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SCOLA E GLI ALTRI

Ogni volta che negli ultimi anni se n’è andato un ‘Grande’, gli appassionati hanno tenuto una sorta di ‘contabilità’ dei sopravvissuti… l’elenco ovviamente si è progressivamente assottigliato, sempre più agevole fare il conto dei rimasti.

La morte di Ettore Scola, sembra purtroppo segnare il momento in cui il contatore arriva all’inevitabile ‘0’.
L’impressione, è che non sia rimasto più nessuno… Oddio, magari a volerlo cercare, a voler ampliare il raggio d’azione, a voler includere a voler cercare dei ‘sopravvissuti’, si potrebbero magari citare i nomi di Wertmuller o Squitieri, ma purtroppo senza girarci troppo attorno, con Scola se ne va l’ultimo rappresentante dell’età dell’oro del cinema italiano.
Scola, Monicelli, Risi, Fellini; Gassman, Sordi, Mastroianni, Manfredi; a testimoniare quell’epoca è rimasta in larga parte la cosiddetta altra metà del cielo, per quanto ormai le grandi attrici italiane dell’epoca vivano tutte più o meno ritirate dalla ribalta, facendo capolino occasionalmente (con l’unica, triste, eccezione di Monica Vitti, vittima di una malattia che lascia privi di memoria e di identità).

La dipartita di Scola dà comunque l’idea che un capitolo sia definitivamente chiuso, aprendo una riflessione su ciò che il cinema italiano è stato, è e sarà. E’ forse il caso di evitare eccessivi ‘peana’, perché forse avere troppi rimpianti è anche sbagliato: non è, probabilmente, il cinema di oggi ad essere ‘mediocre’, quanto quello di allora ad essere di un’altra categoria… E’ vero che la ‘straordinarietà’ si raggiunge grazie alla ‘selezione naturale’: ed è un fatto che in Italia tra gli anni ’50 e i ’70 si produceva un numero di film che confrontato con l’oggi appare semplicemente fantascienza; è dunque naturale pensare che da un così ampio numero di registi, attori, produttori, alla fine emergessero delle ‘eccellenze’.

Ci sarebbe da discutere del ruolo della televisione, dell’evoluzione dei costumi, del sistema dei finanziamenti pubblici al cinema, ma la banale verità è che i tempi sono semplicemente mancati e che semplicemente nel corso della storia ci sono ‘età dell’oro’ destinate prima o poi a concludersi. Il passato sembra sempre migliore del presente.
Non che poi alla fine manchi gente della quale essere felici, nel cinema italiano di oggiM a ben vedere, anzi, l’elenco dei registi che negli ultimi dieci / vent’anni hanno offerto prove di livello non è manco tanto esiguo: in ordine sparso, citerei Moretti, Virzì, Sorrentino, Garrone, Giordana, Placido, Rubini Bellocchio, Tornatore, Salvatores…
Meno folta la lista degli attori: certo, c’è il ‘solito’ Servillo (che però comincia ad essere inflazionato), c’è un Kim Rossi Stuart che per me è l’unico attore della sua generazione che può realmente aspirare ad un confronto con i grandi del passato; c’è Elio Germano,  ci sono attori secondo me sopravvalutati (Mastandrea, Santamaria, Giallini) o sottovalutati (Battiston, Popolizio) altri che forse sono troppo legati al loro ‘essere belli’ (Scamarcio), altri ancora che nelle mani del regista giusto potrebbero ‘dare di più’ (Albanese).
Attrici come Jasmine Trinca, Giovanna Mezzogiorno, Margherita Buy o Maya Sansa portano avanti sono ottime esponenti del ‘fronte femminile’.

C’è, insomma, del buono anche nel cinema italiano di oggi, e forse non è nemmeno tanto difficile da cercare… Forse non è nemmeno un problema di mancanza di ‘storie’, anche se indubbiamente esiste la tendenza a chiudersi nelle famose ‘due camere e cucina’ citate da Tarantino, forse è solo un problema di ‘mancanza di mezzi’.

E’ un fatto che di cinema in Italia se ne faccia poco: se si fanno pochi film, viene meno anche quella ‘selezione naturale’ alla quale facevo riferimento sopra, gli autori, gli attori, le opere di livello diminuiscono… La gente va poco al cinema, anche se i dati dell’ultimo anno parlano di una lieve ripresa; chiudono le piccole sale, resistono i multisala ‘Luna Park’.

