Posts Tagged ‘southern’

KEET & MORE, “OVERALLS” (AUTOPRODOTTO / ALOHA DISCHI / LIBELLULA MUSIC)

Dopo essersi fatti le ossa nel circuito dei (pochi) locali capitolini che ancora danno spazio al ‘rock emergente’e aver pubblicato un primo singolo, i Keet & More giungono al traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza.

Un salto nell’America profonda, quella delle grandi pianure, degli spazi aperti assolati, delle paludi, tra blue-grass, country e folk, ballate un filo oscure e cori da saloon, suggestioni western e southern rock.

L’aggettivo più calzante è ‘solare’, per undici brani con cui dichiaratamente non si vogliono mandare messaggi o riflettere sui ‘massimi sistemi’, ma che sono ‘solo’ la prova di un trio di amici che si divertono a fare musica assieme, prendendo spunto dal quotidiano e lasciando intatta una sana attitudine ‘cazzeggiona’ con cui maneggiare gli strumenti, tra cui, e non poteva essere altrimenti, armonica, banjo, violini e steel guitar.

Si batte il piede, si scuote la capoccia e tanto basta, perché ogni tanto c’è anche bisogno anche di dischi come questo.

ROAD OF KICKS, “BEFORE THE STONE” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Dopo una la proverbiale ‘gavetta’, un video e un EP usciti ormai diversi anni fa, questa band originaria della provincia lombarda (Bergamo, supponiamo) giunge all’esordio sulla lunga distanza.

Una band cresciuta a pane-e-classici, a partire dal rock delle origini, riversando in questi 11 pezzi (più una ‘ghost track’ in chiusura), tutta la passione per quella stagione, con la grinta e l’attitudine dei tempi attuali.

Un disco ardente, dai toni accesi, tra blues ‘sporco’, attitudine garage, tinte southern. Dominano le chitarre, anche con qualche sprazzo virtuosistico, ma senza cadere nella trappola dell’esibizionismo.

La vocalità è sguaiata, a tratti un filo debordante; la sezione ritmica svolge il suo ‘sporco lavoro’ sullo sfondo…

“Before the stone” è un disco di rock vecchio stampo senza essere passatista, che torna alle origini perché ogni tanto, per capire dove andare, è bene ricordarsi da dove si arriva.

CRANCHI, “L’IMPRESA DELLA SALAMANDRA” (NEW MODEL LABEL)

“Quod huic deest me torquet”: “Ciò che manca a costei mi tormenta”: è il motto che accompagna la figura della salamandra su una delle pareti di Palazzo Tè, dimora di Federico II Gonzaga, Signore di Mantova, fece la ‘costei’ è la ‘salamandra’.

L”Impresa’ del titolo ai tempi indicava questo insieme di simboli e motti: in questo caso, ciò che manca alla salamandra, è il ‘sangue caldo’, la passione amorosa che ‘tormenta’ Federico nei confronti della sua amata Isabella.

Non che il quinto disco del mantovano Cranchi sia un disco di ‘amore’, né dedicato esclusivamente alla storia della sua terra, per quanto il pezzo dedicato a Mantova sia messo al centro della lista degli otto pezzi presenti.

L’omaggio rappresenta forse l’idea delle origini, del radicamento a una terra e a una città, nel classico rapporto amore / odio.

Radici importanti soprattutto per chi la propria terra abbandona: torna il viaggio, filo conduttore non solo di questo lavoro: verso l’altra parte del mondo, tra il deserto di Atacama e Ushuaia, le migrazioni e la faticosa conquista di nuovi spazi; ci sono i ‘viaggi’ compiuti dai fiumi, La Boje e L’Eridano, simboli di una Natura che scorre ignara o incurante dei propri effetti sulla vita degli uomini; ci sono i viaggi intrapresi per andare in guerra, per obbligo o ideale, sull’Ortigara o in Russia.

Ci sono, infine, i viaggi mancati, i treni persi che, paradossalmente, possono diventare l’inizio di altri viaggi, ‘sentimentali’…

Quello che ‘resta’, in questo lavoro, è soprattutto la scrittura, intesa proprio come ‘quantità di parole’: Cranchi prende tutto lo spazio per dire ciò che vuole, i testi sono lunghi (Eridano si articola addirittura in quattro parti, seguendo le stagioni); è un particolare che salta all’orecchio, specie pensando che siamo appena usciti da tempi post sanremesi in cui vincono la pochezza di vocabolario, le quattro o cinque frasi buttate là quasi a casaccio, spesso senza una logica, in quelli che magari vorrebbero essere ‘flussi di coscienza ‘, ma che alla fine non sono altro che il frutto di una scarsa frequentazione coi libri, di scuola e non. Fine della polemica.

