Posts Tagged ‘Toni Servillo’

VICE

Dick Cheney è un attaccabrighe semialcolizzato espulso dall’Università quando, grazie al ‘pungolo’ di una moglie determinata e ambiziosa, arriverà a percorrere i corridoi di Washington, cominciando una scalata al potere che sembrerà interrompersi solo quando il nostro deciderà di rinunciare alle proprie ambizioni presidenziali per risparmiare la propria figlia omosessuale dal prevedibile massacro mediatico.

Le porte del Potere, ai massimi livelli, si riapriranno inaspettatamente per Cheney nel 2000, quando George W. Bush gli proporrà la vicepresidenza: incarico che verrà accettato, in cambio di un accordo che darà al protagonista mani libere su una serie di settori tutt’altro che secondari (esteri, difesa, energia, etc…); compiti che, nel post 11.9.2001, renderanno Cheney sostanzialmente un Presidente – ombra, con più potere decisionale dello stesso Bush, anche attraverso il posizionamento dei suoi uomini nei gangli principali del potere governativo a discapito di quelli del Presidente.

Adam McKay, che già un paio di anni fa con “La grande scommessa” aveva portato sugli schermi la storia americana recente, raccontando la genesi della crisi finanziaria mondiale della seconda metà dello scorso decennio, si concentra stavolta su una delle figure più controverse degli ultimi decenni e non solo, definito da molti come il Vicepresidente americano più potente della storia.
Al centro, la capacità di Cheney di ‘guardare oltre’, un freddo calcolatore che prima e meglio di altri riesce a individuare ‘opportunità’ perfino nei concitati momenti successivi agli attacchi dell’11 settembre; un uomo che capisce la vera portata del ‘Potere’ quando nel momento in cui si trova davanti a una porta chiusa oltre la quale Nixon e Kissinger stanno decidendo il bombardamento della Cambogia, e che proprio quel potere riuscirà a raggiungere quel potere, sostanzialmente ‘costruendo’ la guerra contro l’Iraq.

A dominare la scena è ovviamente il protagonista, interpretato da un Christian Bale che ‘occupa’ la scena, proprio dal punto di vista ‘fisico’, grazie all’ennesima trasformazione a base di chili messi su per poter calarsi nel ruolo; un’interpretazione che raggiunge il culmine nel finale, in cui Cheney si rivolge direttamente allo spettatore, ribadendo la convinzione in tutto ciò che ha fatto; una scena che ricorda molto da vicino il monologo di Andreotti – Servillo ne “Il Divo”, reminiscenza non casuale, dato che lo stesso McKay ha dichiarato esplicitamente di aver avuto il film di Sorrentino tra le proprie fonti di ispirazione.

La forza di “Vice”, però, risiede in buona parte anche nel manipolo di comprimari che affiancano e sostengono la performance del protagonista: raramente si è visto un gruppo di attori così ‘forte’ in una serie di ruoli di ‘sostegno’: Amy Adams è la volitiva moglie Lynne; Steve Carell, Donald Rumsfeld (Segretario dalla Difesa con Bush Jr, ma la cui carriera, da un certo punto in poi, si è svolta in modo parallelo a quella di Cheney); Sam Rockwell un eccezionale George W. Bush; si segnalano alcuni camei, tra cui quelli di Naomi Watts e Alfred Molina.

“Vice” è un saggio sul Potere, sulla determinazione necessaria per raggiungerlo, sulla freddezza necessaria per gestirlo: è certo un film per chi segue la politica internazionale (dubito che chiedendo alle prime dieci persone incontrate per strada chi sia stato Dick Cheney, sappiano rispondere più di una o due, almeno qui in Italia, ma temo che negli Stati Uniti il dato non sia più elevato di molto), che riporta l’attenzione su fatti avvenuti ormai quasi vent’anni fa (ma le conseguenze della guerra all’Iraq le abbiamo continuate a vedere anche in tempi recenti, con l’avvento dell’Isis, gli attentati in giro per l’Europa, il caos siriano e quant’altro) e che, per chi ha tempo e voglia, invita a riflettere ancora una volta su come dietro ai momenti topici della storia ci siano quasi sempre uomini singoli, con la loro personalità e la loro decisione: lo scopo del potere è null’altro che arrivare ad essere quegli uomini, con buona pace di quei presunti ‘ideali’ di fronte ai quali, all’inizio del film, Rumsfeld / Carell si fa una grassa risata.

LA GRANDE BELLEZZA

Dopo aver raggiunto il successo grazie all’unico libro pubblicato, quarant’anni fa, Jep Gambardella ha vissuto di rendita, sbarcando il lunario con qualche collaborazione giornalistica e decidendo di buttare alle ortiche il talento per diventare invece uno dei protagonisti della ‘movida intellettuale’ romana, quella delle chiassose feste nelle terrazze o delle vuote chiacchiere nei salotti, fatta da gente più o meno priva di qualsiasi capacità… A 65 anni, Gambardella dovrà fare i conti con il tempo che passa, la morte che colpisce anche persone molto più giovani di lui, la vuotezza del mondo di cui ha scelto di essere un protagonista, la necessità, forse, di tornare a coltivare il suo talento.

Non è un film ‘facile’, “La Grande Bellezza”; al contrario, è un film ‘impegnativo’: per la lunghezza (quasi due ore e mezza), il ritmo spezzettato che alterna momenti di accelerazione a fin troppe parentesi di lentezza, per il filo narrativo esile, che collega quella che alla fine si rivela essere una serie di sequenze, aneddoti, microstorie…

Roma è bellissima ( qui mostrata nei panorami più noti e in scorci sconosciuti anche chi la abita) ma questo si sapeva e comunque questo non è un documentario; la gente che la abita spesso è bruttissima: è brutta le gente che abita nelle periferie degradate, perché i luoghi brutti rendono la gente brutta; è brutta spesso anche la gente che abita nel centro storico, dove purtroppo sempre più spesso si accede solo in forza del denaro… ma nemmeno questo ce lo doveva dire Sorrentino, in fondo bastano i ‘fotoservizi’ di Umberto Pizzi o degli altri ‘paparazzi’ che inseguono il ‘bel mondo’… La sterminata galleria di personaggi che ci presenta il regista non appare in fondo nulla di nuovo… anzi viene da dire che il gossip editoriale e quello televisivo spesso e volentieri superano di gran lunga la ‘realtà’ fotografata dal regista.

In un film in cui Sorrentino sembra veramente troppo interessato a far vedere quant’è bravo, in cui il ‘non detto’, l’ellissi, si trasforma spesso in sterile ‘tempo morto’, si fanno ricordare soprattutto i momenti, le situazioni, i personaggi che strappano la risata, assieme ad alcune battute fulminanti: una delle prime, “Proust è il mio autore preferito… anche Ammaniti” fotografa alla perfezione il ‘livello’ culturale di determinati ambienti (e non mancano critiche allo spiritualismo new age, alle performance di arte contemporanea, al clero che vabbè, se parli di Roma prima o poi ci finisci a sbattere contro)… ma tutto questo tuttavia non riesce a ‘salvare’ un film per il quale sono stati evocati paragoni incongrui: piuttosto che “La dolce vita”, “La grande bellezza” ricorda, alla lontana,  “La terrazza di Scola”.

Un film che tra l’altro vissuto sulla personaggio accentratore del protagonista che trova un contraltare nella prestazione accentratrice di un Toni Servillo lasciato fin troppo libero di dare libero sfogo alla propria vérve, col risultato di finire per gigioneggiare davanti alla macchina da presa; lo circonda una messe sterminata di personaggi in piccoli ruoli (c’è perfino un Venditti nel ruolo di sé stesso), trai quali si ritagliano maggiore spazio Carlo Verdone che però, dopo decenni che si dirige da solo viene da dire che il danno è fatto e più di tanto non ci si può aspettare,  e soprattutto una Sabrina Ferilli in un ruolo che si farà ricordare, che in Sorrentino sembra aver trovato un altro regista, oltre a Virzì, capace di tirare fuori il meglio di lei, nel contrasto tra ‘rigogliosità’ esteriore e dramma interiore.

Alla fine, insomma, “La grande bellezza” – e il titolo in fondo è un onesto ‘manifesto programmatico – è un film incentrato sull’estetica, su una ricerca di perfezione stilistica e formale che però alla fine diviene fredda, quasi manieristica: un film sopravvalutato fin dalle prime indiscrezioni, già capolavoro prima della fine delle riprese, del quale si è dovuto parlare bene per forza, a prescindere… se non altro, le riprese della città potrebbero essere utilizzate per un bello spot turistico della ‘città eterna’…

VIVA LA LIBERTA’

REGIA: Roberto Andò

Con: Toni Servillo, Valeria Bruni Tedeschi, Valerio Mastandrea, Michela Cescon, Gianrico Tedeschi

Tratto dal romanzo “Il trono vuoto” di Roberto Andò, ed. Bompiani.

Non è per niente un bel momento, quello che sta vivendo Enrico Olivieri, leader del principale partito italiano d’opposizione: si avvicinano le elezioni, il partito lo contesta, gli elettori pure, i sondaggi lo danno come sicuro perdente. Il crollo è dietro l’angolo: il nostro protagonista non ce la fa più e, semplicemente… fugge: se ne scappa a Parigi cercando ospitalità da una ex fiamma di gioventù, ora sposata con un famoso regista e madre di una bambina.
Nel frattempo Andrea Bottini, braccio destro del politico, non sa che pesci pigliare, tra l’incertezza sul destino di Olivieri e la consapevolezza che gli ‘squali’ del partito sono pronti a fargli le scarpe… senonché, la moglie dello scomparso azzarda una soluzione: coinvolgere il suo fratello gemello, valente filosofo con lo pseudonimo di Giovanni Ernani… ma da poco dimesso da un manicomio…
Il resto della storia si scrive da solo, con il ‘sostituto’ a mietere successi e ‘l’originale’ a cercare un nuovo equilibrio, fino a un finale enigmatico, con il costante accompagnamento dell’Overture de La forza del destino di Verdi a dare al tutto un alone di ineluttabilità.

Politica e cinema: un binomio che in Italia ha avuto numerosi predecessori, ma che quando è stato volto in commedia, raramente è riuscito a evadere da una comicità di ‘pancia’ o dalla farsa. Roberto Andò riesce a evitare ogni luogo comune e ogni caduta di stile, confezionando un film divertente, senza scadere nella volgarità, che lascia spazio alla riflessione senza diventare pedante. Un film se si vuole poco ‘italiano’, ma in cui si respira l’aria di altre scuole cinematografiche: c’è la commedia sofisticata ‘alla francese’, rievocata a cominciare dall’ambientazione di una delle due vicende parallele che si alternano nel corso della storia; c’è la migliore commedia americana incentrata sul ‘doppio’ (viene in vagamente in mente Dave – Presidente per un giorno); e c’è, forse, anche un filo della vena surreale che caratterizzava “Oltre il giardino”.

Al centro, un Toni Servillo che monopolizza la scena grazie all’abile destreggiarsi trai due personaggi, sebbene rischi di gigioneggiare un pò troppo in alcuni frangenti dell’interpretazione del filosofo genialoide, rendendo in modo efficace il personaggio del politico, tra volontà di fuga e di vita normale e consapevolezza dei doveri impostigli dal suo ruolo; convincono Valeria Bruni Tedeschi nella parte dell’amore di gioventù e Michela Cescon nel ruolo della moglie che trova forse nel sostituto la promessa di un nuovo amore, di un contatto umano più ‘vero’ rispetto al marito ‘ufficiale’. Valerio Mastandrea, nei panni dello stretto collaboratore di Olivieri che si trova a dover gestire il problematico gemello, come al solito cerca di cavarsi d’impaccio alla meglio, dando la solita idea di quello che è capitato su un set cinematografico più o meno per caso (o per sbaglio). Spicca invece in una piccola parte il novantatreenne Gianrico Tedeschi, noto soprattutto agli amanti del teatro, una carriera lunga oltre sessant’anni (la generazione dei nati a cavallo trai ’60 e i ’70 lo ricorderà forse come protagonista delle pubblicità delle caramelle Sperlari).

Viva la libertà è un film divertente e godibile, che stimola più di una riflessione sulle parole, la comunicazione, il linguaggio dei politici, non lesinando frecciate a un sistema in cui spesso si perde l’obbiettivo di fondo: offrire alle persone dei ‘principi’, degli ‘ideali’ in cui sperare e, giocoforza, vincere le elezioni… il tutto ovviamente con un senso particolare data la fase che siamo vivendo in Italia…