La gente va al cinema a vedere Zalone… si può discutere si vuole: Zalone non è nè un genio del cinema, né il simbolo dello sprofondo, è uno che offre ai suoi spettatori sano divertimento disimpegnato; non è che si possa fare una colpa al pubblico se vuole trascorrere un pomeriggio facendosi due risate e vedendo Zalone… forse il problema è la mancanza di alternative: Zalone, come altri, ha avuto successo godendo del traino della tv: oggi qualsiasi comico che abbia successo sul piccolo schermo ha ragionevoli speranze di raccogliere un discreto gruzzolo anche trasferito nelle sale; se un produttore fiuta l’affare non gli si può certo imputare di fare il suo mestiere, che è quello di fare soldi col cinema…
Semmai, ci si dovrebbe augurare che almeno una parte della caterva di soldi che Zalone e qualche altro raccolgono al cinema siano usati per finanziare prodotti magari meno ‘di cassetta’, ma che alla fine offrano anche alternative al pubblico.

Insomma: produco Zalone, faccio un sacco di soldi, e poi grazie a Zalone finanzio anche qualche opera prima, cerco di far emergere qualche altra realtà: questo il ragionamento che dovrebbe fare un produttore che sia veramente appassionato di cinema e non solo attaccato al denaro.

Certo che se poi al pubblico non offri delle alternative tra cui scegliere, ti credo che tutti vanno a vedere Zalone… lo andrà a vedere perfino gente poco interessata che di fronte alla mancanza di alternative (mi riferisco ai film italiani) si arrende e finisce per dire: vabbé, ci vanno tutti, vediamo che roba è…

Rimpiangiamo, quindi, il passato, ma il passato era il prodotto di un complesso di fattori che oggi non sono più gli stessi… Bisogna invece chiedersi se il cinema italiano, nelle condizioni date, stia offrendo il massimo delle sue potenzialità: e purtroppo bisogna concludere che così non è; che con un po’ più di coraggio e di voglia di investire si potrebbero sfruttare potenzialità inespresse, dare occasioni a scrittori, registi, attori.

Certo, per l’Italia come per altrove, vale la considerazione che alla fine televisione ed Internet sono ottimi canali per veicolare storie, ma non si vede perché il cinema dovrebbe arrendersi, visto e considerato che all’estero sul cinema si continua a puntare.

Se quindi è vero che ‘l’età dell’oro’ del cinema italiano è una stagione con dei connotati di stra-ordinarietà difficilmente ripetibili oggi, per non avere troppi rimpianti bisognerebbe almeno fare si che il cinema italiano di oggi si esprima al massimo delle sue potenzialità.

SCARSA VENA, POCA ISPIRAZIONE

La mia scarsa frequentazione del blog prosegue… è un periodo in cui, a dirla tutta, non ho molta voglia di scrivere: forse di argomenti ne avrei pure, ma manca proprio la voglia di scrivere.

In parte, certo, dipende dalle mie attuali limitazioni nell’uso di Internet: mollata l’ADSL, mi appoggio alla connessione mobile dei miei, che però ha dei limiti di tempo, per cui una volta esaurite le necessità lavorative, di tempo da dedicare ad altro non ne resta molto… in realtà per certi versi mi sembra di essere tornato a quando non avevo l’ADSL e mi connettevo ad Internet con la ‘pressione’ dei tempi e della spesa telefonica…

Tuttavia, non posso fare a meno di notare che poi alla fine anche così Internet non mi manca: non voglio fare lo snob, sottolineo: lungi da me dire che Internet non serva, ma almeno nel mio caso, notare come alla fine un buon 80 per cento del tempo trascorso nella Rete si riducesse ad attività derubricabili nella categoria ‘fuffa’, è la constatazione di un dato di fatto.

Sebbene con dimensioni molto più ampie, alla fine Internet segue lo stesso schema di tante rivoluzioni tecnologiche degli ultimi trenta – quarant’anni, ovvero: l’uso aumenta con la disponibilità. Pensate ad altri apparecchi:  è con l’avvento del telecomando, per esempio, che si è cominciata a sentire la necessità dello ‘zapping’, del cambiare canale ogni due per tre; l’arrivo del videoregistratore creò la ‘necessità’ di registrare la qualsiasi e accumulare videocassette; il cellulare ha creato il bisogno di comunicare sempre e comunque… con Internet è stata la stessa cosa: non ci troviamo, insomma, di fronte ad uno strumento che risponde ad una necessità precedente; ci troviamo invece di fronte ad un qualcosa che, per così dire, autogenera il bisogno di essere utilizzato.

Avere Internet a disposizione ventiquattr’ore su ventiquattro, insomma, accresce il bisogno di utilizzarla, ed è chiaro che la maggior parte del suo uso non risponde a reali necessità, ma a fuffa: è più o meno lo stesso principio su cui funzionano i ‘social network’, e se vogliamo anche gli stessi blog: avere a disposizione un qualcosa su cui raccontarsi o raccontare, accresce automaticamente il bisogno di raccontarsi, di dire la propria su tutto, o di aggiornare sempre l’universo mondo su ciò che si sta facendo in un dato momento.

Per certi versi sto parlando della scoperta dell’acqua calda, mi rendo conto, ma sono considerazioni rispetto alle quali un ‘comune’ utente Internet si trova di fronte solo in dati momenti. La soddisfazione, nel mio caso, nasce dall’aver assodato, in questa situazione, la mia capacità di adattamento: rinunciare all’ADSL non ha portato, ad esempio, alla parossistica ricerca di un sostituto immediato, per continuare a stare su Internet come prima; più semplicemente, almeno per il momento, mi sono adeguato a ciò che avevo a disposizione sul momento: non mi è passato nemmeno per l’anticamera del cervello di andare subito alla ricerca di uno smartphone, di un portatile o di una semplice chiavetta Internet per poter continuare a navigare autonomamente; lungi da me rivolgermi ad un altro operatore per ricominciare da capo la trafila.

La mia necessità di utilizzo di Internet si è scontrata con la mia ritrosia ai ‘problemi’: per me la tecnologia deve essere uno strumento che mi dià un’utilità, non che mi crei pensieri e problemi… di mio sono già una persona abbastanza ansiosa, sinceramente la prospettiva di trovarmi di fronte a dei problemi da risolvere pur di navigare su Internet mi repelle, non mi appartiene proprio, la scanso come la peste e mi adeguo a ciò che ho a disposizione… il che non vuol dire che tutto ciò proseguirà in eterno, prima o poi tornerà a farsi sentire la necessità di avere una connessione ‘autonoma’, ma per il momento la repulsione dell’idea di dover affrontare trafile e probabili problemi tecnici (è risaputo che ogni volta che si compra un nuovo apparecchio, prima di poterlo utilizzare c’è sempre un qualche problema da risolvere) è più forte del bisogno di potermi connettere come e quando mi pare, specie considerando tra l’altro che alla fine la stragrande maggioranza del tempo passato su Internet si risolverebbe in attività decisamente futili.

E quindi, niente, si continua così, almeno finché non tornerà la voglia: in fondo ogni tanto, questi momenti fanno pure bene; si torna a rimettere tutto in un’ottica diversa, nel mio caso forse a riportare tutto a dimensioni più congrue.

