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CONSIDERAZIONI SPARSE SULLA RAI

La domanda di fondo è: ma siamo sicuri che le nomine Rai siano così importanti? O meglio: la Rai è importante? Quello cui abbiamo assistito in questi giorni era, a posteriori, abbastanza prevedibile: le nomine nel CDA della RAI hanno fornito l’occasione per sistemare portaborse, amici, amici degli amici, giornalisti compiacenti e quant’altro… con l’eccezione forse di Freccero (che detto tra noi sopporto poco: supponente e presuntuoso e troppo incline ad un certo vittimismo quando si parla della sua esperienza in Rai), che sembra essere l’unico del lotto a capire veramente qualcosa di ‘tivvu’.
Il problema è che i ‘partiti’ non capiscono (o fanno finta di non capire), che la Rai non è solo ‘informazione’, anzi, tutt’altro… eppure continuano ad infarcire il cda di giornalisti, peraltro provenienti in genere dalla carta stampata, che rispetto alla televisione è tutt’altra roba.
Il risultato è che ci paga il canone, si trova a finanziare un’anzienda nel cui CDA siedono Diaconale e Mazzucca…

La RAI viene pomposamente descritta come ‘la più grande azienda culturale del Paese’… mah: certo, Rai5 di cultura ne fa parecchia, Rai3 segue a ruota… ma se parliamo di Rai1, 2, etc… Certo, se per ‘cultura’ si intendono anche le chiacchiere pallonare, inutili partite di calcio delle serie minori, programmi di cucina, varietà canterini, allora tutto fa brodo e tutto fa cultura… è un problema vecchio (ricordiamo la famosa polemica Taricone – Cecchi Paone sulla natura culturale del Grande Fratello); ma il problema di fondo resta: nel cda RAI siedono sopratutto ex giornalisti che probabilmente di come si copre un evento sportivo, di quali serie tv promettono bene o di come si costruisce un varietà, capiscono poco o nulla, con tutto il rispetto.

Il problema è che la RAI non riesce ad evolvere: certo, la moltiplicazione dei canali degli ultimi anni è servita a dare spazio anche ad una programmazione destinata ad un pubblico diverso e un po’ più esigente rispetto a quello di Antonella Clerici, ma l’impressione generale è che la RAI continui ad essere un elefante in un mondo sempre più dominato da ‘gazzelle’… A dirla tutta, l’unico vero ‘sussulto’ degli ultimi anni è arrivato con Game of Thrones, ma anche lì, manca il coraggio: la RAI trasmette versioni edulcorata in prima serata e l’integrale a notte fonda… Mediaset per dire non si risparmia dal propinarci in prima serata una serie a tratti veramente ‘borderline’ come Shameless: non dico che la RAI dovrebbe puntare su sesso e sangue in prima serata, dico però che non dovrebbe avere paura di mostrarli, se quelli sono funzionali alla serie; in serie come G.o.T. e Shameless sesso e sangue sono perfettamente funzionali alla storia e per nulla gratuiti (per quanto ovviamente ammiccanti), quindi non vedrei il problema.

Il fatto è che la tv va avanti: se SKY propone un prodotto come House of Cards, la RAI non può continuare a proporre le biografie in odore di santità dei politici e degli sportivi italiani; se Italia 1 ad ora di cena non si fa problemi nel trasmettere gli efferati omicidi di C.S.I., la Rai non può continuare con Don Matteo in bicicletta; se MTV trasmette le vicende della famiglia allargata di Modern Family, la RAI non può continuare ad evitare il problema, trattandolo magari con una condiscendenza irritante in stile ‘poverini sono come noi’.

Televisione che peraltro è in via di superamento: ormai esistono intere trasmissioni basate su video presi da Internet; la stessa Internet propone sempre nuovi modi di fruizione: la RAI trasmette in chiaro le nuove stagioni delle serie in suo possesso con un ritardo medio di un anno rispetto alla messa in onda sulle reti satellitari o a pagamento; all’opposto, Netflix sforna nuove serie a pacchetti di episodi completi che uno si scarica e si guarda quanto vuole… rendiamoci conto della differenza.

Certo, Clerici e Don Matteo fanno ascolti, attirano pubblicità e finché il saldo è positivo non c’è problema… ma per quanto continuerà? Ormai al pubblico degli under 20 la tv interessa poco; il pubblico dei trenta / quarantenni ancora la televisione la guarda, ma quando può si rifugia su Internet; tempo dieci anni, e avremo il pubblico di età  compresa trai 20 e i 50 anni che la tv non la guarderà quasi più.

Dare oggi importanza alle nomine RAI come se si trattasse della Presidenza della Repubblica è per certi versi demenziale: è un atteggiamento tipico dei politici che badano ad arraffare poltrone per qualche anno, senza avere alcuna visione prospettiva.

Io auguro veramente buona lavoro a Maggioni e Campo dell’Orto, che almeno sono persone che conoscono la televisione e la RAI in particolare… certo, ho qualche dubbio, perché Maggioni nella sua gestione di RaiNews ha talvolta esagerato: ricordo certe sue dirette – fiume, in cui più che spiegare ha creato confusione; Campo dell’Orto è quello che per certi versi ha avviato la mutazione che ha portato MTV dall’essere un canale musicale, a diventare un ‘contenitore’ pieno della qualsiasi; ammetto che si tratta di persone competenti, ma mi domando se questo basti… Spero, soprattutto, che nelle produzioni RAI ci sia un po’ più di coraggio, che ci si schiodi dalla formula di certi varietà che sono imbarazzanti per chi ci partecipa e per chi li guarda; che ci sia più coraggio nel confezionare serie tv meno paludate e che almeno saranno scritte, recitate e doppiate in maniera decente.
Spero che, soprattutto nella programmazione sportiva, cinematografica e delle serie tv la RAI smetta di rimanere nelle retrovie, raccogliendo le briciole altrui; anche se temo non sarà un percorso facile, visto anche nel cda siede solo una persona che capisce sul serio di televisione.

Per quanto mi riguarda, continuerò a seguire RaiNews, certi eventi sportivi, i programmi degli Angela, qualche serie tv (specie quelle di Rai2)… con l’aggiunta di “Un posto al sole” che trovo forse la migliore produzione RAI degli ultimi vent’anni: per me un appuntamento fisso, il programma ideale davanti cui sbragarmi dopo cena… Per il resto, sta a loro riuscire a convincermi che la RAI non sia un cadavere ambulante, come quelli di The Walking Dead (a proposito, non sarebbe male se la rai prendesse coraggio e la trasmettesse, in integrale ed in prima serata, magari su una delle tre ‘reti generaliste’); l’impresa non è facile, perché ci vogliono un coraggio ed una mentalità che in RAI è evidente manchino da almeno trent’anni, se non di più…

GOMORRA – LA SERIE

Ovvero: mamma, da grande voglio fare il camorrista.

Senza girarci troppo intorno: il problema è uno solo e si chiama ‘immedesimazione’.
La serialità televisiva, avendo raschiato il fondo del barile degli ‘eroi positivi’, divenuti materiale di pertinenza quasi esclusiva delle serie ispirate ai supereroi e ai vigilanti dei fumetti, da qualche anno ha ‘scoperto’ il ‘fascino del male’: siamo così passati dall’umanità instancabile dei protagonisti di E.R. al Dr. House, incapace di qualsiasi ipocrisia, che finiva per prendere in giro e mandare a quel paese i propri malati, perché ‘lui curava le malattie e non le persone’; dai detective alla ricerca dell’assassino al serial killer Dexter che, per quanto spinto da una sua morale, sempre un macellaio restava… per arrivare al protagonista di Breaking Bad che, schiantato da una vita ingiusta, decide di reagire dandosi al crimine… eroi negativi che stimolano la nostra parte oscura, e nella quale finiamo più o meno per immedesimarci, guardando questi personaggi fare cose che noi non ci sogneremmo (o non avremmo il coraggio) di fare.

Veniamo a Gomorra: il film aveva un senso, nel suo trasferire sullo schermo ciò che ci era stato raccontato da Saviano nel suo libro; riuscito, quel film, nel riproporre delle atmosfere squallide e dei personaggi al limite, interpretati da attori spesso presi dalla strada… Recentemente più o meno casualmente (ovvero: in mancanza d’altro) ho visto qualche episodio della serie tv, e il confronto col film è impietoso; il film faceva rabbia, perché faceva paura: i protagonisti sembravano veri, reali. La serie ti fa rodere e basta, perché i personaggi sono insopportabili: non in quanto rappresentazione della realtà, ma proprio per come sono stati delineati. Per quanto mi riguarda, siamo a poca distanza dalla macchietta o dalla comicità involontaria; la moglie del boss che va in carcere a trovare il marito e gli mostra l’album di famiglia sembra presa di sana pianta da una sceneggiata di Mario Merola; i giovani protagonisti sono tutti o quasi ‘leccati’, ‘tronisti’ più che ‘avanzi di ‘galera’; talvolta per dargli un ‘tocco di cattiveria’ gli sono state appiccicate delle acconciature demenziali.

