiusura. Per anni e anni, vedere le Roma organizzare le Olimpiadi è stato un sogno… Nel 2004 poteva essere la volta buona, ma poi venne scelta Atene (a sua volta defraudata dell’edizione del centenario nel 1996, da Atlanta, capitale della Coca Cola, in una delle edizioni esteticamene più brutte che si ricordino)… Per organizzare quelle Olimpiadi, la Grecia si indebitò pesantemente, e oggi alcuni dicono che il collasso finanziario ellenico cominciò allora. Devo dire la verità: col passare degli anni il sogno di vedere Roma ospitare le Olimpiadi si è sempre fatto più sfumato: col passare del tempo mi sono sempre più accorto di quanto l’organizzazione di un evento del genere a Roma sia assolutamente poco credibile. Il vero punto di svolta, comunque, il momento in cui ho capito (nonostante continui a sognare) che le Olimpiadi a Roma, nella situazione attuale, sono assolutamente improponibili, è stato circa due anni e mezzo fa: nel 2009 infatti ho fatto il volontario in occasione dei Mondiali di Nuoto, e mi sono accorto della disorganizzazione, dell’approssimazione, della cialtronaggine, a tratti, con cui quell’evento era stato organizzato: nella classica ‘piramide rovesciata’ all’italiana, ai vertici era stata messa gente del tutto incompetente: c’erano semplici volontari che avrebbero potuto organizzare le cose in maniera assolutamente migliore… Ricordo ancora le espressioni meravigliate dei giornalisti che giungevano presso il centro stampa nel prendere atto della disorganizzazione e della confusione che regnavano sovrane… Dopo quell’esperienza, ogni volta che ho sentito parlare di ‘Olimpiadi a Roma’, ho reagito con un sorriso di compassione… e anche con una sottile sensazione di angoscia: a poche centinaia di metri da dove abito, c’è la famosa piscina di Valco San Paolo, che doveva essere pronta per i Mondiali, e che ancora deve entrare in funzione… e allora ogni volta che pensavo alle Olimpiadi a Roma, tremavo all’immaginarmi le facce dei tanti palazzinari che si fregavano le mani alla sola idea di conquistare preziose cubature in cambio della realizzazioni di impianti inutili… Le Olimpiadi a Roma… centinaia di migliaia di persone che arrivano in una città con un sistema di trasporti pubblici da terzo mondo????? Ora: da qui al 2020 mancano otto anni… forse con uno sforzo titanico ‘ste benedette Olimpiadi si sarebbe comunque riusciti a organizzarle… ma a quale prezzo???? No, guardate, da romano amante dello sport dico: meglio così. Nei giorni scorsi mi sono detto: se Monti è una persona seria, alle Olimpiadi dirà di no. Monti ha detto no, ergo Monti è davvero una persona seria. L’Italia in questo momento le Olimpiadi non se le può permettere, perché non ci sono i soldi, e soprattutto perché c’è ancora veramente troppa gente pronta a mangiarci sopra: e il rischio è di fare una figuraccia ancora peggiore di quella fatta coi Mondiali di Nuoto.

R.I.P. WHITNEY HOUSTON (1963 – 2012)

A dire il vero non sono mai stato un suo grande fa, né musicalmente, né al cinema: per me “Guardia del corpo” appartiene a quella categoria di film melensi dai quali mi tengo lontano un chilometro; lo stesso dicasi per la musica (anche se “I wanna dance with somebody”, suo primo grande successo, piacque anche a me, allora pre-adolescente). Però indubbiamente colpisce  e dispiace: l’amarezza sta soprattutto nel fatto che ‘sta notizia l’ho accolta col classico ‘e ti pareva?’… Tutto questo non giunge per nulla inaspettato, dopo anni di conclamata dipendenza da droga, alcol, etc… dopo le botte col marito, il diradarsi delle apparizioni, una carriera discografica interrotta ormai da tempo. Il mondo del ‘pop’ tutto bellezza, paillettes, carta patinata alla fine non si rivela migliore del tanto bistrattato mondo del ‘rock’, banalmente identificato come il luogo degli stravizi: e così paradossalmente – ma mica poi tanto – Whtiney Houston finisce per essere al fianco di Amy Winehouse: entrambi grandi voci ma fragili persone, incapaci di gestire il peso del proprio talento e il successo e circondate probabilmente anche dalle persone sbagliate…

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