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LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Un bagno nel Tevere già di per sé non è un’idea eccezionale… figurarsi se a quelle acque non proprio cristalline si aggiungono non meglio precisate sostanze chimiche… E’ quello che capita a Enzo Ceccotti, delinquente di mezza tacca, per salvarsi da un inseguimento.
Enzo è il classico ‘delinquente per necessità’, che si arrangia tra scippi e furti per assicurarsi la mera sopravvivenza in un buco nella periferia degradata di Tor Bellamonaca, passando il tempo a rimpinzarsi di budini e film porno in egual misura.
Succede però che quel bagno fuori programma abbia degli effetti imprevedibili, donando a Enzo una forza sovrumana e rendendolo pressoché invulnerabile: il nostro fin da subito utilizzerà le sue nuove abilità per scardinare bancomat e assaltare furgoni blindati; l’incontro con Alessia, una giovane donna che ha trovato nel mondo fantastico di Jeeg – Robot d’acciao la via di fuga da una vita che l’ha colpita troppo duramente, porterà Enzo a cambiare punto di vista, mentre all’orizzonte si staglierà la più proverbiale delle nemesi…

Attendevo questo film da mesi: da quando cominciai a leggerne in occasione della presentazione alla Festa del Cinema di Roma; per le imperscrutabili dinamiche della distribuzione, arriva nelle sale solo oggi, e…

Questo film è una bomba: uscito dal cinema non ho trovato nulla di meglio che definirlo, su Facebook, ‘una figata assurda’.

Già è abbastanza straordinario che un film come questo lo si sia riusciti a fare in Italia; ma poi, “Lo chiamavano Jeeg Robot” funziona per conto suo come ‘film di genere’: se fosse stato un film indipendente americano, sarei qui a lodarlo comunque, ma cavolo, questo film è stato fatto in Italia, girato in gran parte a Roma.

Il punto è che quando non si può ricorrere a effetti speciali a tonnellate, all’uso smodato del computer; quando non si possono mostrare costumi, mantelli, martelli, scudi, armature, auto fantascientifiche, astronavi, mostri spaziali e quant’altro, cosa resta?

Resta il realismo: non si ha altra strada se non quella di abbandonare la fantasmagoria di un ‘altro mondo’ dove gente ipermuscolata in calzamaglia si prende a mazzate e dare a un ladruncolo della periferia romana la possibilità di scardinare un bancomat a mani nude. L’uovo di Colombo? Forse… sono state ‘uova di colombo’ i ‘supereroi con superproblemi’ di Stan Lee, quelli repressi di Alan Moore; i ‘politici’ o i ‘realistici’ di Mark Millar…

“Lo chiamavano Jeeg Robot” è l’uovo di colombo dei film di supereroi: eliminiamo il contorno, togliamo i costumi, riduciamo tutto all’osso e dotiamo di facoltà inimmaginabili un poveraccio: il risultato è una versione ‘in negativo’ di Peter Parker, incrociata col protagonista di “Kick-Ass”, piazzata in un contesto a metà strada tra Romanzo Criminale, Gomorra, e i film poliziotteschi degli anni ’70, qualche esagerazione ‘tarantiniana’.
L’uovo di Colombo, certo, ma guarda caso quest’uovo nessuno l’aveva mai messo in piedi prima e a farlo è stato il regista romano Gabriele Mainetti che non ringrazierò mai abbastanza, assieme agli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Menotti che, non a caso è uno che, prima che autore per la tv e il cinema, è un esponente della nostra ‘narrativa disegnata’.

Un film che vive su un continuo alternarsi di tensione e rilassamento: sospensione, risate, pathos, dramma: tutto attentamente mescolato, senza mai cadere nella farsa, nella barzelletta o nel melodramma, in cui sono presenti tutti i ‘topoi’ del percorso di ‘formazione’ del supereroe, nel classico percorso che va dall’uso dei superpoteri a fini egoistici, fino all’assunzione delle proverbiali ‘grandi responsabilità’ fino all’attesissimo ‘showdown’ finale, che arriva puntuale, rispondendo alle aspettative.

