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GIAN MARCO BASTA, “QUANTO BASTA VOL. 3” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Terzo lavoro per il bolognese Gian Marco Basta, cantautore, o meglio ‘cantattore’: agli inizi, due raccolte di poesie, recitati nei locali della città, in seguito la partecipazione a laboratori teatrali di Dario Fo e Franca e nel frattempo l’avvio dell’attività musicale.

Un narratore, soprattutto, la cui vena emerge più che mai in questi dieci brani: storie immaginate, racconti in prima persona, personaggi bizzarri, proverbialmente tragicomici.

Amori non dichiarati alle casse di un supermercato, la ‘nostalgia del culatello’ di un seguace della moda vegana (omaggiando la sigla di “Mork & Mindy”), peripli disperati nelle sale slot, complicazioni sentimentali, mariti schiavizzati, amicizie tradite (a causa di donne) e poi ritrovate, mitologici personaggi della Riviera…

A Gian Marco Basta piace raccontare, con un’attitudine che ricorda fin da subito Jannacci, storie e racconti accompagnati da suoni variegati, tra accenni jazz, momenti acustici,  tempi di walzer, parentesi ‘da saloon’ e il limite del disco è forse in questo ricorso a una parte sonora un po’ ‘di maniera’, certo finalizzata a dare totale risalto ai testi, ma insomma alla fine poco ‘incisiva’.

CAPABRÒ, “MUSICA NORMALE” (LIBELLULA MUSIC)

Quattro anni di attività e oltre 250 concerti, aprendo o condividendo i concerti di un elenco di nomi che va da Rita Pavone agli Eiffel 65, da Peppino Di Capri ai Tre Allegri Ragazzi Morti: una robusta gavetta che porta il trio marchigiano dei Capabrò (il nome deriva dalle iniziali dei rispettivi cognomi) alla meta dell’esordio sulla lunga distanza.

Siamo nel nobile filone di ‘quelli che non si prendono troppo sul serio’, preferendo farsi due risate di fronte ai paradossi della vita e della società, piuttosto che intristirsi guardandosi le scarpe.

Otto pezzi (nove, contando un breve intermezzo) che tengono sempre alto il ritmo, tra marcette irridenti, walzer alticci, suggestioni sudamericane, che evocano la ‘scuola milanese’ di Cochi, Renato e Jannacci da un lato e il Rino Gaetano più sarcastico dall’altro.

L’automobile come oggetto di autoerotismo (strizzando l’occhio a Ballard); la ‘rivoluzione’ ai tempi dei ‘social’, immaginata al riparo di un touch screen; il sorriso – o il ballo – come antidoti metaforici e non al grigiore della vita quotidiana; l’amore ‘intergenerazionale’ (pure troppo…); cani ‘difettosi’, libertà presunte e un pezzo finale che parla d’amore con un ghigno sardonico nei confronti del ‘canone’ della canzone italiana.

I Capabrò ci offrono una mezz’ora di sano divertimento, ideale per cominciare la giornata.