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CARLO CONTI TRIO, “LA GRANDE BEFFA” (MEGASOUND / ZEBRALUTION / WARNER)

Secondo lavoro per la formazione guidata dal sassofonista Carlo Conti (a scanso di improbabili equivoci: si, è un omonimo), accompagnato da Vincenzo Fiorio al contrabbasso e Armando Sciommeri alla batteria, ospiti il sax di George Garzone e il piano di Pietro Lussu.

Cinque composizioni (chi acquista il vinile potrà accedere ad ulteriori due, via Internet) interamente strumentali, all’insegna di un jazz sinuoso, spesso suadente, dall’afflato prevalentemente luminoso e solare, pur non negandosi parentesi riflessive, un filo malinconiche.

La lunga title track, tredici minuti e passa la durata, fa da fulcro a un pugno di pezzi di lunga media – trai cinque gli otto minuti – e a un più episodio più corto.

Un disco, si potrebbe dire, di stampo ‘classico’, che favorisce la compostezza formale, all’insegna di una certa eleganza, ma che qua e là è pronto a derive meno rassicuranti, come se tra le pieghe del mood fascinoso dei suoni si tentassero di farsi largo ramificazioni free, tentazioni all’insegna di sonorità più sperimentali, mai comunque lanciate a briglia sciolta.

I più assidui frequentatori di territori jazz potranno maggiormente cogliere i rimandi, le suggestioni, le influenze; tutti gli altri potranno comunque lasciarsi gradevolmente coinvolgere dai toni brillanti e dallo scorrere fluido del lavoro.

THE GRAND BUDAPEST HOTEL

Un albergo inerpicato sulle montagne, che per colori somiglia ad una torta panna e fragola… il Direttore di questo, preciso fino alla maniacalità, caratterizzato da una bizzarra forma di gerontofilia, che troverà in un giovane garzone il proprio erede; un’eredità contesa, un quadro dal valore inestimabile, una famiglia dalle tinte fosche, un killer che sembra uscito dai cartoni animati della Warner; la fuga da un carcere di massima sicurezza, inseguimenti, un’associazione segreta di direttori di alberghi, sogni d’amore coronati e intorno un succedersi di guerre, invasioni, dittature…

“The Grand Budapest Hotel” è uno di quei film che mettersi a raccontarne la trama si finirebbe per essere noiosi, e per far risultare noioso pure il film… che noioso non è, anzi: divertente in maniera quasi inaspettata… quel ‘geniaccio’ di Wes Anderson trova ancora una volta il modo di stupire: lo fa raccontando una storia di avventure che hanno il sapore di un romanzo d’appendice ottocentesco, ricorrendo ad una galleria di personaggi che risultano volutamente stereotipati, ma che proprio per questo risultano divertenti, mescolando i climi di Assassinio sull’Orient Express, il lato rocambolesco di Fuga da Alcatraz, gli inseguimenti di James Bond o se volete di Will Coyote. “The Grand Budapest Hotel” è un film di pura evasione, in cui Anderson ‘gioca’ con la possibilità di infarcire il cast di una innumerevole schiera di ‘facce note’, che si affiancano a quelle dei protagonisti, un Ralph Fiennes efficacissimo e il giovane Tony Revolori; troppi per elencarli tutti, ma almeno necessaria è la menzione per un Willem Defoe superlativo nel ruolo di un killer senza alcuno scrupolo… e poi, i  colori, la fotografia, i costumi, che danno al film quel tanto di ‘magia’, come se appunto si trattasse della trasposizione di un romanzo d’avventura o di un cartone animato (per quanto sia comunque ispirato ai libri di Stefan Zweig): uno stupendo esempio di intrattenimento, nel significato più positivo del termine.

CHAOS CONSPIRACY, “INDIE ROCK MAKE ME SICK” (WARNER CHAPPELL)

‘Heavy metal strumentale’: tre parole che da sole basterebbero probabilmente a far scappare a gambe levate i tre quarti dei lettori di questa recensione, facendo paventare di avere a che fare con  l’opera di qualche virtuoso della chitarra o della tastiera, uno di quei dischi che per la maggior parte finiscono per essere dimostrazioni di tecnica sopraffina, quando non veri e propri esempi di narcisimo sonoro fine a sé stesso; figuriamoci poi se il disco in questione si intitola più o meno come ‘l’indie rock mi fa schifo’. Ecco, se avete avuto la pazienza di giungere fin qui, sarà magari il caso di informarvi che il lavoro (il secondo sulla lunga distanza) della band di Benevento non rientra in alcuna delle categorie sopraelencate.
Piuttosto, il trio campano si cimenta in una serie di composizioni strumentali di ‘metallo pesante dei nostri tempi’: di quello, per intenderci, che lascia a casa ogni fronzolo solistico, preferendo volentieri mescolarsi ora con una suggestione, ora con l’altra.
Nelle undici tracce presenti, si susseguono brani più all’insegna di una decisa ed essenziale pesantezza chitarristica, lampi nu – metal, episodi caratterizzati da reminiscenze post-hardcore, una spruzzata di funky qua e là e parentesi che sembrano declinare verso territori sperimentali.
In assenza della voce, le chitarre piene, quasi invadenti, la fanno da padrone, accompagnate da un basso dall’andamento spesso caracollante, a rendere talvolta le ritimiche più frastagliare e da una batteria il più delle volte scarna quanto incisiva.
Il tutto appare discretamente riuscito, anche se qualche brano perde un pò di efficacia e alla lunga si avverte l’assenza di qualche variazione stilistica in più: non è un caso se il brano che appare più riuscito, Noam is my copilot, è quello in cui a dare una mano alla band arriva il concittadino Luca Aquino, apprezzato trombettista di estrazione jazz, a dare all’episodio una coloritura più accesa, all’insegna di un’attitudine a tratti debordante che può ricordare quella di band come gli Zu.
I Chaos Conspiracy assemblano dunque un disco discretamente convincente, che sembra far pensare come il gruppo possa ulteriormente crescere proprio calcando il pedale della sperimentazione, evitando la sensazione, che si fa strada ogni tanto nel corso del disco, di essere di fronte a semplici ‘pezzi senza voce’.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY