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BLOOP, “SCHIACCIATEMPO” EP (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Dopo un ‘demo’ pubblicato su Soundcloud, i milanesi Bloop sfornano questo primo EP di quattro tracce.

Il quartetto è autore di un rock dai tratti cantautorali e le venature ‘indie’, che possono richiamare band come Virginiana Miller o Baustelle.

Disincanto e sottile malinconia dominano testi che parlano di problemi nei rapporti con gli altri, insoddisfazioni personali, ‘ossessione per il controllo’.

Un buon inizio, in attesa di un lavoro più ‘corposo’.

PICCOLI ANIMALI SENZA ESPRESSIONE, “CERCO CASA VISTA MARTE” (IRMA RECORDS)

Secondo lavoro per il progetto di Andrea Fusario, già trai membri fondatori dei Virginiana Miller, nei quali ha suonato il basso nei primi due dischi (Gelaterie sconsacrate ed Italia Mobile).

Il titolo sintetizza una sorta di ossimoro: la ricerca di una stabilità ‘casalinga’, che sia però il risultato di una fuga dal presente, verso altri mondi e altri luoghi: il filo conduttore dei dieci pezzi che compongono il disco appare del resto essere una continua critica a certi aspetti deleteri della realtà circostante, sui quali viene gettato uno sguardo spesso e volentieri ironico, un filo sarcastico.

La crisi economica (‘Eurozero’) forse non è nemmeno l’aspetto più deleterio della situazione, se paragonata con la mania imperante per i farmaci (‘Istant Pharma’) o la diffusione di certe professioni ai limiti, e oltre, del paradosso, come il ‘Life Coaching’… e allora la salvezza corre verso altri mondi (‘Mission to Mars’), affidata al sogno di tecnologie che permettano fughe istantanee (‘Teletrasporto’), o finisce per essere ricercata nei primi amori (‘L’amore ai tempi del Liceo’) o nella tenerezza del quotidiano domestico (‘Ninna nanna per Rita’).

Fusario assembla una serie di brani all’insegna di un pop elegante, che si accompagna volentieri a qualche sferzata elettrica con ascendenze new wave, ovvero un po’ lo stesso marchio di fabbrica che contraddistingueva la sua precedente esperienza coi Virginiana Miller; ad accompagnare Fusario, i sodali Edoardo Bacchelli e Gianluca Pelleschi, il nuovo arrivato Luca Brunelli Felicetti, che dietro alla batteria dona al disco maggiore calore rispetto all’ampio ricorso all’elettronica dell’episodio precedente; tra gli ospiti, Antonio Bardi, ex compagno di strada nei Virginiana, e soprattutto Robin Guthrie, già chitarrista dei leggendari Cocteau Twins nell’eterea ‘Sarà di nuovo estate’.

Un disco che riesce a coniugare contenuti di un certo peso ad una costante leggerezza di atmosfere, che si lascia piacevolmente ascoltare dall’inizio alla fine.

KOZMINSKI, “IL PRIMO GIORNO SULLA TERRA” (NEW MODEL LABEL)

Di stanza a Milano (ma di varia provenienza), i Kozminski giungono alla seconda prova sulla lunga distanza dopo i buoni riscontri dell’esordio di ormai quasi cinque anni fa, forti di una collaborazione ormai consolidata con Amerigo Verardi (Afterhours, Baustelle, Virginiana Miller), per un lavoro alla cui gestazione ha partecipato, tra gli altri, anche Giuliano Dottori (Amor Fou).

Credenziali che sembrano offrire già in partenza una marcia in più alla band, che in effetti apre il lavoro all’insegna di un tirato pezzo di matrice post-punk… premessa di un disco che, nel suo scorrere, si muove all’insegna di una certa varietà di coordinate: restano, costanti, certe reminiscenze eighties, ma si sentono anche l’influenza del rock ‘alternativo’ (o indipendente, o chiamatelo voi come volete) e in parte del cantautorato italiano, in aggiunta, se si vuole, a quelle che sembrerebbero apparire lievi influenze dei Coldplay (negli episodi più accorati) o dei Muse (in certi frangenti in cui la band sembra essere sul punto di addentrarsi in territori siderali). Testi (cantati in italiano) in cui il quotidiano, i sentimenti, la riflessione su se  sono filtrati attraverso lenti talvolta oniriche o lievemente immaginifiche, procedendo per immagini, frammenti di pensiero, stralci di flusso di coscienza, come se l’osservazione della realtà avvenisse sempre con un leggero  ‘scarto’, di lato o in controluce, a rivelarne aspetti non immediatamente evidenti.

Gli undici brani presenti ci mostrano innanzitutto un quintetto che ha già raggiunto una certa perizia, capace di impostare brani che riescono ad ‘attirare’, pur senza volersi far piacere a tutti i costi; tuttavia, nel procedere del disco, si ha l’impressione che non tutto funzioni fino in fondo: è come se, singolarmente presti, i pezzi avessero comunque una loro efficacia, ma nell’insieme mancasse qualcosa.

Si sente, forse, l’assenza di un’impronta stilistica più marcata: nel succedersi delle tracce,  la band rimanesse sempre in bilico tra le proprie influenze, senza abbracciarne direttamente nessuna… che se vogliamo sarebbe anche un pregio, ma che stavolta porta ad esiti che non convincono fino alla fine.