Assieme alle parole, i suoni, con panorami che cambiano, partendo da accenti quasi southern, attraversando scenari più scarni, dominati dalla dimensione acustica, prendendo svolte all’insegna di maggiore ruvidità, tornando poi su toni accesi: chitarre e pianoforte si passano spesso il testimone, la sezione ritmica, essenziale, a restare sullo sfondo.

Al quinto lavoro, Cranchi è ormai sulla strada della maturità artistica: sotto traccia, in disparte, un autore lontano dai riflettori e da scoprire.

SPAGHETTI WRESTLERS – EP (VINA RECORDS)

Vabbè: visto il nome, la copertina con un tizio con la maschera di un gallo calcata in testa e i ‘nomi di battaglia’ dei protagonisti – John Doe, Al Purun e Super Nacho – non ci si può aspettare di certo uno di quei dischi di cantautorato ‘depressivo’ oggi tanto di moda…

Lo ‘scherzo’ continua con l’intro, tratto dal film “Nacho Libre” con Jack Black, ma poi si comincia a fare – più o meno – sul serio: con cinque pezzi al fulmicotone, all’insegna di un garage che guarda alla tradizione ma anche alle rivisitazioni più o meno recenti e di un punk rock analogamente sospeso tra vecchia e nuova scuola (vedi alle voci: Green Day, Offspring et similia), qualche spora ‘southern’.

Chitarre sferraglianti, sezione ritmica ‘quadrata’, cantato sguaiato ma non troppo, qualche coretto ‘anthemico’…

Gli Spaghetti Wrestlers (dietro ai quali si nascondono due componenti degli Invers e uno dei fondatori della Vina Records), danno insomma l’idea di uno di quei progetti nati in modo quasi estemporaneo, magari con nemmeno troppo impegno e una buona dose di ‘cazzeggio’, ma nel corso del quale ci si è accorto di poter fare le cose ‘sul serio’ e alla fine il tutto risulta un ascolto troppo breve.

MARCO BUGATTI, “ROMANTICO” (AUTOPRODOTTO / LIBELLULA MUSIC)

Terminata l’esperienza coi Grenouille – due full length e un Ep tra il 2008 e il 2012 – Marco Bugatti decide di intraprendere la carriera solista, di cui “Romantico” rappresenta la prima tappa discografica.

La ragion d’essere dei sette pezzi presenti (scelta apprezzabile, quella della brevità: concentrare le idee, focalizzandole) è quella abbastanza consueta di queste occasioni: gli inevitabili riflessi delle esperienze passate si sovrappongono alla necessità di provare qualcosa di diverso, ampliando magari l’orizzonte.

Parentesi di rock tagliente e abrasivo si affiancano così a episodi all’insegna di un più intimo raccoglimento acustico dai riflessi cantautorali, momenti ispirati da climi southern rock.

Fughe dalla realtà sognando un’esistenza diversa; instabilità lavorativa; i rapporti sentimentali con le loro complicazioni; gli ideali – sfumati – di un passato ormai non più prossimo, l’epopea delle migrazioni sud-nord degli anni ’50: temi che si susseguono all’insegna di una mescolanza di sguardi verso il sé e verso l’esterno.

Accompagnato da Fabio Giussani alla batteria, con un paio di ospiti a dare una mano qua e là, Marco Bugatti canta, imbracciando chitarra e basso, in un lavoro che mostra un artista forse ancora alla ricerca di un’identità solista più delineata; forse ancora un po’ diviso tra un passato caratterizzato da un’irruenza sonora e un possibile futuro più volto ad una maggiore compostezza cantautorale; tanto più che alla fine i brani più efficaci appaiono essere proprio quelli in cui si butta a briglia sciolta senza tanti pensieri, dando libero sfogo all’elettricità urticante delle chitarre.

JOSEPH MARTONE AND THE TRAVELLING SOULS, “GLOWING IN THE DARK” EP (AUTOPRODOTTO)

Joseph Martone e i suoi Travelling Souls hanno cominciato il loro viaggio ormai otto anni fa, saltando da una parte e dall’altra dell’oceano, giungendo nel 2013 all’importante traguardo del primo lavoro sulla lunga distanza e segnando oggi una nuova tappa discografica del loro cammino.

Una breve sosta, potrebbe dirsi, dato che si tratta di cinque brani, una ventina di minuti la durata complessiva.

Una salda radice folk, variamente declinata: la grande tradizione americana di Dylan, Waits & co. magari quella più volta a tinte crepuscolari; le tendenze più recenti – complice l’utilizzo di archi e fiati – con risultati che possono far venire in mente esperienze come quelle di Owen Pallett e di Beirut; volando di qua dall’oceano, un omaggio alla tradizione napoletana – a Napoli il disco è stato tra l’altro registrato, e italiana è una buona metà di coloro che vi hanno suonato – e per finire una vaga e ricorrente tinteggiatura southern.

Un disco che insomma pur nella sua brevità, offre una certa varietà di stili ed atmosfere, che rendono l’ascolto ‘sveglio’ e discretamente dinamico, in attesa di un nuovo capitolo sulla lunga distanza.

THE HANGOVERS, “DIFFERENT PLOTS” (UNHIP RECORDS)

Prendete un cantante bolognese di origini olandesi; un bassista inglese; un chitarrista ex ‘bambino prodigio’ (o meglio, piccolo fenomeno televisivo nei Latte Rock che imperversavano ai tempi della Domenica targata Mara Venier); aggiungete un percussionista a completare il lotto.

Gli Hangovers ormai da qualche anno percorrono in lungo e in largo lo Stivale e trovano finalmente tempo, modo ed occasione di mettere insieme il proprio esordio discografico.

Un lavoro in due tempi, idealmente divisi come le due facce di un vinile: in italiano la prima, in inglese la seconda, a ricalcare la diversa estrazione dei componenti del gruppo; duplice la matrice linguistica, univoca quella sonora: gli Hangovers si pongono in quel mondo ideale che già qualcuno collocò “tra la via Emilia e il West”; è un disco ‘viaggiante’, quello degli Hangovers, e forse non potrebbe essere altrimenti nel caso di una band entrata in studio di registrazione dopo anni passati ‘on the road’.

“Different plots”è un lavoro i cui brani potrebbero spuntare improvvisamente nella playlist ascoltata percorrendo la pianura padana (ma volendo, anche il pontino o il tavoliere delle Puglie), tra un pezzo dei Negrita e uno dei Lynyrd Skynyrd, Credence Clairwater Revival e REM prima maniera.

Un rock dalle tinte southern, con accenti folk e country, qualche suggestione caraibica e accenni indie, forse più efficace nella sua matrice americana, laddove mostra di aver discretamente appreso la lezione dei ‘classici’, riproponendola in maniera che, se non troppo originale, risulta almeno gradevole nella forma; forse meno convincenti gli esiti in italiano, in cui la formula un po’ troppo orientata a quel tipico ‘rock italiano’ in cui la componente di ‘pop tricolore’ finisce spesso e volentieri per essere un deterrente…

“Different plots” mostra tutti i pregi di un lavoro frutto di una band già ben rodata e matura – non da sottovalutare in un momento in cui domina il tutto e subito e spesso una band sforna il primo disco cinque minuti dopo essersi formata – pur scontando i limiti di quello che comunque resta un esordio, con le incertezze tipiche del genere.

La formula bilingue appare un elemento singolare, anche se forse tradisce ancora un po’ di indecisione sul piano stilistico.

NEKO AT STELLA (DISCHI SOVIET STUDIO / AUDIGLOBE)

Sono in due, fanno casino per quattro: i Neko At Stella vengono da Firenze e, attivi dal 2009, sembrano aver trovato finalmente una stabilità di formazione nell’accoppiata tra Glauco Boato, originario di Cittadella – PD – e Jacopo Massangioli, cresciuto nella provincia toscana.
I dieci brani che vanno a comporre questo omonimo esordio sono una staffilata destinata a farsi ricordare, raccolta tra l’incipit ‘marziale’ di As loud as hell (singolo di lancio, con tanto di video) e la chiusura di Come back blues che finiscono per essere, oltre che gli estremi del disco, anche la una fedele rappresentazione dei ‘poli sonori’ attraverso i quali l’ascoltatore viene fatto viaggiare… ‘viaggio’ peraltro risulta un termine più che azzeccato per un disco che, nel suo snodarsi, finisce per avere un andamento ondeggiante, altalenante, vagamente psichedelico.
Il duo veneto – toscano (cui a dire il vero si aggiungono un paio di occasionali partecipazioni esterne) appare muoversi in un immaginario sonoro che mescola le suggestioni del glorioso post punk degli ’80 (Joy) gli anni ’90 dei caracollanti Pavement, gli arrembaggi pseudo-garage di primi anni 2000 (vedi alla voce Black Rebel Motorcycle Club), senza disdegnare di buttarsi anima e corpo in territori southern o riproporre, a proprio modo, la mai superflua lezione del blues, fino ad un’escursione in territori seventies, con la cavalcata da ‘stoner ante litteram’ di Psycho Blues.
Un catalogo sonoro che accompagna testi in inglese (fa eccezione lo strumentale e ‘tautologico’ Intermission) incanalati sui classici filoni della riflessione interiore, dei rapporti umani (Now I Know, Small Place) e dell’osservazione del mondo che gira intorno (The Flow) tra Disillusione (come recita il titolo di uno dei brani) e critica corrosiva (Drop The Bomb, Exterminate Them All, in una citazione da Apocalypse Now), fino a momenti che rasentano un lirismo immaginifico e vagamente lisergico (Like Flowers, Psycho Blues).
Un disco, insomma, da far ricadere sotto la classica categoria degli ‘esordi convincenti’, forse per ceriti versi più grazie alla mole sonora sviluppata che per l’originalità, mancando forse ancora un’impronta stilistica pienamente delineata.

THE SUN & SILVER ANTHOLOGY VOL.5 – PERFORMED BY THE SECOND PLATFORM (BATTLE MUSIC)

The Sun & The Silver Anthology è un progetto attraverso il quale sono stati raccolti una settantina di brani, eseguiti da un manipolo di musicisti provenienti da varie band orbitanti nell’area di Melbourne e Geelong e raggruppati in varie formazioni, organizzate per l’occasione; il tutto a coprire il periodo 1999 – 2005 e coordinato da Darrenn Smallman e Simon Baird, unici ‘componenti regolari’, presenti in tutti e cinque i volumi.
Dieci i pezzi che compongono il quinto capitolo: presenti ovviamente gli stessi Smallman e Baird, accompagnati da altri quattro elementi.
Una piacevole selezione di sonorità classicamente ‘indie’, che veleggiano tra leggerezze pop e territori più accidentati, memori a tratti della lezione di Dinosaur Jr & Co., cui si aggiungono episodi più orientati a un punk un filo edulcorato, da college radio e capitoli volti a una maggiore  riflessione , lasciando spazio a qualche momento di più intenso raccoglimento emozionale o all’opposto, per accenti quasi southern.
Una manciata di pezzi che provengono da un passato ormai nemmeno troppo recente, ma che tutto sommato riescono a mantenere intatta la loro freschezza, anche grazie a una colorazione sonora che amplia la propria gamma di tinte, grazie all’inserimento ben dosato di tastiere e campioni.
Probabilmente un disco per appassionati e patiti del genere, ma che merita comunque un ascolto.

IN COLLABORAZIONE CON LOSINGTODAY

NICOLO’ CARNESI, “GLI EROI NON ESCONO IL SABATO” (MALINTENTI)

La cifra comune a molti dei più recenti esponenti della canzone d’autore italiana è una certa tendenza a quella che si potrebbe definire ‘introspezione depressiva’: non che sia necessariamente un male (banalmente, dipende dai risultati), ma insomma il periodo già in sé non incoraggia all’allegria, e non è che ci sia tanto bisogno di autori che ci ‘riportino alla realtà’, descrivendoci le nequizie del mondo che ci circonda, o dandoci conto della propria disperazione…

Allora, in questo panorama, ben venga chi magari la butta in farsa (vedi Mapuche, con il recente “Uomo nudo”) o chi, come il palermitano Nicolò Carnesi sceglie di raccontare il proprio vissuto  – tra insicurezze e  nevrosi – o il prorpio ‘sguardo sul mondo’, attraverso un mix di leggerezza e disincanto.

Fin dalle prime note di “Gli eroi non escono il sabato” (chissà se il rimando a “I milanesi ammazzano il sabato” degli Afterhours è voluto o no), il cantautore mette subito in chiaro che al lato prettamente sonoro della faccenda viene attribuita importanza analoga a quella squisitamente testuali: ad  accompagnare Carnesi,  un nutrito  manipolo di musicisti, trai quali spiccano Brunori e Toti Poeta.

Un ‘corpo sonoro’ che rimanda talvolta all’indie – pop d’oltreoceano, pronto a colorarsi in alcuni episodi di sferzate elettriche southern o vaghe ruvidità alt. country. Un mix sonoro che, con poche eccezioni, è dominato dall’inizio alla fine da una luminosa solarità, mentre il cantautore palermitano interpreta, con una vérve sospesa tra ironia, velato disincanto, un filo di ‘scazzo’, testi caratterizzati da una scrittura mai anonima, sempre pronta a sfiorare terreni surreali, attenta anche negli episodi più riflessivi a non immergersi mai nella banalità dell’autocommiserazione.

“Gli eroi non escono il sabato” è insomma un disco leggero che arriva in un momento in cui di leggerezza c’è un gran bisogno, senza che questo intendiamoci voglia dire mettersi i paraocchi di fronte a tempi decisamente non esaltanti; chi preferisce deprimersi, e immergersi nelle acque del  ‘mondo crudele in cui viviamo’ è vivamente consigliato di tenersi alla larga.

LOSINGTODAY