RAI: (NON) SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO

La RAI ha compiuto nei giorni scorsi 60 anni di storia: alcuni hanno fatto notare che se si considera anche la radio, siamo a 90. L’evento ha offerto la classica occasione per le celebrazioni di rito, ricordi, etc… col solito piagnisteo di contorno su quanto fosse bella la RAI ‘educativa’ di un tempo rispetto ad oggi…  Eppure: ma siamo sicuri che la ‘RAI’ di una volta fosse tanto meglio di quella di oggi? Vogliamo proprio dire che un canale solo, in bianco e nero, fosse meglio dei 14 a colori di oggi? Certo, è vero che in 60 anni è successo un po’ di tutto:  è arrivato il colore, sono arrivati il secondo e poi il terzo canale, c’è stato l’avvento della tv commerciale, negli ultimi anni quello del digitale, la concorrenza di Internet. Va da sè che una maggiore quantità includa un fisiologico calo della qualità media dei programmi, ma allora mi dico: con un canale solo, 60, 50, 40 anni fa, ci sarebbe solo mancato che i programmi fossero pure brutti. Banalmente, il pubblico è cambiato, la tv è cambiata. La RAI forse ha mancato la sua reale occasione quando, con l’avvento della tv commerciale, ha scelto di partecipare alla ‘guerra degli ascolti’ invece che rafforzare la propria identità pubblica e di servizio; da quel momento è nata tutta una serie di problemi, paradossi, controsensi, a partire da quello, macroscopico, di un servizio pubblico pagato attraverso una ‘tassa sul possesso del televisore’, che poi però non si ritrae dall’accumulare lauti guadagni sulla pubblicità. Aggiungiamo poi la questione del ruolo della politica, diventata ancora più centrale negli ultimi anni quando al Governo è andata più volte una persona che già era proprietaria di altri canali televisivi… Si tratta di problemi di ‘sistema’, che traggono origine da certi caratteri tipici italiani, a partire da quello di non voler – volutamente – definire in modo chiaro le situazione per lasciare sempre porte aperte, scappatoie, corridoi… Tuttavia, al netto di questi problemi, che pure ci sono, e considerando che il destino dello stesso medium televisivo appare già segnato dall’avvento sempre più invasivo e preponderante dei contenuti di Internet, certe considerazioni malinconiche e all’insegna del rimpianto mi sembrano lasciare il tempo che trovano. La RAI di una volta era bella perché c’era solo quella e non c’era altro cui paragonarla… personalmente, faccio parte della generazione di coloro che da bambini hanno assistito agli ultimi giorni del bianco e nero, venuti su grazie ai cartoni animati gentilmente offertici dal sig. Silvio Berlusconi (bisogna starci, volenti o nolenti è così), e che devo dire? Già solo oggi, pensando alla RAI di qualche anno fa, con soli tre canali, viene tristezza;  la situazione, a dircela tutta, è ampiamente migliorata: credo si possa affermare senza sembrare enfatici che oggi la RAI propone programmi per tutti i gusti a tutte le ore, cosa che solo pochi anni fa non era possibile; la qualità, a volerla cercare, la si trova; per questo forse stare a rimpiangere troppo i bei tempi andati finisce per essere un esercizio fine a sé stesso, il tipico ‘si stava meglio quando si stava peggio’: no, grazie, per conto mio, si sta molto meglio oggi.

ASTINENZA TELEVISIVA

Qualche altra considerazione sul mio periodo di ‘quasi – astinenza’ dal piccolo schermo: nelle ultime due settimane, avrò ridotto il tempo passato davanti al televisore al 20 – 25 per cento di quanto accadeva prima: adesso, se dico che la qualità della mia vita sembra migliorata, a seconda dei casi sembrerò enfatico, dirò una cosa che sembrerà la scoperta dell’acqua calda, o sembrerò uno di quegli snob che ‘senza televisore si sta meglio’. Meglio, sicuramente, stanno i miei occhi, già messi a dura prova dalle ore passate quotidianamente davanti al computer… per il resto, non voglio sembra enfatico, banale o snob, ma in questi casi si scopre come il televisore, più che una necessità, sia in fondo un’abitudine: lo si accende perché sta lì, anche se non si ha niente da vedere, perché tanto qualcosa su cui buttare un occhio lo si trova comunque… per poi rendersi conto, che gran parte dei programmi che si intercettano sono tutto sommato superflui, anche se li si segue sempre: a dirla tutta, nel mio caso, ormai serie come The Mentalist,  Bones o Castle, dopo varie serie hanno già detto tutto ciò che avevano da dire; Once Upon A Time alla seconda stagione ha esaurito l’effetto – novità e si muove all’insegna di una certa prevedibilità; i talent gastronomici – per intenderci, quelli con Gordon Ramsay – sono ormai ripetitivi e non sembrano più avere granché da offire… per qui alla fine concludo che gli unici programmi di cui al momento non posso proprio fare a meno sono Ulisse il sabato sera e I Griffin e Big Bang Theory (inframezzati da NCIS) la domenica… il resto della settimana, che il televisore sia acceso o spento cambia poco, a parte dare un’occhiata alla striscia settimanale di Crozza o un sguardo di sfuggita alla sua imitazione di Renzi il venerdì sera, magari andando nel frattempo a vedere di cosa sarà Testimone Pif su MTV… ma insomma, alla fine il risultato è lo stesso: in fondo del televisore si può fare  a meno, e allora mi chiedo cosa sia quella ‘teledipendenza’ di cui parlano alcuni. In fondo gli esseri umani vivono in questa ‘bolla tecnologica’ da poco più di mezzo secolo: fino agli anni ’50 c’era solo la radio, poi è subentrata la tv… Internet è cosa degli ultimi 15 anni, praticamente un’inezia… e allora, forse non è poi così scontato dire che se di tutto questo abbiamo fatto a meno per millenni, se un domani un qualche cataclisma umano o naturale dovesse privarcene, alla fine non sarebbe un dramma… in fondo l’uomo è sopravvissuto a ben di peggio.

