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TUTTO PUO’ SUCCEDERE

Qualche giorno fa, per puro caso, incrocio su RaiUno il bel volto di Maya Sansa, attrice che per inciso ho sempre apprezzato e che forse da qualche anno è stata un po’ troppo accantonata dal nostro cinema, ma vabbé.
Mi fermo lì cinque minuti a vedere che roba è – intendiamoci, la fiction italiana – con rarissime eccezioni, l’ho sempre fuggita come la peste – e il tutto mi sembra insolitamente gradevole, se nonché… se nonché, dopo una decina di minuti buona, mi accorgo che questa serie, intitolata “Tutto può succedere”, altro non è se non la versione italiana dell’americana “Parenthood”, che negli USA ha raggiunto, mi pare, la quinta stagione e che a sua volta è derivata da un film non riuscitissimo di Ron Howard.

“Parenthood” è una serie che ho molto apprezzato, riuscendone però a seguire bene solo le prime due stagioni, prima che Mediaset – probabilmente per gli scarsi ascolti – la relegasse in orari improbabili o sulla programmazione ‘residuale’ delle reti secondarie, come La5.
Le fiction famigliari americane le ho sempre apprezzate, forse perché  – per questioni famigliari – mi è sempre mancato questo senso di ‘caciara’, di case dove c’è sempre chi va e chi viene, problemi e vicende che si incrociano.
Le fiction famigliari italiane le ho sempre scansate, perchè il più delle volte, anziché la vita ‘reale’, descrivono mondi paralleli in cui troppo spesso tutto si aggiusta, con abbondante condimento di intenti moralistici, quando non pedagogici… Il riferimento naturalmente è soprattutto al famoso “Medico in Famiglia”, un prodotto che ha raggiunto rari livelli di insopportabilità…

Detto questo, “Tutto può succedere” è un bel passo in avanti, che si lascia seguire. Perché? Perché, a dirla tutta, è una ‘cover’: la serie americana non è una semplice fonte di ispirazione, ma viene riproposta di sana pianta, con vicende e personaggi. Il rispetto quasi calligrafico dell’originale è il miglior pregio e forse il miglior difetto: come avviene in musica, se un pezzo originale è buono, anche la cover, per quanto stravolta, sarà efficace; allo stesso modo però, le cover ‘ugualiuguali’ alla fine hanno poco senso: meglio metterci del proprio insomma, volendo anche stravolgendo l’originale, pur rispettandolo (sembra un ossimoro, ma è fattibile).

La versione italiana riprende tutto pedissequamente: la coppia alle prese con un figlio autistico e un’altra adolescente, la madre single di altri due figli che torna a casa dei genitori dopo un matrimonio fallito; la coppia formata da una donna in carriera e da un giovane uomo che forse rifiuta ancora un po’ di crescere che entra in crisi; l’eterno Peter Pan che fugge qualsiasi responsabilità che si scopre improvvisamente padre di un bambino di cinque anni… Vicende singole che si incrociano variamente, problemi reali e veri, vita quotidiana in cui spesso (ma non sempre) si trova conforto tra le mura domestiche e in cui i problemi proseguono anche quando ci si alza da tavola.

Viene da pensare, in fondo, che per ottenere il discreto risultato che si è raggiunto, quello della carta – carbone fosse il metodo migliore: io immagino, con tutto il rispetto, cosa sarebbe potuto succedere se magari la serie avesse voluto prendere una strada autonoma e ‘italiana’ rispetto all’originale, fermo restando che certe problematiche non sono certo solo americane, anzi… ma è risaputo che la tv, specie quella pubblica, di casa nostra, deve sempre mescolare tutto, e allora ecco che la fiction, invece di raccontare storie, deve sempre dire pure altro, spesso, ribadisco, con un certo moralismo.
Insomma: la fiction italiana troppo spesso tratta gli spettatori come degli imbecilli, e ancora peggio sono gli spettatori che da imbecilli si lasciano trattare… Sarò fissato, ma io ancora oggi col successo di “Un medico in famiglia” non ci riesco a fare pace, con gli ospedali puliti e ordinati in cui tutto funziona a meraviglia e le famiglie in cui tutto si sistema a tavola… macchecca**o.

“Tutto può succedere” è un’imitazione quanto si vuole, si potrà dire che è un gioco facile senza inventiva, ma almeno evita di prenderci per scemi, i personaggi sembrano finalmente ‘veri’ (a differenza dei protagonisti dei prodotti ‘biografici’ in cui sono tutti al limite della santità), in cui le situazioni e le problematiche sono discretamente realistiche.
Poi certo, i mezzi italiani non sono quelli U.S.A. e, parlando di attori, un Pietro Sermonti non sarà mai un Peter Krause, ma Maya Sansa non fa rimpiangere troppo Lauren Graham e Ana Caterina Morariu se la cava abbastanza discretamente, mentre Giorgio Colangeli e Licia Maglietta offrono un’apprezzabile dose di esperienza.

Non so se e quanto “Tutto può succedere” proseguirà; se continuera a ricalcare fedelmente le vicende dell’originale o magari se ne distaccherà, ma per il momento dà l’idea che tutto sommato qualche volta ci si può sintonizzare su RaiUno senza ridere di fronte alla comicità involontaria o – più spesso – farsi girare le scatole per l’uso fatto dei soldi raccolti col canone.

