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GIANNI VENTURI, “MANTRA INFORMATICO” (MP & RECORDS)

Scrittore, poeta, musicista; Gianni Venturi è uno di quegli artisti poco identificabili, volti più di altri a proporre le proprie scelte senza compromessi o percorsi ‘facili’.

“Mantra Informatico” non è un disco agevole e forse non poteva essere altrimenti, dominato più di altri da un’urgenza espressiva senza priva di filtri.

La voce stentorea di Venturi domina i 13 pezzi presenti, accompagnata da suoni elettronici e da un basso che pulsano con esiti quasi ipnotici: il ‘Mantra’ del titolo non è casuale…

Un lavoro plumbeo, oscuro, che guarda senza sconti a una realtà in cui i rapporti tra gli uomini e tra questi e la natura si vanno progressivamente deteriorando, all’insegna della solitudine; e della propria solitudine parla anche lo stesso autore, a tratti rievocando la propria vicenda biografica, con frequenti riferimenti alla figura materna.

Non un disco per tutti, o almeno: per tutti coloro che non si ritraggono di fronte a chi si presenta così com’è, senza concessioni.

LUCIO LEONI (BU CHO), “LOREM IPSUM” (BARACCA E BURATTINI / LIBELLULA DISCHI)

Romano (e in questo caso la provenienza ha un peso decisivo) Lucio Leoni, nome d’arte Bu Cho (in romanesco si leggerebbe bucio, con la ‘c’ ovviamente strascicata) Lucio Leoni ha superato abbondantemente la trentina; dopo aver mollato e ripreso la passione per la musica, aver dato vita nei primi 2000 agli Yugo In Incognito – band cui per un breve periodo arrise una certa notorietà nel circuito live capitolino – essere passato attraverso successive esperienze senza gli stessi esiti, giunge a provare la carta solista.

Il primo lavoro, pubblicato per Baracca e Burattini, non raggiunge il risultato sperato, forse per l’idea un filo troppo vintage di distribuirlo su musicassetta… e così arriviamo a “Lorem Ipsum”.

Affastellarsi di pensieri, accavalarsi di idee, spesso un flusso di coscienza sull’onda del ricordo, tra rimpianto ed ironia, o sulla malinconia del presente; disco parlato più che cantato, ai confini tra rap ed esplicito spoken word, accompagnato da beat insistiti, effetti rarefatti, vaghi rumorismi.

Una voce che negli episodi più raccolti e sofferti sembra provenire da un luogo indefinito, una giornata piovosa o un banco di nebbia, più diretta e priva di filtri quando il registro si fa più ironico e sarcastico.

Nove pezzi, tra dediche alla luna, stralci sentimentali, stornelli 2.0… Spiccano i ricordi di scuola, tra incubo e sorriso di ‘Prima Campanella’, la nostalgia per una città più paesana e più umana di ‘Na Bucia’ e soprattutto ‘A me mi’, autentico inno generazionale.

“Lorem Ipsum” sembra a tratti il lavoro di uno stornellatore contemporaneo, caratterizzato da quel modo disincantato, a volte sarcastico di guardare al mondo che fa parte del patrimonio genetico dei romani, eredità secolare che ha i suoi trisavoli nel Belli e in Trilussa ed è arrivata fino a noi attraverso Petrolini, Sordi, Proietti, fino a Remo Remotti.

Patrimonio ancora oggi comune a buona parte della cittadinanza, anche se – per inciso – destinato progressivamente ad annacquarsi a causa delle spinte della globalizzazione e di una città che appare destinata a riscoprire un’identità multietnica già vissuta svariati secoli addietro.

Fortunatamente c’è ancora chi a quell’impronta comune riesce anche a tradurla in musica e suoni, riproponendola in chiave contemporanea.

Troppo presto – e forse troppo poco – per definire Lucio Leoni l’erede di una tradizione, ma per il momento ritrovare certi climi, certe atmosfere, una certa attitudine basta e avanza.

S.M.S., “DA QUI A DOMANI” (BLACK FADING / FRONT OF HOUSE”

Torna Miro Sassolini, ex voce dei Diaframma: lo fa con un progetto ‘interdisciplinare’, a cavallo tra la musica del suo nuovo trio e la poesia, portata da Monica Mattioli nei testi dei dodici brani presenti in Da qui a domani. L’esito è un disco improntato (prevedibilmente) alla sperimentazione, anche e soprattutto nell’articolazione tra voce e strumenti: il cantato dall’attitudine molto ‘recitativa’ sfiora lo spoken word e l’esplicita lettura poetica (con risultati a tratti vicini a certi episodi di De André o Battiato), la musica, con tratti spesso e volentieri sintetici, dai sapori anni ’80, ma con un forte retrogusto ‘avanguardistico’, serve più che mai da accompagnamento, a costruire sfondi e climi, più che a conquistare autonomamente la scena.

Compagni di viaggio di Sassolini, alla voce, Federico Bologna, ad occuparsi dell’ampia dose di tastiere e sintetizzatori che caratterizzano il lavoro e Cristiano Santini (ex Disciplinatha) a imbracciare chitarra e basso e a occuparsi della programmazione.

Un lavoro che, pur nella sua evidente attitudine sperimentale (certo non ‘da sottofondo’, ma da ascolto ponderato, riflessivo, preferibilmente), riesce comunque ad aprirsi all’ascoltatore, incoraggiandone il coinvolgimento.

IN COLLABORAZIONE CON: LOSINGTODAY

GUILTY AS SIN, “PSYCHOTRONIC” (G.A.S. PRODUCTION)

I Guilty As Sin vengono da Boston e con “Psychotronic” giungono al quarto disco in quattro anni… il che potrebbe essere un segnale di grande prolificità quanto di una certa ‘fretta’ nello sfornare nuovi lavori: l’ascolto di “Psychotronic” a dire la verità sembrerebbe far pesare la bilancia più dal secondo lato della bilancia che non dal primo.

 Il quartetto del Massachussetts inanella nove brani che potrebbero forse essere definiti ‘eclettici’, ma anche rivelare una certa confusione di idee: dopo un breve intro ‘cyber’, è la vota di un poker di brani brevi e tiratissimi, dal sapore trash / hardore: vocalità quasi gutturali, batteria estenunate, chitarre ululanti, episodicamente qualche fiato ad accrescere l’atmosfera sottilmente delirante del tutto. Fin qui, poteva essere un discreto disco ‘di genere’, ma i Gulty As Sin preferiscono cambiare marcia, e puntare su un paio di pezzi molto più dilatati, strumentali anch’essi dal sapore trash, uno dei quali caratterizzato da un afflato orientaleggiante; in mezzo ai due, spazio a un pezzo più breve, nuovamente all’insegna della forza d’impatto.

La traccia è conclusiva è costituita da un lungo brano semistrumentale – la parte vocale affidata a uno spokern word filtrato elettronicamente – che punta su sonorità sintetiche che lungo il tutto il brano sfiorano il caos (dis)organizzato, immergendosi in un magma cacofonico sul finale… L’intenzione (forse) era di darsi allo ‘sperimentalismo’, il risultato appare molto fine a sè stesso e alla lunga anche leggermente irritante.

La band di Boston assembla un disco che potrebbe definirsi ondivago, privo di compattezza, privo di un vero e proprio filo logico con brani spesso semplicemente giustapposti. Il risultato è un’impressione di indecisione stilistica, di confusione di idee. Piuttosto che puntare a far uscire un disco all’anno, la band di Boston dovrebbe piuttosto prendersi un pò più di tempo per accumulare una maggiore quantità di materiale dando vita così a lavori più ‘robusti’.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY