Posts Tagged ‘Ustmamò’

UMAAN, “UMAAN”(AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Nato dall’incontro tra Marco “Ciuski” Barberis – già collaboratore di Ustmamò e Cristina Donà tra gli altri – con Sandro Corino, Valerio Longo e Diego Mariia, già precedentemente compagni di strada nei Julierave, il progetto Umaan giunge al traguardo dell’esordio discografico.

Undici brani all’insegna di un rock di matrice elettronica, dominata dai synth, debitore esplicito della lezione dei Depeche Mode, condito con i prevedibili ‘innesti’ portati dal filone italiano del genere: si avvertono qua e là ‘spore’ dei già citati Ustmamò o i Subsonica.

Lavoro che percorre sentieri che lo portano verso territori cyber, che non disdegna di concedersi momenti più dilatati e riflessivi o, all’opposto, di strizzare l’occhio al dancefloor, con episodi quasi ‘ballabili’. Una dimensione sonora alla quale si accompagna una scrittura dai tratti cantautorali.

Nome del progetto e titolo del disco già suggeriscono l’idea attorno alla quale gira “Umaan”: al cuore c’è il contrasto tra le sonorità elettroniche, che a tratti evocano panorami quasi algidi, di fredda automazione e l’idea di un ritorno all’umano, alla ricerca della propria essenzialità, spogliata delle complicazioni, spesso artificiose – e artificiali – dei rapporti umani di inizio terzo millennio.

L’idea ricorrente, che emerge dalle righe di presentazione dei singoli brani, di trovare il modo di guardare sé stessi ‘dall’esterno’ (attraverso lo sguardo proprio o altrui) per, in qualche modo, ritrovarsi e trovare il modo di superare i propri ostacoli esistenziali o le paranoie che portano a bloccare il proprio percorso di vita; senza dimenticare il lato sentimentale della questione, visto di volta come rassicurante, ma anche come leggermente ossessivo.

La scrittura talvolta forse risulta non del tutto ‘compiuta’, come se fosse stata lasciata ‘in sospeso’ per seguire l’analoga atmosfera di sospensione dei suoni e nel procedere del lavoro si avverte un po’ di ‘stanchezza’, ma nel complesso l’esordio Umaan appare abbastanza efficace.

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PORTFOLIO, “DUE” (THIS IS THE LAND)

Secondo lavoro sulla lunga distanza per questo quintetto che scende direttamente da quella zona dell’Emilia, in cui la pianura ascende verso l’Appennino per confondersi con la Toscana, che negli anni ha sfornito talenti musicali a ripetizione dai CCCP agli Offlaga Disco Pax, passando per Ustmamò e Giardini di Mirò.

Due come il secondo capitolo della loro biografia discografica, ma anche ‘due’ all’inglese, in senso di necessità, o ancora due, come simbolo dell’ambivalenza su cui sembra vivere il disco, rappresentata efficacemente da un’apertura dalle tinte vagamente house, una voce elegante che svetta sull’andamento sinuoso delle chitarre e il calore dei battiti dello  sfondo, e dalla chiusura, un’interminabile suite di oltre quindici minuti che si snoda tra riverberi chitarristici, sonorizzazione da colonna sonora e il finale dominato dagli archi.

In mezzo altri cinque pezzi, in cui la band appare mescolare continuamente le carte, seguendo appunto una falsariga che da un lato non disdegna certe atmosfere sornione, vagamente suadenti, all’insegna di un pop elegante, e dall’altra è sempre pronto a lasciare spazio alla grana tagliente delle chitarre.

Disco per lo più strumentale, “Due” vive sull’ampia gamma di suoni utilizzati: i cinque componenti della band si sono fatti ulteriormente accompagnare nel loro cammino da un manipolo di ospiti, tra voci femminili, archi, le chitarre di Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò, ad arricchire un ensemble che gioca sul matrimonio riuscito tra chitarre e tastiere di vario genere, con la sezione ritmica a fare da celebrante e fiati in veste di testimone.

