Posts Tagged ‘space rock’

ANDREA PELLICONE VAN GOGH PROJECT, “CRIXSTRIX SUITE” (NEW MODEL LABEL)

Sette pezzi sono il primo risultato di questo nuovo progetto del cantante e polistrumentista Andrea Pellicone.

Un concept, incentrato sulle vicissitudini di un alieno – che dà il nome al titolo – alla ricerca di nuovi pianeti.

Siamo in pieni territori prog, con accenni alla ‘scuola di Canterbury’, in parte alla felice stagione del progressive di casa nostra e, immancabilmente, vista l’ambientazione ‘spaziale’, riferimenti al rock ‘cosmico’ degli Hawkwind.

Un disco per chitarre e tastiere, prevale la componente strumentale, gli interventi vocali,’filtrati’, hanno un piglio quasi narrativo.

Cavalcate arrembanti e momenti di maggiore tranquillità vanno a comporre un lavoro che rifugge la tentazione di un eccesso di ‘vintage’ per mostrare, in fondo, come certe formule conservino ancora oggi una loro validità.

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BAOBAB ROMEO, “HUM” (SEAHORSE RECORDINGS / AUDIOGLOBE)

Trio composto da Davide Bianchera, Mattia Bresciani e Sebastiano Confetta, tutti con varie esperienze alle spalle (i primi avendo già precedentemente collaborato), i Baobab Romeo si formano nel 2013, dando alla luce un EP un paio di anni dopo. Oggi, eccoli alla prese con la prima prova sulla media distanza: otto tracce, 35 minuti circa la durata.

Domina l’elettronica: tutti e tre si occupano dei synth, ed elettroniche sono anche le percussioni, cui si aggiungono basso e batteria.

Panorami post-industriali, scenari a tratti algidi, tempeste elettriche, momenti di più pacata (e un filo dolente) riflessione per un lavoro il cui filo conduttore vuole essere il ‘viaggio’ come evoluzione interiore ancor prima che spostamento fisico.

Il trio riesce ad assemblare un disco dalle atmosfere mutevoli, in cui di tanto in tanto fanno capolino vaghi accenni di space-rock; l’interpretazione dei testi (in inglese) offre al disco quel ‘contatto emotivo’ sempre un po’ a rischio, quando si parla di elettronica.

ARTURA, “DRONE” (NEW MODEL LABEL / MATTEITE)

Artura (che è la gatta che ‘alberga’ lo studio La Cuccia) è il nuovo progetto di Matteo Dainese, più conosciuto con lo pseudonimo de Il Cane.

L’analogico sposa il digitale, computer e programmazione in un lavoro che vuole sperimentare conservando umanità, pensato soprattutto per l’esecuzione dal vivo, accompagnata da video di spazi aperti e natura incontaminata, girati tra le altre, in Islanda e Ungheria; lo stesso titolo, “Drone” è anche il nome con cui è stato ‘battezzato’ uno strumento di registrazione video, usato nell’occasione.

Le dieci composizioni che ne risultano costituiscono un classico ‘viaggio’ dai contorni onirici, sapori anni ’70, influssi psichedelici, reminiscenze space-rock, suggestioni prog: la struttura – base del gruppo del resto è un trio – accompagnano Dainese Tommaso Casasola e Cristiano Deison – cui si aggiunge una manciata di innesti occasionali, rimandando proprio alla felice stagione del ‘rock progressivo’.

Si viaggia, quindi, con tipici attraversamenti di climi, ambienti e umori, accensioni e dilatazioni, ritmi che si rarefanno o assumono più corpo e ‘sostegno’; un continuo gioco di dialoghi e rimandi tra chitarre ‘reali’ e suoni digitali, una sezione ritmica ‘suonata’ che dà corpo e spessore al tutto, l’intervento episodico e inaspettato di una tromba con esiti ai limiti del jazz-funk.

L’esito affascina, invitando all’ascolto ripetuto, al gusto della ricerca continua del dettaglio sfuggito.

ROPSTEN, “EERIE” (SEAHORSE RECORDINGS)

Nato nel 2011, il quartetto strumentale dei Ropsten, della provincia di Treviso, giunge al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza, dopo aver nel frattempo pubblicato due EP.

Come detto, si tratta di un gruppo dedito esclusivamente a composizioni strumentali, all’insegna di quello che qualche anno fa sarebbe stato etichettato come post-rock: un’etichetta per certi versi ‘di comodo’, un ‘ombrello’ al di sotto del quale col tempo si è finiti per mettere un po’ di tutto.

I Ropsten assemblano sette pezzi che veleggiano in territori largamente psichedelici, tra impressioni oniriche e siderali, momenti che sfiorano panorami d’incubo e frangenti più liquidi e dilatati.

Memori della lezione del ‘kraut rock’ degli anni ’70, ma anche della felice stagione dell’hard rock psichedelico degli Hawkwind, pronti qua e là a inserire momenti di ‘deriva’ dall’impronta quasi jazzistica; sprazzi di minimalismo.

“Eerie” nelle intenzioni manifeste della band vuole essere una riflessione sulle conseguenza della ‘degenerazione tecnologica’, una finestra spalancata su una ‘terra di confine’ tra uomo e macchina, prefigurando un mondo in cui la distinzione tra i due, anche a occhio nudo, si farà sempre più difficile.

