Posts Tagged ‘Zen Circus’

CARA CALMA, “SULLE PUNTE PER SEMBRARE GRANDI” (CLOUDHEAD RECORDS / PHONARCHIA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Contraddizioni, travagli, frustrazioni nel passaggio all’età adulta a inizio 21°secolo: Cara Calma può sembrare un nome conciliante, ma assume quasi l’aspetto di un’invocazione, in mezzo a tempi di precarietà, sociale ed interiore.

Il quartetto di Brescia assembla nel proprio esordio m nove brani che compongono il classico ritratto di una generazione di trentenni apparentemente ferma in mezzo al guado, a tratti troppo tentata a guardarsi indietro e a vivere un’eterna adolescenza, incapace di costruire progetti a lungo termine, limitata da conti eternamente in rosso e da un contesto che non aiuta.

I suoni sono aggressivi, talvolta arrembanti, all’insegna di un ‘hard rock contemporaneo’ tra elementi post-hardcore e spezie metalliche, che non si ritrae dal dare spazio alla melodia, trovando momenti di quiete.

Produce Qqru degli Zen Circus; partecipano Nicola Manzan, ormai un’istituzione quando si tratta di violini e archi assortiti nella scena ‘alternativa’ italiana, Gianluca Bartolo de Il Pan del Diavolo e la cantautrice Ambra Marie.

LITIO, “CON LA SEMPLICITA'” (LIBELLULA DISCHI / AUDIOGLOBE)

Dieci anni di carriera o giù di lì: i primi passi mossi nella sala prove di un oratorio nella provincia cuneese, vari cambi di formazione l’esordio discografico targato 2011, la gavetta dal vivo suonando, in supporto a Zen Circus e Perturbazione tra gli altri: questa in breve la biografia musicale dei Litio (qui il link su Soundcloud) ,al secondo lavoro sulla lunga distanza.

Nove brani sospesi tra un catalogo variegato di influenze: le ascendenze blues e il pop degli anni ’60, profumi giamaicani e ruvidità punk, chitarre ruvide e ‘fischianti’ con un profilo volutamente basso, dissonanze a profusione nel segno di una certa ‘trasandatezza’ sonora che non lascia alcuno spazio all’autocompiacimento mettendo l’immediatezza davanti a tutto.

Il quintetto cuneese dà forma sonora ai testi firmati dal cantante e chitarrista Stefano Seghesio, all’insegna di un’osservazione della realtà volta al disincanto, spesso un filo ironico, talvolta con un filo di rabbia o malinconia in più: la sensazione ricorrente è quella dell’indecisione e della precarietà, di un tempo che fugge e che se talvolta è utilizzato per occupazioni dalle scarse prospettive, in altri frangenti finisce per dover essere riempito, magari, in mancanza d’altro, con improbabili iscrizioni all’università… parabole esistenziali che potrebbero essere incluse trai ’16 anni’ spensierati e sognanti dell’apertura e i ritratti di disillusione e, in fondo, solitudine di ‘Sergio’, quasi in finale del lavoro.

Un disco che scorre via agile, grazie alla sua breve durata, a tratti con accenti naif e che in qualche frangente rivela l’aspirazione della band a percorrere qualche strada diversa, come nella lunga coda strumentale di ‘Non capisco’, non a caso il brano più lungo del lavoro, dove il gruppo si concede un’escursione dai due-tre minuti di durata d’ordinanza.

“Con la semplicità” si lascia apprezzare proprio per la sua mancanza di ‘complicazioni’: immediato e diretto.

VEIVECURA, “GOODMORNING UTOPIA” (LA VIGNA DISCHI)

Un concept deditato all’utopia; tesi: l’entusiasmo per le grandi speranze; antitesi: il risveglio spesso brusco per la mancata realizzazione del sogno (rappresentato dall’evocazione del celeberrimo rigore fallito da Baggio nella finale dei Campionati del Mondo del ’94) ; sintesi: il fatto che in fondo il puntare in alto, verso l’irrealizzabile, rappresenta pur sempre un percorso di crescita.

