Posts Tagged ‘Teo Manzo’

LA PLAYLIST DI NOVEMBRE

(Anche se ormai specificare il mese è un filo superfluo, visto che ‘ste playlist le pubblico un mese si e tre no…)

Gassman Blues Junkfood + Gabrielli

The Contorsionist    Monobjo

Closer         Godblesscomputers

I’m All Right     The Hangovers

Voglia                Scimmiasaki

L’ultima cena     Cesare Malfatti

The Abacist       Suz

How to erase a plot  Armaud

Art School     Peter Truffa

Across The Universe  Joseph Martone And The Travelling Souls

Uomo con la chitarra Limone

Il Taglia teste   Lebowki

Buco Nero         Teo Manzo

Malaga (un altro Margarita) Bosco

TEO MANZO, “LE PIROMANI” (LIBELLULA MUSIC / AUDIOGLOBE)

Le ‘piromani’ dal titolo rappresentano, almeno sembra, dei ‘casi isolati’, visto che la ‘fissazione’ per il fuoco colpirebbe solo gli uomini. Le ‘piromani’, insomma, finirebbero per essere più un ‘atto di fede’ che una sicurezza scientifica… Il milanese Teo Manzo, quest’anno già protagonista dell’esordio discografico de La linea del pane col loro “Utopia di un’autopsia”, torna a qualche mese di distanza con questo concept ‘apocalittico-politico-esistenziale’, in cui, per estensione del concetto già esposto, le ‘Piromani’ sarebbero le ‘fedi’, non solo religiose, ma anche politiche, scientifiche e quant’altro, che prima o poi finiscono per caratterizzare in qualche modo le vite di ognuno… ‘fedi’ i principi delle quali finiscono per essere accettati di per sé stessi, senza che questi siano sempre provati dai fatti e dalla realtà.

Un concept, dunque: nei sedici brani lungo cui si snoda il lavoro, Teo Manzo ci narra una storia per certi versi disperatissima… Il protagonista è un astronomo, posto di fronte alla probabile caduta della Luna sulla Terra; le sue convinzioni lo portano a schierarsi contro la maggioranza, non credendo nell’Apocalisse imminente (chissà, forse una metafora dell’oggi, in cui gli uomini di scienza sono costretti a combattere lotte impari contro le voci che si diffondono incontrollate sui social network); costretto, alla fine, a riparare in un rifugio in attesa della catastrofe, il nostro si troverà invece a dover fare i conti con l’improvviso venir meno – stavolta reale – di un punto fermo della sua esistenza, assistendo impotente all’improvvisa dipartita dell’amata…

Sconvolto dalla sua personalissima ‘fine del mondo’, il nostro abbandonerà ogni razionalità, unendosi all’immancabile rivoluzione scoppiata in attesa del giorno del giudizio… solo per prendere atto che anche gli ideali rivoluzionari non sono esenti da punti deboli, rivelandosi effimeri come tutte le altre ‘fedi’ in cui gli uomini ricercano il senso della propria esistenza.

Insomma, messo in discussione il sapere scientifico cui ha dedicato la vita professionale, spazzata via la sicurezza offerta dall’amore, rivelatasi fallace anche la strada della Rivoluzione, al nostro protagonista non sembra restare nulla, eccetto forse l’abbandono, fisico, onirico o simbolico, di questo mondo, alla ricerca – forse di una nuova dimensione…

Il finale non è scritto, e anzi Manzo ne propone tre, come se in fondo, la scelta finale stesse ad ognuno, al di là dei principi più o meno saldi su cui si sono basate le proprie scelte di vita.

Letta così, sembra a dire il vero un po’ complicata… e forse il difetto maggiore de “Le Piromani” sta proprio nella sua poca ‘linearità’: come se l’autore avesse tanto, troppo da dire – e i ben sedici brani che compongono il disco ne sono la maggiore testimonianza – e come se allo stesso tempo fosse spinto dall’urgenza di dirlo ‘tutto e subito’; l’ascoltatore viene così quasi trascinato in un viaggio intricato fatto di metafore, allegorie, ‘non detti’, pensieri affastellati, considerazioni sparse e flussi di coscienza, al termine dei quali si finisce per avvertire anche una certa stanchezza…

Il cantautore milanese mostra certo una discreta capacità di scrittura, mostrando di aver imparato bene la lezione dei ‘classici’: si potrebbe citare De André, (se non altro perché tra le sue esperienze c’è anche un tour dal vivo proprio dedicato alle canzoni di Faber), ma viene spesso in mente anche Claudio Lolli. Un disco che fa della ballata acustica il principale modello di riferimento, voce e chitarra a dominare un ensemble sonoro che alla lunga appare un filo statico, monolitico… Non a caso, forse, il brano più convincente dell’intero lotto è forse ‘Buco Nero’, in cui Manzo è accompagnato dalla voce di Silvia Ottanà.

Teo Manzo conferma ciò che di positivo aveva già fatto intravedere con La linea del pane; tuttavia, i pregi del cantautore finiscono per essere messi un po’ in ombra dall’impressione di trovarsi di fronte al classico passo più lungo della gamba: un disco d’esordio in cui l’autore si è voluto inerpicare in un’arrampicata di sedici brani, in cui è quasi scontato che agli episodi efficaci si mescoli più di un passaggio a vuoto, ‘annacquandone’, in un certo senso, i pregi. Forse una maggiore sintesi, nel complesso e anche in certi brani che si estendono fino ai sei, sette minuti, avrebbe donato più compattezza ed efficacia all’intero lavoro. Lo sforzo è lodevole e, dà l’idea se non altro di un autore sicuro di sé e dei propri mezzi; il risultato non del tutto riuscito.

LA LINEA DEL PANE, “UTOPIA DI UN’AUTOPSIA” (QB MUSIC)

Esordio sulla lunga distanza per questo trio milanese, capitanato da Teo Manzo, cantante, autore dei testi, chitarrista; con lui Marco Citrini e Kevin Avery a costituire la sezione ritmica di una strumentazione essenziale, cui si aggiunge, episodicamente, il violino di Martino Pellegrini.

“Utopia di un’autopsia”: un gioco di parole per un lavoro che molto ‘gioca’: non tanto con i suoni o con le parole, quanto con le idee, le sensazioni, le suggestioni, le impressioni.

Gli undici brani presenti (più la ‘ghost track’ finale)costituiscono una galleria di storie e personaggi, di ambientazioni in un ‘altrove’, spaziale o temporale, difficilmente inquadrabile (ad eccezione di Occhi di vetro, esplicitamente ambientata a Parigi) forse non così lontano da noi, ma comunque separato dal ‘qui ed ora’, seppure magari solo da un lieve velo onirico.

La scrittura è frammentata, procede per narrazioni non lineari, scene giustapposte, stralci di pensieri, brandelli di riflessioni, all’insegna di un’ellissi che alla fine non spiega, apparendo piuttosto lasciare all’ascoltatore il compito di riempirla col proprio ‘vissuto’, le proprie personali sensazioni.

Un’arma a doppio taglio, se si vuole, perché se da un lato il risultato è indubbiamente suggestivo, lirico a tratti, il rovescio della medaglia è quello di una dispersione di senso: si ha insomma l’impressione che i testi parlino di qualcosa volendo parlare d’altro, ma questo ‘altro’ non è alla fine così immediatamente comprensibile… un termine di paragone, con tutti i distinguo del caso, potrebbe essere il primo De Gregori.

Suoni all’insegna di una costante alternanza tra raccoglimento acustico e momenti in cui le chitarre costruiscono più solidi ‘muri elettrici’: ma “Utopia di un’autopsia” è in fondo un disco incentrato più sulle parole che non sui suoni, cui alla fine è affidata una funzione per lo più di semplice accompagnamento; la voce, più che interpretare, ‘narra’, e la ‘grana emotiva’ dei pezzi in parte ne risente. Elementi che, aggiunti alla lunghezza dei brani (raramente si scende sotto ai tre minuti, allungandosi a volte oltre i sette), rendono il lavoro un po’ troppo monolitico, a tratti un filo ripetitivo.