Le atmosfere sono del resto il più delle volte plumbee, la sensazione di trovarsi sull’orlo di un baratro, di stare per addentrarsi in territori sconosciuti, per quanto a tratti si lasci comunque spazio a momenti più ariosi.

Un lavoro i cui tratti ‘vintage’ sono ripresi all’insegna di un’efficace modernità.

VIA LATTEA, “QUESTA TERRA ” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA DISCHI)

Una band che si è data come nome ‘Via Lattea’, ma che dedica il suo primo lavoro sulla lunga distanza (preceduto da un EP omonimo lo scorso anno): forse è solo un caso, ma appare se vogliamo sintomatico: come se si assistesse dall’esterno alle vicende poco edificanti di questo pianeta, o si aspirasse in qualche modo a una dimensione ‘cosmica’ per separarsene…

‘Questa terra’ non è in effetti un posto granché ospitale, al momento: guerre, guerre e guerre, dalle quali si cerca di scappare solo per andare a sbattere contro muri d’indifferenza che non di rado si trasformano in barriere fisiche; mentre al di qua dei ‘muri’ le persone hanno a che fare con urgenze meno legate ai ‘bisogni primari’, ma che hanno più a che fare con la soddisfazione delle proprie necessità interiori, l’affermazione di sé, l’incertezza riguardo un futuro che magari almeno in parte poggiava su un ‘sogno europeo’che sta andando in frantumi e qui tutto sembra saldarsi, in ‘Questa terra’ in cui i ‘potenti’ con le proprie decisioni finiscono per condizionare non solo i grandi movimenti della ‘Storia’ e, a valle, le esistenze dei singoli.

Il quintetto senese, nato nel 2014, dà vita a un lavoro per molti versi plumbeo, che getta uno sguardo d’insieme non proprio edificante sul mondo che ci circonda; quello della Via Lattea appare essere non tanto un pessimismo cosmico, quanto una semplice presa d’atto, caratterizzata, da una profonda amarezza, come se in fondo ci si volesse chiedere come si è arrivati e cosa si potrebbe fare per cambiare la situazione, ma poi queste domande restassero sempre senza risposta, il tempo per la riflessione occupato dal continuo emergere di nuove crisi.

Un cantato – quello di Giovanni Ravanelli, qui anche alle chitarre – che per toni e timbro ricorda l’Enzo Jannacci più amaro e meno ironico, accompagna un ensemble sonoro che mescola elettricità ed elettronica, ascendenze new wave, suggestioni più genericamente rock e momenti in cui – e visto il nome non poteva essere altrimenti – la band sembra pronta a partire verso territori più ‘cosmici’.

Ulteriori chitarre, quelle di Savino Minerva e Giovanni Coiro, addensano ulteriori i suoni; Andrea Pennatini e Luca Milano danno vita ad una sezione ritmica efficace.

Disco che ci mostra una band dalle idee discretamente chiare, pur se con qualche prevedibile incertezza, nel cercare una soluzione che concili l’evocatività dei suoni e un’impronta più cantautorale.

PENELOPE SULLA LUNA, “SUPERHUMANS” (I DISCHI DEL MINOLLO)

Attivi dal 2006, i Penelope Sulla Luna dopo un primo full length e un successivo Ep giungono al traguardo del secondo lavoro sulla lunga distanza. Il quartetto ha scelto una strada impervia, per certi versi coraggiosa, decidendo di fare a meno dell’elemento vocale, per affidarsi interamente all’elemento strumentale.

Otto composizioni, che si susseguono con poche soluzioni di continuità: quasi un concept nella struttura, anche se solo alcuni dei titoli possono essere ricondotti esplicitamente a una dimensione superumana / supereroistica.

Lungo i 44 minuti circa di durata, la band sfodera varie suggestioni: da una pesantezza metallica in odore di prog ad atmosfere più gotiche, fino sfiorare i paesaggi siderali di band come Explosions In The Sky.

Tra brani più concisi ed episodi in cui la vérve progressiva del gruppo prende maggior piede, con pezzi più articolati che arrivano a sforare gli otto minuti di durata.

Apprezzabile il risultato, pur con qualche passaggio meno convincente, più che bilanciato da composizioni maggiormente riuscite. Per i Penelope Sulla Luna una nuova, convincente prova.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

CACTUS, “MAI PERSONAL MOOD” (FOREARS RECORDS)

Prima prova sulla lunga distanza per i pugliesi Cactus, nome scelto per rimarcare il proprio ‘resistere’ su un territorio musicalmente non troppo fertile. Il quintetto inanella dieci brani, all’insegna di un synth-pop dai riflessi cantautorali.

Un disco reso dinamico non solo dai battiti spesso incalzanti impostati da programmazione elettronica e synth, ma anche dalla varietà di suggestioni che si susseguono nel corso: sul disco aleggia, prevedibilmente, l’influenza dei Subsonica, ma il discorso si allarga, coinvolgendo chitarre wave, mostrando una sottile ascendenza con band come Gang of Four, o all’opposto sfiorando appena derive spaziali, oppure ancora puntando sull’intensità di certe parentesi più rilassate, dalla vena quasi trip hop, all’insegna delle varie ‘tinte’ acquisite dal ‘mood personale’ cui si riferisce il titolo.

Un lavoro che scorre via leggero e gradevole, sostenuto da una scrittura forse ancora un filo acerba, ma che sembra comunque aver imboccato la strada giusta.

Le potenzialità sembrano dunque esserci e al termine dell’ascolto si resta curiosi per gli ulteriori sviluppi…

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY