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EDOARDO CREMONESE, “SIAMO IL REMIX DEI NOSTRI GENITORI” (LIBELLULA DISCHI / SOVIET STUDIO)

Terzo lavoro da studio – e secondo sulla lunga distanza – per Edoardo Cremonese, padovano di nascita, ma trapiantato ormai da qualche anno in quel di Milano.

“Siamo il remix dei nostri genitori” è una galleria di personaggi e situazioni, un disco ‘generazionale’ (ma solo in parte), che procede tra presente e passato, miti adolescenziali e nevrosi moderne, gettando uno sguardo disincanto – a tratti vagamente melancolico – sul ‘mondo che gira’ intorno. Da Samuele, incapace di trovare una sua ‘strada’, al ‘Re nudo’ che a Palermo non scandalizza, ma “a Milano si vergogna e si veste per Bene”, passando per Danilo che per troppo amore vive sul fragile confine tra una passione esasperata e il vero stalkeraggio, c’è nel disco un gusto per la creazione dei personaggi che a tratti ricorda Gaber e Jannacci, in una rievocazione rafforzata dalla citazione esplicita dei due in “Super-noi”.

Lungo i tredici brani del disco si snoda un immaginario che mescola Pantani e i Duran Duran degli anni ’80 rimpianti perché mai vissuti, la strage di Bologna, simbolo – esasperato – del ‘movimentismo’ di allora di fronte all’apparente ignavia dei tempi attuali, il Bagaglino (metafora del ‘riderci su’ di fronte a una situazione che non incoraggia all’ottimismo) e Renato Pozzetto (col suo “Ragazzo di campagna”, simbolo attualizzato di chi dalla provincia si muove verso la grande città), fino a Pantani, Ciprì e Maresco, Falcone e Borsellino.

Un disco denso di immagini e suggestioni, declinati in suoni spesso all’insegna di un pop leggero, a tratti ammiccante, ma mai spudoratamente piacione, che non si nega qualche episodi più squisitamente elettrici, frutto anche della band di tre elementi che afficanca l’autore.

Edoardo Cremonese sembra insomma rappresentare la via più ironica e disincantata al nuovo cantautorato italiano, fin troppo all’insegna di umori neri e depressivi e non è un caso se tra le varie ‘comparse’ del disco, c’è anche quel Niccolò Carnesi che lo scorso anno aveva mostrato un’attitudine molto simile nel suo “Gli eroi non escono il sabato”.

FEV, “NEBBIA BASSA” (BLACK FADING)

Fare del rock (senza altri prefissi o specificazioni) in Italia oggi non è per niente facile, visto che ormai quando si parla di ‘rock italiano’, si finisce puntualmente per andare a scontrarsi con  i soliti due nomi di ‘quelli che riempono gli stadi’ e si punzecchiano sui social network… Un sostanziale duopolio che rende la vita assai complicata per chi voglia suonare del rock in Italia, distanziandosi magari dai quegli ingombranti ‘modelli’… Eppure, in Italia di rock band che si distinguano da quelle proposte c’è un gran bisogno: non è un caso se l’esordio dei bolognesi FEV (acronimo di Falce E Vinello) – che con i ‘soliti noti’ condividono solo l’area di provenienza – si fregi della partecipazione di un nugolo di ospiti, che hanno fatto la storia del rock (anche con derivazioni punk e combat folk) italiano: fa in effetti abbastanza impressione vedere partecipare al lavoro di una band esordiente Banda Bassotti, Modena City Ramblers, Gang, Steno dei Nabat, Cisco, Daniele Biacchessi (che partecipa in un reading dedicato alla Strage della Stazione di Bologna, ma anche impugnando l’armonica). Un elenco di ospiti che già da solo rappresenta una garanzia della solidità – e soprattutto dell’onestà – di ciò che di va ad ascoltare.

“Nebbia bassa” è infatti un disco di rock, variamente declinato: tra spezie ‘hard’ qualche vago profumo punk o combat folk, ma in generale, puro e semplice rock, di quello che accosta l’intensa grana emotiva del cantato alla pronta esplosione delle chitarre, con la sezione ritmica a fare da muro portante. Soprattutto, però, l’esordio dei FEV è un disco impegnato (senza che questo voglia dire pedante, o retorico), che parla dei bombardamenti su Bologna e della Resistenza, di Giuseppe Di Vittorio (trai ‘padri’ del sindacalismo italiano) e dei movimenti del ’77,  della Strage della Stazione, del revisionismo storico (all’insegna dei ‘morti tutti uguali’) e di Federico Aldrovandi.

Arricchito da interventi scritti (di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, di Paolo Bolognesi, Presidente dell’Associazione trai familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, e dell’ex segretario generale della CGIL Guglielmo Epifani) che se ce ne fosse bisogno, danno ulteriore conferma dell’onestà e della valenza ‘civile’ del progetto.

I FEV sono insomma il rock italiano che si (ri)scopre capace di alzare lo sguardo, di smettere di guardarsi le scarpe o l’ombelico (e magari di ammirarsi, con compiacimento) allo specchio, per guardarsi invece attorno, conservare la memoria del passato per capire meglio il presente: un disco del quale c’era veramente bisogno.

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