Claudio Santamaria è efficacissimo nel ruolo del protagonista, che gli calza alla perfezione e che con tutta probabilità gli frutta la sua migliore interpretazione: un attore che a dire il vero ho sempre sopportato poco ma che qui è perfetto.

Luca Marinelli è eccezionale nel disegnare un ‘criminale da fumetto’ che portato nel mondo reale diventa a tratti inquietante… una sorta di Joker di borgata, che a incrociarlo per strada non sai mai se ridere o cambiare strada di corsa.
Ilenia Pastorelli, fin qui nota alle cronache televisive per una sua passata partecipazione al Grande Fratello, mostra di avere tutte le carte in regola per una futura carriera cinematografica, interpretando un personaggio fragile e indifeso, che per ripararsi dai colpi della vita ha cercato rifugio in un improbabile ritorno all’infanzia.

“Lo chiamavano Jeeg Robot” è il film che aspettavano (aspettavamo) in tanti, stufi di botte da orbi tra palestrati in calzamaglia; “Lo chiamavano Jeeg Robot” è un film italiano: e allora, godiamocela!!!

Grande, grande, grande.

LIMONE, “SECONDO LIMONE” (DISCHI SOVIET STUDIO)

Uno di quei dischi strani, divertenti, che ad un certo punto fanno pure venire il dubbio: ma scherza o fa sul serio? Del resto, se sei veneto e scegli di chiamarti ‘Limone’, già l’intenzione di essere – o almeno, sembrare – originale, è manifesta.

Fatto sta che, come suggerisce il titolo, Limone (al secolo Filippo Fantinato) è giunto al secondo capitolo della propria auto-biografia sonora (senza considerare esperienze pregresse); titolo che tra l’altro tradisce già di suo il gusto del gioco di parole: ‘secondo’ ordinale, ma anche secondo come ‘punto di vista’.

Limone guarda il mondo, i rapporti interpersonali e sentimentali facendoci sempre una risata sopra (per quanto velata di disincanto o malinconia): starsi tanto a dannare l’anima non conviene, alla fine; allora, ecco questi dodici brani in cui c’è un po’ di tutto, dai gatti su Facebook alle cucine dell’Ikea, da Pasolini a D’Averio, da Socrate ad Amanda Knox.

I cantautori moderni morti di diabete a forza di scrivere canzoni d’amore; i rapporti sentimentali che diventano come scontri di super eroi o le guerre di Bush; gli intellettuali da salotto che leggono libri solo per snocciolare citazioni ‘colte’ al momento giusto; l’Italia dei talk show, dei ‘fattacci’ di cronaca, degli slogan contro le ‘streghe rosse’ e i ‘gufi comunisti’…

Filastrocche per adulti, l’attitudine surrealista dell’accostamento improbabile, vestita con gli abiti di un pop leggero dai colori pastello, solo episodicamente acceso da qualche sgargiante venatura elettrica; accompagnato da Federico Pigato al basso e Christian Pagotto alla batteria, Limone si occupa di tutto il resto – chitarre e synth oltre a cantare – costruendo un disco a tratti spiazzante: certo, il gusto per lo scherzo, il gioco di parole, la ricerca di similitudini e metafore originali non è certo una novità per la canzone italiana, anzi, ne è forse uno dei filoni principali, per quanto sottovalutati… Limone si aggiunge alla lista, con un esito forse non straordinario, ma alla fine gradevole.

BIRDMAN

Riggan Thomson è stato una celebrità… per certi versi lo è ancora, visto che a vent’anni di distanza il pubblico continua a ricordarlo per l’intepretazione del supereroe Birdman… il tempo passa e Thomson è ancora indissolubilmente legato a quel personaggio: Thomson è ancora Birdman, nonostante cerchi di dimostrare di saper fare altro, mettendo in scena un lavoro teatrale basato sugli scritti di Raymond Carver.

Riggan Thomson vuole dimostrare di sapere fare altro: a sé stesso, in fondo in parte convinto di poter essere solo e sempre Birdman; ad una ex-famiglia (ovviamente) a pezzi, a cominciare dalla figlia (ovviamente) appena uscita da una clinica di riabilitazione; al mondo degli attori ‘seri’, incarnati nel classico ‘campione di tecnica strasberghiana’, tutto intento alla ‘veridicità’ del personaggio e della messa in scena; alla critica ‘benpensante’ che guarda sempre male chi, dal ‘cinema di botteghino’ ha la ‘pretesa’ di sbarcare nel mondo della recitazione ‘alta’…

A dirla tutta, “Birdman” è uno dei film più ‘strani’ che mi sia capitato di vedere negli ultimi tempi: girato simulando un unico, interminabile piano sequenza, con una camera ‘a mano’ quasi esclusivamente concentrata sul protagonista, è uno di quei film in cui i significati si affastellano gli uni sugli altri: negli esiti è praticamente una commedia, per quanto amara e sarcastica, perché alla fine non fa altro che mettere alla berlina una serie di temi: dal cinema che sbanca il box-office al mondo degli attori ‘impegnati’ e dei critici pretenziosi… E’ cinema che racconta il cinema ed il teatro e non è un caso, tra l’altro, che il ruolo di un attore giunto al successo coi supereroi che cerca di impegnarsi in qualcosa di più ‘serio’, sia interpretato proprio da Michael Keaton, attore giunto al successo interpretando il Batman di Tim Burton e poi progressivamente caduto in un dimenticatoio dal quale è improvvisamente emerso grazie ad Inarritu.

Al fondo, ci sono poche domande: perché un attore giunto al successo planetario dovrebbe abbandonare la celebrità per darsi al ‘cinema serio’? C’è davvero tanta vergogna nel partecipare a produzioni fracassone ed ultramilionarie? Ci si può definire ‘attori’, solo quando si calcano i palchi di Broadway? E, all’opposto: perché una celebrità planetaria non dovrebbe provare a fare altro? L’aver interpretato un supereroe costituisce davvero un ‘marchio d’infamia’ capace di impedire qualsiasi altra aspirazione? Il confronto tra il cinema d’autore e gli eroi del grande pubblico, in cui non è tanto importante il ‘vincitore’, quanto il dover fare piazza pulita di troppi pregiudizi, da una parte e dall’altra.

Domande che, in fondo, Thomson pone prima di tutto a sé stesso: in dialoghi immaginati (o no?), la sua controparte ‘in costume’ continua a mettergli il tarlo: eravamo grandi, potevamo continuare all’infinito, il pubblico vuole questo e tu invece hai mollato tutto per questa roba ‘da intellettuali’…
La risposta, offerta nel finale immaginifico è che, in fondo, è stupido anche porsi la domanda, che tante masturbazioni cerebrali sull’integrità del mestiere di attore sono inutili, che nessuna strada alla fine può essere completamente preclusa.

Inarritu mette insieme un film singolare, cui il fluire ininterrotto offre un certo ritmo costante, anche se non manca qualche tempo morto; al centro, Michael Keaton, che certo fa piacere ritrovare in forma dopo anni di quasi silenzio ma per il quale parlare di Oscar sembra un tantino eccessivo (anche se a dirla tutta: se l’alternativa devono essere le ennesime interpretazioni di personaggi vessati da tribolazioni fisiche o psicologiche, come quelle di Hawking o Toring, che tanto piacciono agli americani allora ben venga il premio a Keaton). Assieme a lui, un cast bene assemblato ma la cui cifra comune sembrano essere interpretazioni un filo troppo calligrafiche, a cominciare da Edward Norton (l’attore iprerprofessionale) col solito ghigno sardonico, Zac Galifianakis è un manager nevrotico ed Emma Stone figlia improblemata; sottotono invece Naomi Watts (compagna di lavoro del protagonista), forse anche a causa di una parte poco sviluppata. La sceneggiatura regge bene, anche se a tratti risulta un tantino prevedibile.

“Birdman” è insomma un film riuscito, molto divertente a tratti, con qualche leggero sprazzo di noia; la caterva di nomination all’Oscar – nove – che si è conquistato appare un filo esagerata, ma sicuramente gli va riconosciuto il fatto di essere comunque per molti aspetti un film inconsueto.