La cifra sembra essere quella di una certa duttilità, di un voler cambiare strada anche all’interno dei singoli brani, rendere il viaggio accogliente ma allo stesso tempo dare all’ascoltatore un certo brivido per la sorpresa, lo sviluppo inaspettato, anche a costo, in alcuni frangenti, di sembrare un po’ ondivaghi… il risultato in un certo senso è un disco da scoprire, che nel succedersi degli ascolti rivela sempre un particolare prima sfuggito… tra una cover di Criminal World, proveniente dal repertorio dei britannici Metro e il già citato finale, sonorizzazione del documentario Three Songs About Lenin di Dziga Vertov, i Portfolio assemblano un lavoro affascinante e se vogliamo anche dotato di un certo respiro internazionale.

Chi vuole farsi un’idea, può ascoltarli qui.

VANDEMARS, “SECRET OF GRAVITY” (ULTRAVIOLET BLOSSOM /AUDIOGLOBE)

Tornano i toscani Vandemars, a circa tre anni di distanza dal convincente disco di esordio, “Blaze“: tre anni nel corso dei quali la band visto entrare in pianta stabile nei propri ranghi il batterista Cris Bottai (già collaboratore di Ustmamò ed Articolo 31).

Il gruppo ha avuto modo nel frattempo di accrescere la propria esperienza, compiendo con questo “Secret of Gravity” il ‘grande passo’ verso una produzione completamente autogestita (il lavoro precedente aveva visto l’efficace collaborazione di Paolo Benvegnù).

Quattordici brani, nel segno di un disco che fa della compattezza il proprio miglior pregio, e questo nonostante che proprio nel disco di esordio i brani più lunghi fossero stati i più convincenti.

Stavolta la band sceglie invece di compattarsi ulteriormente, con brani che veleggiano tutti attorno ai tre – quattro minuti di durata.

Il cammino stilistico appare volto alla ricerca di una cifra maggiormente autonoma, ad una conciliazione trai propri riferimenti sonori – quelli, anche ‘pesanti’, degli anni ’90 – ed un’attitudine almeno apparentemente più ‘pop’ (senza che il termine abbia una connotazione negativa). L’esito è una sorta di continuo dialogo tra gli strumenti, che sembrano sempre spesso lì lì per esplodere, come se scalpitassero per essere lasciati a briglia sciolta, e l’interpretazione della cantante Silvia Serrotti, spesso e volentieri improntata ad una certa malinconica dolcezza, talvolta colorata di maggiore rabbia.

Certo non mancano frangenti nei quali ci si lascia maggiormente andare, e i pezzi acquisiscono un’attitudine più sfrontata (specie nelle chiusure di alcuni pezzi, dove gli strumenti prendono il sopravvento, lasciati liberi di galoppare); ma nello scorrere del lavoro sembra comunque dominare questa ricerca di un equilibrio tra ardore sfrontato e intimo raccoglimento, complice l’ampio ricorso ad un’elettronica che talvolta rende il tutto più ovattato, vagamente onirico.

Sensazioni che ritroviamo anche nei testi: domina la riflessività, all’insegna di un continuo ritornare di un desiderio di fuga, da un realtà ostile o verso la piena realizzazione di sé stessi, talvolta esplicitamente dichiarata, in altri frangenti filtrata attraverso l’immaginazione o il sogno.

Quattordici pezzi (contando anche il breve intro ed un intermezzo strumentale), completamente registrati in presa diretta, che mostrano una band forse ancora alla ricerca di una propria compiutezza stilistica: come se  “Secret of Gravity” rappresentasse quasi un nuovo inizio, il lavoro di una band che, ormai consapevole dei propri mezzi e potenzialità, ma ancora in attesa di capire come realizzarle.

E alla fine questa è la stessa impressione comunicata dal lavoro: una band capace, un’intepretazione efficace, ma sullo sfondo forse un filo di incertezza sulla strada da percorrere.