Riuscire a restare su quel canale per più di cinque minuti, per quanto mi riguarda, è già un buon risultato.

 

P.S. In realtà una cosa realmente insopportabile in questa serie c’é: la voce del cantante dei Negramaro che intona la sigla.

LIEBSTER AWARD

Come già successo qualche mese addietro, sono stato nominato – stavolta dall’amico di Cose per cui vivere, per il Liebster Award:

vado a rispondere alle dieci domande di questo giro:
1) Libro versus Film: ha senso secondo te questo storico ‘scontro’ che li vede l’uno migliore dell’altro, contrapposti?

Essendo due modalità di racconto molto diverse, direi di no; tuttavia, dovendo scegliere, propenderei per il libro, se non altro perché richiede al lettore un contributo maggiore in termini di immaginazione: insomma, leggendo un libro personaggi ed ambienti per quanto ben descritti, te li devi comunque immaginare, il cinema ti propone tutto già fatto…
2) Qual è la città più cinematografica del mondo?

Sarò di parte, ma da romano dico Roma, e non solo per la Roma conosciuta, ‘turistica’, che peraltro è ancora capace di offrire scorci poco battuti, ma anche per la Roma più periferica e marginale… è una città che raccoglie in sé tanti e tali stili, dalla grandiosità del bello a livelli di bruttura quasi irraggiungibili, che può essere lo scenario di qualsiasi tipo di storia.

 

3) Con quale mezzo si esprime il tuo rapporto prediletto con il cinema: sala? Home video? Streaming/Video-on-demand?

Fondamentalmente sono un ‘animale da sala’: quel momento di sospensione in cui la sala è buia e lo schermo si spegne non potrà mai essere toccato dalla visione di un dvd o di uno streaming; tra l’altro quando si tratta di guardare video sullo schermo di un computer ho una soglia di attenzione molto bassa, quindi per me andare oltre gli spezzoni o i video musicali su Internet è abbastanza difficile.
4) Coppia attore/regista migliore che esista?

Anche se limitata ad un solo episodio, credo che l’accoppiata Nicholson / Kubrick di Shining abbia pochi paragoni.

 

5) Qual è il tuo regista preferito? Cosa gli diresti se lo potessi ipoteticamente incontrare a tu per tu?

Stanley Kubrick; a pensarci, forse gli avrei chiesto se non avesse mai pensato di portare sullo schermo l’Iliade o la Divina Commedia.

 

6) Se la tua vita fosse un film, quale sarebbe?

Così su due piedi, non saprei rispondere: credo che ritrovare la propria vita espressa in un film sia comunque un’enorme fortuna, anche un po’ inquietante; se poi il film in questione fosse di Tarantino, o Dario Argento, o Wes Craven, allora ci sarebbe da preoccuparsi.
7) Qual è quel film di cui ti vergogni un po’ ma che adori?

Non credo abbia molto senso ‘vergognarsi’ dei propri gusti, specie quando si è onnivori e quindi si riescono ad apprezzare per motivi diversi film molto diversi tra loro: amo Shining, ma se mi trovo davanti a Tomas Milian o Alvaro Vitali, non mi tiro indietro 🙂 ciò probabilmente farà innoridire qualcuno, ma come si dice: de gustibus…
8) Un film che odi? Perché?

Odio, mai: magari avrei da eccepire sul fatto che spesso il pubblico corra in massa a vedere quelle che a mio modesto parere sono delle boiate, incoraggiando così gli investimenti in certi filoni a discapito di altri, ma il discorso sarebbe lungo e includerebbe la disamina della formazione dei gusti del pubblico sulla quale sono state scritte tonnellate di libri… E poi, in fondo, i blockbuster a volte servono per finanziare prodotti meno pedestri…
9) Il cinema è un’invenzione senza futuro (cit)?

Il cinema racconta storie ed esisterà fin tanto che qualcuno avrà qualcosa da raccontare e qualcun altro lo vorrà ascoltare: muterà, come stanno mutando la musica e la letteratura; il rischio, forse, è che grazie alla tecnologia, la possibilità di raccontare e raccontarsi attraverso il cinema sia sempre più accessibile a tutti e che ognuno racconti la propria storia, senza ascoltare quelle altrui, come sta succedendo con i libri: con i blog e il self-publishing, tanti si cimentano con la scrittura, ma quanti di questi si dedicano alla lettura?
10) Che mondo e che vita sarebbe senza cinema?

Beh, quando non c’era il cinema, la gente andava a teatro, o ascoltava i radiodrammi alla radio, o leggeva; sarebbe certo un mondo diverso, ma non credo necessariamente peggiore: in fondo il cinema è solo uno dei modi che l’uomo ha inventato per raccontare delle storie: anche se non ci fosse il cinema, non si smetterebbe di raccontare od ascoltare.

E qui finisco; ora, teoricamente a questo punto dovrei ‘invitare’ altri a rispondere, ma lascio aperta la porta: se seguite abitualmente questo blog, e apprezzate, sentitevi liberi di partecipare e rispondere.