R.I.P. LITTLE TONY (1941 – 2013)

Non voglio trovare per forza dei punti di contatto, ma mi viene da osservare come ancora una volta, dopo Jannacci e Califano, con Little Tony se ne vada un rappresentante della musica italiana ‘sui generis’. Little Tony, diciamocela tutta, è stato un cantante ‘generazionale’, per intenderci della generazione dei miei genitori; la mia – quella dei nati dopo dagli ’70 in poi – all’inizio  l’ha conosciuto probabilmente per la sigla di “Love Boat” (Maaaare, profumo di maaaare) e ha assistito alle sue esibizioni nei varietà, nei programmi della domenica pomeriggio, nelle trasmissioni dedicate ai ‘meravigliosi anni ’60’, o l’ha intercettato a orari improbabili in televisione, in certe mattine passate a casa da scuola per malesseri veri o inventati, in cui accendevi il televisore e ti trovavi davanti i famosi ‘musicarelli’, basati su storie esili, fatte apposta per inserire qua e là il pezzo musicale.  Insomma, per la mia generazione, Little Tony era ‘il passato’. A questo si aggiungeva il suo essere sempre un pò naif, l’acconciatura sempre uguale, il ciuffo ottimamente portato, senza peraltro sembrare ridicolo (la sua scomparsa mi ha colpito proprio perché a tutti gli effetti Little Tony sembrava non invecchiare: erano circa vent’anni che si era fermato ai 50)… eppure, in tutto questo, al netto dei musicarelli, delle apparizioni televisive, dei 4 o 5 brani che sostanzialmente l’hanno reso celebre e ai quali col tempo è stato ridotto il suo repertorio, ci si dimentica forse troppo presto che Little Tony faceva parte di quel ridotto gruppo di persone che potevano affermare senza tema di smentita: “io ho portato il rock in Italia”. E scusate se  è poco… e poco importa se poi la nostra industria discografica nazionale ha dovuto ridurre il tutto ai canoni della solita ‘accettabilità’ e ‘vendibilità del prodotto’, fatta più che altro di canzoni d’amore più o meno sdolcinate (titoli come ‘Cuore matto’ o ‘La spada nel cuore’ stanno lì a dimostrarlo): la verità è che Little Tony è stato un apripista, uno di quelli che hanno portato la canzone italia dall’epoca – Modugno – a quella successiva: uno di quelli che insomma ha contribuito a un vero e proprio ‘salto evolutivo’… certo, non fosse stato lui, sarebbe stato qualcun altro, ma il punto è che è stato lui… e secondo me forse di questo ci si è scordati troppo spesso, davanti alle apparizioni tv e all’acconciatura scolpita che lo facevano apparire come una sorta di oggetto di modernariato vivente, le apparizioni incastonate in programmi pomeridiani per casalinghe o in contenitori domenicali all’insegna del ‘di tutto e di più’…

IL BELLO (E IL BRUTTO) DELLA RAI

Come ogni anno, è partita la solita martellante campagna per il pagamento del canone, con tanto di messaggi in calce ai principali notiziari della tv di Stato. Chiaramente, nella stragrande maggioranza degli spettatori, ciò suscita un vago senso di fastidio, specie per l’attitudine (nemmeno poco…) intimidatoria di certi spot e comunicati. Non è mia intenzione mettermi a disaminare tutti i perché e i percome dell’azienda televisiva di Stato, anche perché le mie competenze in materia arrivano fino a un certo punto; mi limito a osservare come, credo, la necessità stringente sia di scegliere una volta per tutte come la RAI vuole finanziarsi: non si può continuare a far pagare una canone (peraltro ‘mascherato’ da ‘tassa sul possesso degli apparecchi televisivi’) e nel contempo infarcire la programmazione di pubblicità; delle due, l’una: o si intende la RAI come azienda ‘commerciale’, e allora si sostenesse con la pubblicità senza pretendere gabelle di alcun tipo; oppure la si intendesse come servizio pubblico, e allora si facesse pagare solo il canone, beninteso solo a chi vuole vederla: se vuoi vedere la RAI, paghi il canone; se non paghi, ti oscuriamo i canali e guardi tutto il resto, senza l’inutile presa in giro del ‘canone’ inteso come ‘tassa di scopo’ i cui introiti finiscono nelle casse della tv di Stato; ma qui già parliamo di formule, e ognuno ha la sua. Ciò su cui voglio fermarmi è altro: da spettatore che paga il canone, mi chiedo, sono soldi (obbligatoriamente) ben spesi? Ora, fino a qualche anno fa la risposta sarebbe stata del tutto negativa, ma credo bisogni ammettere che negli ultimi anni, con i nuovi canali digitali, le cose sono cominciate a cambiare. Non è mia intenzione difendere la RAI, tuttavia è un fatto che, oltre ai tre canali storici, oggi c’è più ‘vita’.
Il problema, paradossalmente, è proprio che con l’avvento del digitale le tre reti storiche hanno mostrato finalmente tutta la loro pochezza: sui canali aggiuntivi abbiamo visto programmi che la RAI aveva mandato in soffitta da anni, o che non si sarebbe mai sognata di trasmettere: dall’opera lirica all’animazione giapponese, dal David Letterman a una programmazione che, indirizzata ai bambini in età scolare e pre-scolare, era praticamente stata bannata dalle reti principali. Chiaramente non tutto è rose e fiori:
è un fatto ad esempio che sul piano delle serie televisive la Rai lavora un pò di rimessa (avendo però conquistato i diritti in chiaro di Boardwalk Empire o abbia dato spazio a prodotti, validissimi, per quanto di nicchia, come Misfits); sullo sport, si fa di necessità virtù (ma anche qui dopo anni, è tornata la trasmissione in chiaro del campionato di basket); alcuni canali sembrano superflui: RaiPremium, con la sua riproposizione a getto continuo di fiction per lo più mediocri e Rai 5, con una programmazione ‘ibrida’ che si sarebbe potuto benissimo meglio distribuire sugli altri canali appaiono le proposte meno convincenti; sul cinema, vale il discorso dello sport e delle serie: piuttosto che mandare in onda film dallo scarso peso, sarebbe allora stato meglio creare su RaiMovie una programmazione interamente dedicata ai ‘classici’.
RaiNews e RaiStoria sono  forse i canali migliori, come competenza e programmazione, specie considerando la scarsità di mezzi a disposizione.
L’impressione è che comunque molto di buono vi sia, specie se confrontato con RaiUno, rete ‘ammiraglia’, che propone programmi di una pochezza disarmante, RaiDue che – del tutto depotenziata dalla partenza di Santoro, unico programma di peso della rete – solleva grossi dubbi sulla sua necessità (gli unici programmi di un certo ‘peso’ sono le serie, che potrebbero benissimo essere dirottate e concentrate altrove) e una RaiTre che, per quanto unico dei tre canali ‘classici’ a mantenere una qualità della programmazione elevata, comincia a mostrare la corda, mantenendo da anni praticamente lo stesso palinsesto e le stesse ‘facce’.
Quello che voglio dire, insomma, è che rispetto a qualche anno fa, l’arrivo del bollettino del canone può essere accolto dallo spettatore in maniera meno irritata: certo molto ancora c’è da fare: personalmente, riorganizzerei la programmazione, eliminando forse un paio di canali per dare ad esempio maggiori risorse a RaiNews per poter competere con i canali ‘all news’ di Mediaset e Sky, e per concentrare la programmazione, accrescendo la qualità media; dalle tre reti principali non si possono pretendere chissà quali cambiamenti, ma eliminare certi salotti pomeridiani e riorganizzare i palinsesti, non dovrebbe essere difficile: non si capisce ad esempio perché su RaiUno il pomeriggio non possano andare in onda dei film o perché RaiTre abbia il monopolio dei programmi naturalistici, o ancora per quale motivo l’unico programma decente di approfondimento cinematografico sia affidato a Marzullo e mandato in onda in orari improbabili; le critiche potrebbero continuare, poi alla fine ognuno ha la propria personale idea di come dovrebbe essere concepita la RAI. quello che mi premeva sottolineare è che, dopo tutto, qualcosa negli ultimi anni è cambiato, e in meglio: c’è sicuramente più scelta, sono state riempite ‘lacune’ importanti, e la RAI è fortunatamente diventata qualcosa di più rispetto ai soliti, agonizzanti e stantii tre canali.

TALENTSCIO’

Probabilmente dirò cose già dette… del resto, dei cosiddetti ‘talent show’ non ho quasi mai parlato (nè in questi pochi mesi su WP, né negli oltre sei anni su Splinder) ritenendoli degni di poca o nulla considerazione da parte mia… certo, con una buona dose di spocchia e tracotanza, ma d’altronde quando (per mia fortuna) ci si imbatte spesso in tanta bella musica italiana che si sa già da principio probabilmente non godrà mai di una ribalta televisiva, vedere certi ‘fenomeni’ ‘sparati’ in diretta nazionale, dà un discreto fastidio, specie pensando a ciò che poi viene dopo.
Li chiamano ‘talent show’, perché dovrebbero portare alla ribalta il ‘talento’, il ‘merito artistico’… eppure. Eppure, ragionando sugli esiti, ci si accorge che i vincitori dei talent non sono altro che vittime. Certo, avranno l’effimera soddisfazione di qualche mese di notorietà, durante il quale probabilmente se sono fortunati (e scaltri abbastanza per patrimonializzare e non darsi alla bella vita) potranno, forse, radunare i soldi necessari a mettere su casa e a vivere senza troppe preoccupazioni per qualche anno; ma poi? Poi, il nulla, mi pare.
Da quando questo tipo di spettacoli (Amici, X Factor, mettiamoci pure Italia’s got talent) è stato lanciato, non mi pare che abbia prodotto una ‘generazione di fenomeni’: alcuni dei vincitori (per non parlare degli altri, i partecipanti ed esclusi anzitempo nel corso della ‘gara’) hanno avuto modo di prolungare la loro notorietà: ricordo in ordine sparso una Giusy Ferreri cui ha arriso, per un annetto, un certo successo, ricordo qualche vincitore di Sanremo (per quanto vincere Sanremo voglia ormai dire poco o nulla)… poco altro. Nessuno di questi cosiddetti ‘talenti’ è apparso in grado di resistere al passare degli anni, mostrando doti e appunto ‘talenti’, tali da superare la prova del tempo (la più difficile, peraltro, nel mondo musicale: i dischi migliori sono, per definizione, quelli che dopo 10, 20, 30 e più anni mostrano ancora di avere qualcosa da dire, per testi e musica), scrollandosi di dosso l’etichetta di ‘quello che ha vinto a…’
Questo è l’enorme controsenso: si chiamano ‘talent show’, ma alla fine questi programmi sono risultati più o meno inefficaci, se si parla di scoprire persone dotate di capacità che permettano loro di proseguire un’onorata carriera.
L’altro giorno vedevo un servizio riguardo la fresca vincitrice di X-Factor: certo una gran bella voce, ma poi? Poi, la guardi, e pensi che dietro alla vittoria, più che la voce, ci sia un ‘modello’: la giovanissima concorrente la cui età intenerisce, con l’aggiunta di qualche riminiscenza a cavallo tra Cenerentola e il Brutto Anatroccolo, e allora il gioco diventa scoperto… per carità, io le auguro successo e gloria (anche se probabilmente la sua versione di Whole lotta love finirà presto nel dimenticatoio: ricordiamoci che fine ha fatto ad esempio una rocker di razza come Elisa quando è finita tra le mani della Caselli;  in Italia già il rock ha scarsa fortuna per conto suo, figuriamoci quello al femminile…).
Alla fine, è solo e soltanto televisione, audience, ascolti: l’arte è poco più di un pretesto, tutto resta lì, confinato al piccolo schermo, coi concorrenti che almeno, si spera (visto che ormai gli esempi sono numerosi e non uno è riuscito veramente a ‘sfondare’), siano divenuti consapevoli che il massimo che gli può derivare dalla partecipazione – e da un’eventuale vittoria – è un bel gruzzoletto da mettersi in saccoccia… che di questi tempi,  non è comunque poco.