CESSATA ATTIVITA’

Credo che ognuno abbia quella che definisce la ‘sua’ edicola; magari più d’una, se la vita l’ha portato a cambiare quartiere o città; ma ognuno ha la ‘sua’, quella dove va tutti i giorni a comprare il giornale…  La mia edicola ha chiuso, o meglio sta chiudendo. Già da qualche anno aveva appeso il cartello ‘cedesi attività’; a dire il vero per qualche mese un paio di anni fa insieme a un amico valutammo anche abbastanza seriamente l’opportunità di rilevarla, ma alla fine il rapporto trai guadagni e l’impegno (fare l’edicolante non equivale certo ad andare in fonderia, ma è comunque un mestiere discretamente ‘pesante’), ci dissuase… Evidentemente, come noi, ha dissuaso tutti gli altri, visto che ha quanto pare l’edicola non verrà rilevata da nessuno.

E così se ne va un altro piccolo pezzo di ‘vita’, dopo la pasticceria “Pinelli” (che all’edicola in questione stava praticamente di fronte), della quale ho parlato qualche tempo fa. Chiude l’edicola davanti cui passavo ogni volta che uscivo di casa, dalla quale compravo Topolino da ragazzino e presso la quale cominciai a comprare fumetti di supereroi, già un pò più grandicello… in cui ho comprato i cofanetti della Newton Compton, riviste musicali, dischi di jazz e libri di fantascienza… l’edicola che come tante altre ha cambiato progressivamente ‘identità’, rimpiendosi di tanto che coi giornali non aveva nulla a che fare…

Le edicole, del resto, credo siano destinate a scomparire: i giornali in Italia si leggono già poco, con l’avvento di Internet si preferisce sempre di più informarsi nel mare-magnum della rete… In molte cercano di sopravvivere con altro: giocattoli, libri, cd, dvd, ricariche telefoniche… In una qualche tempo fa ho visto vendute perfino le sigarette elettroniche. L’altro giorno sul Televideo leggevo di come negli ultimi anni il settore abbia registrato migliaia di chiusure… e forse di mezzo c’è anche il fatto che il gioco non vale più la candela, che quello del ‘giornalaio’ è un mestiere in un certo senso ‘ingrato’, che ti costringe ad alzarti ad orari antelucani e stare lì ora, anche annoiandoti per delle ore, spesso esposto al freddo invernale e alla canicola estiva… Pochi oggi sono disposti a fare un mestiere del genere, specie se poi il rischio è quello di dover chiudere per mancanza di vendite entro pochi anni. L’edicola si avvia forse ad essere l’ennesimo ‘oggetto’ che finisce relegato nel passato, come è successo ai televisori in bianco e nero, ai telefoni in bachelite, alle videocassette e alle cabine telefoniche… lascia un pò l’amaro in bocca, ma i tempi cambiano.

KICK-ASS 2

Dopo gli eventi del primo episodio, a New York è esplosa la ‘moda’ dei giustizieri mascherati, con frotte di bizzarri personaggi che, con armi improbabili, ‘pattugliano’ la città per difenderla dai criminali, con vari esiti. In questo scenario ritroviamo anche Mindy e David, protagonisti del precedente episodio: quest’ultimo,  intenzionato a proseguire la sua carriera dopo essere stato, nei panni di Kick-Ass, il primo ‘supereroe’ del mondo reale, cerca l’aiuto della prima, molto più abile di lui, avendo vissuto buona parte dell’infanzia nel ruolo della ‘vigilante’ mascherata, a fianco del padre.

Tuttavia la ex-Hit Girl è divisa tra il desiderio di continuare a fare ciò che le riesce meglio, ossia prendere a calci in culo i delinquenti e la promessa fatta al padre in punto di morte di tornare a vivere la vita normale di una teen – ager della sua età. A sparigliare ulteriormente le carte sarà Chris – alias Red Mist, che dopo gli eventi del primo film ha giurato a sé stesso di distruggere Kick-Ass e tutto il suo mondo: a tal fine assemblerà un gruppo di criminali in costume, con l’intenzione di demolire il suo avversario e mettere a ferro e a fuoco la città, assumendo la nuova identità del Mother-Fucker…

Il secondo film della saga di Kick-Ass, tratta dalla fortunatissima serie firmata da Mark Millar e John Romita Jr., mantiene tutto quanto promesso a chi aspettava la prosecuzione delle avventure di Dave e Mindy: efficacissimo il mix di comicità, a tratti volta al paradosso, e di elementi drammatici, tali da lasciare quasi basito lo spettatore, che si ritrova improvvisamente di fronte a determinate situazioni in quella che appare una cornice volta all’ironia e alla gag; è questo il maggior punto di forza di un film che si fa seguire dall’inizio alla fine, privo di sbavature, cali di tensione e di ritmo, che disegna davanti allo spettatore un mondo assolutamente realistico, nel quale si ride dietro a chi si infila in un’improbabile calzamaglia per combattere il crimine, ma in cui tutto assume contorni decisamente ‘neri’ quando il sangue comincia a scorrere, copioso (e comunque la violenza proposta nel film resta ‘controllata’ rispetto a quanto proposto da fumetto): un film di ‘supereroi’ decisamente ‘non per tutti’, nonostante le apparenze.

Ancora più che nel capitolo precedente, a reggere gran parte delle sorti del film è la giovane Chloe – Grace Moretz, davanti alla quale sembra ormai essersi definitivamente dischiuso un luminoso avvenire; a fianco a lei di distingue Christopher Mintz-Plasse, nel ruolo di un cattivo da antologia, la cui inettitudine di fondo va di pari passo con la perfidia e la capacità (paradossale, ma solo in apparenza) di riuscire nei suoi intenti. E Kick-Ass? Certo, c’è anche lui, interpretato ancora una volta da Aaron Taylor-Johnson, ma la sua interpretazione, per quanto efficace, finisce per essere schiacciata dalle superiori capacità dei suoi colleghi.

A completare il cast, una serie di volti più o meno noti, a cominciare da John Leguizamo e Donald Faison (il Turk di Scrubbs), guidata da un Jim Carrey quasi irriconoscibile (con e senza maschera), nei panni dell’animatore di un supergruppo di aspiranti supereroi che avrà un ruolo determinante nell’economia dell storia.

Kick-Ass 2 finisce per essere un film riuscitissimo, ancora più efficace del capitolo precedente, grazie al percorso che porterà i personaggi, non più dei ragazzini, di fronte alle scelte imposte, nel modo più drammatico, dalla ‘vita adulta’: un peccato che sia uscito nelle sale col ruolo di un ‘tappabuchi ferragostano’, quando avrebbe meritato ben più risalto.

WOLVERINE – L’IMMORTALE

L’immortalità è uno degli eterni sogni dell’umanità… tuttavia, ottenerla può trasformarsi in una maledizione, se ciò vuol dire vedere progressivamente scomparire i propri cari; lo sa bene Logan – Wolverine che l’ha imparato a proprie spese nel corso della sua già lunga esistenza e che (dopo i tragici eventi di X-Men: Conflitto finale) ha deciso di ritrarsi a vivere nei boschi, in uno stato semibestiale, tormentato dagli incubi in cui torna a fargli visita il suo perduto amore Jean.

A far tornare Logan alla civiltà sarà una sua vecchia conoscenza, un giapponese divenuto magnate della tecnologia, apparentemente in possesso di una ‘cura’ per l’immortalità del protagonista (che a dirla tutta, immortale non è, essendo ‘solo’ dotato di un fattore di guarigione che permette al suo corpo di ‘autoripararsi’: più che all’immortalità siamo di fronte ad un invecchiamento molto rallentato, ma queste sono forse questioni da nerd che al grande pubblico interessano poco… va peraltro ricordato che ‘L’Immortale’ è una delle classiche incomprensibili aggiunte della distribuzione italiana, il film originariamente s’intitola The Wolverine e basta) , ma che nasconde ben altri fini e che porterà il nostro nel bel mezzo di una lotta per la successione, con tanto di Yakuza e ninja assortiti.

Alla quinta apparizione nei panni del ‘mutante artigliato’ (senza contare il cameo in X-Men: l’inizio) e con la sesta (il prossimo film dedicato agli ‘uomini X’) già in rampa di lancio, Hugh Jackman non sembra per nulla stufo del personaggio che ne ha lanciato la carriera, culminata con la nomination agli Oscar di qualche mese fa. L’attore australiano torna sul luogo del delitto e, forse ancora di più che nel film dedicato alle origini di Wolverine, si assume il compito di portare sulle spalle tutto il peso del prodotto finale: “Wolverine l’immortale”  non offre altro se non due ore di sano divertimento (seppure con una parte centrale con troppi ‘tempi morti’), ma nulla di più. L’assoluta mancanza di pretese è forse il miglior pregio di un film che si svolge all’insegna dei moduli consolidati del genere – l’action movie tout-court ancor più di quello ‘cinesupereroistico’ – senza regalare alcun sussulto, almeno non agli spettatori più smaliziati.

Il maggior difetto del film sta forse nella scelta di  un regista, James Mangold e di sceneggiatori, Mark Bomback e Christopher McQuarrie, che per quanto validi a livello generale, sembrano non aver compreso che i film dedicati ai supereroi sono qualcosa di diverso rispetto ai normali film d’azione; oppure, c’è da temere, è il trend che ormai finisce per identificare i due generi con poco riguardo per le conseguenze… del resto basta pensare al modo, fin troppo ‘libero’, in cui è stato trattato il materiale di riferimento (una bellissima saga firmata da Chris Claremont e Frank Miller), non solo prendendosi delle libertà rispetto alla scansione temporale di certi avvenimenti nella serie originale, ma anche pasticciando (come ormai avviene fin troppo spesso) con le caratteristiche di certi personaggi, che peraltro con la saga originale non c’entravano nulla, ripresi da altre storie di ambientazione nipponica del personaggio.

Un ulteriore campanello d’allarme sull’evoluzione di un ‘sotto-genere’ che, se originariamente era tenuto a un certo rigore nel rispettare storie e protagonisti, dovendo attirare inizialmente soprattutto lo zoccolo duro degli appassionati, col progressivo successo dei vari film dedicati ai supereroi e l’allargamento ad una platea molto più vasta, la maggior parte della quale nulla sa dei ‘trascorsi cartacei’ dei protagonisti, finisce per prendersi fin troppe libertà creative: e il risultato in questo caso è il totale stravolgimento di character come Silver Samurai e Vyper… discorsi da nerd, forse, ma in fondo anche i fumetti in qualità di opere letterarie, esigerebbero forse un maggior rispetto.

Se non altro, Jackman è come al solito efficace, attorniato da un cast in cui i partecipanti, soprattutto le protagoniste femminili, se la cavano abbastanza discretamente, nonostante si siano trovati a partecipare ad un film non indimenticabile.

IRON MAN 3

Regia: Shane Black

Con: Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Ben Kingsley, Guy Pearce, Don Cheadle, Rebecca Hall.

Più di tante parole, per capire la differenza tra il terzo capitolo della saga di Iron Man e i precedenti, bastano i primi 30 secondi: quando al posto degli AC/DC partono gli Eiffel 65, lo spettatore smaliziato capisce che non c’è da aspettarsi nulla di buono…

Come si conviene ad ogni trilogia (super)eroistica che si rispetti, nel primo capitolo abbiamo assistito alla nascita dell’eroe, nel secondo alla scoperta dei suoi limiti, nel terzo ecco la sua caduta e resurrezione. Ritroviamo un Tony Stark non più così sicuro dei suoi mezzi: l’avventura vissuta con gli altri Vendicatori in Avengers ha lasciato il segno: un uomo devoto alla scienza e alla tecnologia ha dovuto affrontare un’invasione aliena appoggiata da un dio nordico e l’ha sventata assieme a un manipolo di eroi tra cui un’altra divinità norrena, un individuo capace di diventare una furia verde alta tre metri e un soldato della Seconda Guerra Mondiale, sopravvissuto grazie all’ibernazione nei ghiacci dell’Artico: troppo, anche per un ‘supereroe’, e infatti Stark è diventato psicologicamente fragile, preda di attacchi di panico e ormai sempre più incapace di vivere ‘normalmente’ al di fuori della sua corazza.

A complicare il tutto arriverà il Mandarino, un terrorista internazionale impegnato a voler dare la ‘lezione definitiva’ agli USA e che finirà per privare Tony Stark di tutto, costringendolo a ripartire praticamente da zero, in una cittadina della provincia americana, col solo aiuto di un adolescente, naturalmente privo di padre, vittima di bulli e con una madre troppo impegnata per accorgersi che il figlio si accompagna con un quarantenne che si è ‘insediato’ nel loro garage, riempiendolo di gadget elettronici…

Il nostro protagonista riuscirà naturalmente a risalire la china, mostrando a sé stesso di potercela fare con le proprie forze (a costo di trasformare Iron Man 3 per una mezz’ora buona nel nuovo film di 007), scoprendo la verità dietro alle manipolazioni del Mandarino, con una trovata che sconvolge completamene la ragion d’essere di uno dei ‘cattivi storici’ dell’universo Marvel, per la quale gli sceneggiatori si meriterebbero l’ergasotolo, fino allo scontro finale…

A voler essere generosi, si può definire Iron Man 3 un buon film d’azione, che più che agli appassionati di fumetti, appare strizzare l’occhio in generale agli amanti del ‘genere’ e orientato per lo più a un pubblico di famiglie; a voler essere cattivi e anche acidi, c’è da sottolineare (come hanno fatto già in tanti) che mai come in precedenza in questo Mavel movie si respira ‘aria da Disney’ (ricordiamo che il colosso dalle grandi orecchie da qualche anno è diventato proprietario della Marvel e dunque ha voce in capitolo anche sulle sue ‘espressioni cinematografiche): l’atmosfera natalizia (ricorrente in una colonna sonora invereconda infarcita di brani ‘a tema’, in luogo delle precedenti, molto più rock), il ricorso allo stratagemma del ‘ragazzino che aiuta l’eroe a risorgere’ (non si capisce con quale funzione, visto che anche gli spettatori più giovani si immedesimano con l’eroe con principale anziché col suo ‘alleato’), un’ironia che, pur presente anche nei precedenti episodi, stavolta è declinata in battutine molto più scontate, prive di quel sottile sarcasmo che caratterizzava i film precedenti. A gridare vendetta è però soprattutto il succitato massacro perpetrato ai danni del personaggio del Mandarino.

Guardato come ‘film di supereroi Marvel’, specie se confrontato coi precedenti, Iron Man 3 insomma appare non funzionare granché: il concetto di fondo, quello dell’eroe che ritrova la sua umanità e il suo essere ‘super’ dentro di sé anche se privato della propria armatura, è forse apprezzabile, per quanto già visto e rivisto, ma il tutto è svolto in modi lontani anni luce dai precedenti. Pretenziosa e scontata la riflessione sull’affidabilità di quanto ci viene propinato dai mezzi d’informazione; si salva solo la sequenza dello scontro finale (e ci mancherebbe pure, viene da pensare), che tutto sommato è l’unico punto a favore di questo terzo capitolo nei confronti del secondo. Godibile infine il consueto epilogo dopo i titoli di coda, che però per la prima volta (altra scelta discutibile) non costituisce un’anticipazione del prossimo Marvel movie che sarà il secondo capitolo delle avventure di Thor.

Il cast si limita al lavoro d’ordinanza senza metterci nemmeno troppo impegno, in questo per nulla aiutato da una sceneggiatura piatta e insipida; Downey Jr è come al solito convincente nei panni di Tony Stark, ma dà sempre più l’impressione di stare lì ‘per contratto’, Gwyneth Paltrow è ancora una volta Pepper Potts, in un ruolo che non richiede troppo impegno, a Ben Kingsley basta la presenza per dare credibilità al Mandarino, almeno fino a quando gli sceneggiatori non decidono di demolire completamente il personaggio, Don Cheadle partecipa in un ruolo di contorno quasi del tutto inutile, maggiore spazio avrebbe meritato il personaggio interpretato da Rebecca Hall, che resta lì, né carne né pesce, poco oltre un semplice abbozzo;da ricordare la partecipazione, come Presidente e Vice Presidente degli Stati Uniti, di William Sadler e Miguel Ferrer, trai più apprezzati caratteristi di cinema e tv degli ultimi 20 anni. Immancabile, naturalmente il cameo di Stan Lee.

Si esce dalla sala sperando che ‘il cattivo giorno non si veda dal mattino’ e che questo primo capitolo della ‘fase due dei supereroi Marvel al cinema’ non costituisca un indizio attendibile della strada che si è deciso di prendere.