Insomma, il paragone con la realtà è analogo a quello di “Romanzo Criminale”: confrontate le foto degli esponenti della Banda della Magliana con le ‘facce da buono’ di Rossi Stuart, Favino o dei protagonisti della serie tv e fatevi due risate…

Il film Gomorra era dominato da un’atmosfera – volutamente – squallida e decadente; la serie è patinata, plastificata; certe battute sono oltre i limiti dello scontato (“se comando io, gli ordini perché li dai tu?”). Le atmosfere ‘VIP’, il sole, le piscine, il mare, le auto, le tute griffate, i bracciali, gli anelli, le catenine, l’arredamento di lusso, gli alberghi a cinque stelle, le belle donne (con tanto di bocce al vento) offrono un’insopportabile quadro del ‘quant’è bello essere un camorrista’; in uno degli episodi, un emissario della camorra in Spagna prima viene lasciato ad affogare, ma poi si scopre che era uno ‘scherzo’, poi viene coinvolto in una ‘roulette russa’ da… mafiosi russi (e qui veramente si finisce nel trash) e ovviamente si salva: manco la soddisfazione di vederlo affogare o di assistere alle sue cervella che decorano un bel muro; nulla di tutto questo: ‘ammazza quanto gli va di c**o ai camorristi!!!

Nell’ultima puntata c’è la classica ‘mattanza d’ordinanza’, presa pari dal Padrino, peraltro con analogo effetto ‘analgesico’: non si innoridisce per il sangue che scorre a fiumi, più che altro si rimane ‘sinistramente affascinati’ dalla metodicità dell’azione.

La fiction televisiva suscita immedesimazione: mettici un poliziotto e il pubblico sognerà ad occhi aperti di avere il fegato di andare a stanare i criminali; mettici un camorrista e il pubblico immaginerà di avere il coraggio di vivere nel lusso coi soldi dello spaccio di droga; è sempre stato così e così sempre sarà: eroi ed antieroi, con poche eccezioni. Ricordo ancora il senso di rabbia ed impotenza con cui uscii dal cinema dopo la visione del film: la sensazione di non aver assistito ad un’opera di completa fantasia, ma ad uno spaccato in parte documentaristico; conclusa la visione di qualche episodio di “Gomorra – La serie”, mi è rimasta la sgradevole impressione di un prodotto che alla finisce per dare un’aura di ‘eroi’ ai protagonisti, cattivi e senza scrupoli quanto si vuole, ma in fondo quanto sò fighi; alcune sequenze ‘forti’ (rapimento, stupro e uccisione di una povera adolescente, eliminazione di un poco più che ragazzino mediante colpo in testa) sembrano essere state inserite tanto per dare un po’ di negatività in più ai protagonisti, ma questo non basta a togliere al prodotto la fastidiosa patina di ‘eroismo negativo’, il ‘fascino della dannazione’, la suggestione della ‘vita violenta’.

La visione di “Gomorra – La serie” induce peraltro qualche considerazione sulla progressiva ‘mutazione’ subita da Saviano (della quale va ringraziato soprattutto l’ineffabile Fabio Fazio), il quale ormai è diventato un ‘brand’, che passa indifferentemente dalle vesti di giornalista d’inchiesta, a quelle di tuttologo televisivo e di autore delle fiction tratte dai suoi libri, uno di quelli su cui tra l’altro in Italia è vietato eccepire in qualsiasi modo, pena essere tacciati di connivenza con la camorra da parte dell’intellighenzia sinistroide dei vari Fazio, Floris, Giannini, Gruber, De Gregorio, Gramellini, Bignardi e compagnia bella.. sia chiaro, non gli si può fare una colpa se i suoi libri vendono e le sue fiction hanno successo, ma a questo punto bisognerebbe pure smettere di dipingerlo come un mezzo martire: che bisognerebbe dire allora dei collaboratori di giustizia costretti a vivere nell’anonimato, lontani dal successo, dalle luci della ribalta, (soprattutto) dai soldi a palate?

Al netto di queste considerazioni, l’irritazione comunicata dalla visione di “Gomorra – La serie” resta: perchè alla fine, a dirla tutta, a questi antieroi patinati si fanno quasi preferire quelli più stereotipati, ma almeno detestabili, che ogni tanto vengono proposti dalla soap di RaiTre “Un posto al sole”.