Posts Tagged ‘Sigur Ros’

AU, “BOTH LIGHTS” (THE LEAF LABEL)

Un profluvio di suoni; un’ondata di caotiche distorsioni che, per uno di quegli strani effetti ‘magici’ finiscono per costruire muri di melodia avvolgente… Il terzo, fantasmagorico lavoro degli Au, duo di Portland formato da Luke Wayland e Dana Valatka: il primo, a disegnare coi sintetizzatori panorami sonori alieni, algidi come l’artico, ma pronti ad esplodere nell’incandescenza di un vulcano islandese; la seconda, ad arricchire il tutto con le sue multicolori percussioni.

Il risultato sono questi undici brani, nei quali si mescolano composizioni strumentali (la maggior parte) e brani cantati (talvolta da entrambi), ardite rapide che sfociano in cascate sonore iridescenti e più tranquilli, placidi frangenti, colorati dalla grana crepuscolare del piano.

Una serie di brani in cui si mescolano momenti che rimandano a dei Sigur Ròs ‘iperproteici’, parentesi dal sapore prog, sprazzi ai limiti del jazz rock e frustate sperimentali dal sapore talvolta zappiano (con l’aggiunta di qualche fiato) e più spesso minimalista per un disco dal quale è veramente dura staccarsi, scoprendo ad ogni ascolto particolari precedentemente sfuggiti.

Uno dei migliori ascolti di questo 2012.

LOSINGOTODAY

IL DISORDINE DELLE COSE, “LA GIOSTRA” (COSE IN DISORDINE / AUDIOGLOBE)

Un paio di anni fa, in occasione del suo esordio,  Il Disordine Delle Cose era partito in quarta, con un disco si fregiava di un nutrito elenco di ospiti (componenti di Marta Sui Tubi e Perturbazione, Marco Notari, Paolo Benvegnù e perfino la ex popstar Syria).

La band piemontese torna ora con La Giostra, un lavoro che ne segna un bel passo in avanti sul piano stilistico: il gruppo stavolta ha voluto fare da solo, limitando le partecipazioni esterne all’essenziale, e scegliendo di andare ad assemblare in disco in terra islandese, facendosi dare una mano da Birgi Birgisson (già collaboratore dei Sigur Ros).

I quattordici brani che compongono “La giostra” (a proposito, sembra che IDDC siano affezionati al numero 14, visto che altrettante tracce componevano in precedente lavoro), risentono indubbiamente del clima e delle atmosfere della ‘terra dei vulcani’: atmosfere rarefatte, ampio utilizzo di effetti ‘d’ambiente’, organi e tastiere a profusione, anche se dosati con estrema perizia che assieme ad archi e fiati costruiscono un tessuto sonoro che punta tutta sulla costruzioni di scenari indubbiamente suggestivi. Il compito di marcare ‘emotivamente’ i vari brani viene lasciato alle chitarre – assieme ovviamente alla componente vocale – anche se il registro ‘umorale’ del disco raramente si stacca dal filo conduttore di una certa malinconia, all’insegna della disillusione e del sottile rimpianto, espresso da testi volti all’introspezione, magari all’analisi delle proprie fragilità e dei propri errori. Scrittura che talvolta lascia il sè per più ampie riflessioni sulla vita, le relazioni interpersonali, il rapporto tra uomo e ambiente.

Il risultato è un disco che pur convincente, per suoni e scrittura, e che probabilmente trova il suo maggior limite in una certa mancanza di varietà e forse di immediatezza: paradossalmente, si ha quasi l’impressione che, alla ricerca della perfezione estetica, del calibrare al millesimo ogni cesellatura sonora, la band abbia magari rinunciato a lasciarsi andare un pò; sulla lunga distanza (il disco dura poco meno di un’ora) si avverte la mancanza di qualche cambio di passo in più, di quale ‘libera uscita’ rispetto alle atmosfere cristalline e quasi algide che dominando il disco, magari qualche spunto emotivo un pò più acceso, che abbandoni temporaneamente la sottile malinconia che domina il lavoro.

“La giostra” finisce quindi per essere un disco formalmente ineccepibile (e non si può non sottolineare come un gruppo arrivato solo al secondo disco sia già in grado di raggiungere questi livelli), ma che con lo scorrere delle tracce (quattordici: piatto sicuramente ottimo e abbondante ma che finisce per metter un pò alla prova l’ascoltatore, finendo per essere un tantino dispersivo) perde un pò la sua presa, tanto da far quasi rimpiangere l’assenza di quale ‘imperfezione’ in più.

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