A mettere, soprattutto in musica (solo episodico l’elemento vocale), queste idee è Davide Iacono col suo progetto Veivecura, partito nel 2008 e giunto al terzo disco sulla lunga distanza, avendo vissuto un’esperienza che lo ha portato ad affiancare e collaborare, con nomi importanti della scena italiana indipendente come Umberto Maria Giardini – Moltheni, Cesare Basile, Amor Fou,  Zen Circus.

Nella sua consistenza soprattutto strumentale, “Goodmorning Utopia” è uno di quei lavori che, abbastanza puntualmente, finiscono per avere una spiccata attitudine immaginifica, stimolando l’ascoltatore nell’evocazione di immagini e paesaggi; che molti lavori del genere, il disco finisce per avere un’inclinazione quasi cinematografica.

Ampia la gamma di suoni adottati, da Iacono e dai numerosi collaboratori che l’hanno accompagnato in questo cammino: domina l’intensità pianistica, ma c’è ampio spazio per le chitarre, per una sezione ritmica che affianca acustica ed elettronica, per sezioni di fiati ed archi, abbastanza consuete in questo tipo di lavori.

Un disco intenso, che seguendo il filo del discorso sul senso e lo scopo delle utopie alterna momenti di solarità, di impeto ottimista, a parentesi malinconiche, apertamente sottotono a dipingere i momenti di delusione che prima o poi incontra qualsiasi utopia.

Una confezione formale gradevole, un’attenzione alla compostezza che pur lasciando spazi più che adeguati alla grana sentimentale, a tratti sembra limitarla un po’ per un lavoro che comunque efficace in più d’uno dei suoi nove episodi, spalmati su poco più di mezz’ora di durata.

Chi volesse conoscere direttamente la musica di Veivecura, può farlo qui.

IL CANE, “RISPARMIO ENERGETICO” (MATTEITE /VENUS)

Secondo lavoro per Matteo Dainese, alias Il Cane: un disco al quale il cantautore friulano, ex componente degli Ulan Bator, appare voler giocare una bella fetta delle prorie sorti artistiche, visto anche il nutrito numero di ospiti chiamati a collaborarvi (tra gli altri, membri di Zen Circus, Teatro degli Orrori, Tre Allegri Ragazzi Morti, Amari). Il risultato sono questi dodici (più uno) brani, il cui tratto comune sembra una certa ‘sospensione’: nei testi, all’insegna dell’osservazione – riflessione del quotidiano, i cui tratti minimi assurgono (forse) a metafora di ‘qualcosa di più profondo’ e nei suoni, in cui domina un’elettronica dai tratti spesso vagamente obliqui, affiancata a più consistenti dosi di un ‘rock’ di matrice ‘indie’ o ‘post’, dalla consistenza spesso vagamente tagliente. Qualche fiato e synth sparsi qua e là cercano di dare un’ulteriore condimento alla pietanza.

Parole e suoni in cui Dainese non tralascia mai un certo gusto per l’ironia, forse con un pizzico di cinismo, che si traduce anche sotto il profilo musicale, col frequente ricorso a un ‘rumoreggiare’ di sottofondo che arriva ad assumere la forma di autentiche risate infantili irridenti.

Il tutto interpretato con un’aria sembra disincantata, che a tratti appare quasi assonnata, o coi contorni di chi si mette dietro al microfono quasi di malavoglia… e da qui si può partire per partire dell’aspetto un pò meno convincente del disco, perché alla lunga (nei 48 minuti di durata) questo cantato che in certe parentesi assume un andamento quasi hip-hop, perennemente monocorde, mai con un acuto, un cambio di umore o di registro, un andare ‘sopra le righe’ finisce per mettere un pò alla corda l’ascoltatore, per altri versi finendo per appiattire i singoli brani, oltre a dare l’impressione, sul finale, di un disco un pò troppo lungo, nel quale le idee si esauriscono con qualche brano di anticipo rispetto alle tredici presenti.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY