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JOHANN SEBASTIAN PUNK, “MORE LOVELY AND MORE TEMPERATE” (S.R.I. PRODUCTIONS, IRMA RECORDS, AUDIOGLOBE)

Di Johann Sebastian Punk si sa poco: l’unica cosa certa è che gravita in quel di Bologna, accompagnato nelle esibizioni dal vivo da tre individui dai nomi altrettanto fantasiosi : Johnny Scotch, Albrecht Kaufmann, Pino Potenziometri; tutto il resto potrebbe essere vero o semplicemente inventato, per creare una di quelle ‘mitologie da negozio di dischi’ che talvolta si possono incrociare nelle strade meno battute della musica italiana: dalla nascita in quel di Stratford Upon Avon (che lo accomunerebbe a Shakespeare) all’infanzia e la giovinezza trascorse sull’isola di Mann…  ma alla fine  non è manco detto sia inglese, nonostante in inglese canti, e per quello che ne potremmo sapere, potrebbe addirittura chiamarsi sul serio Johann Sebastian Punk (e chi può dirlo?).

In realtà poi non bisogna manco sforzarsi a cercare più di tanto per scoprire che il nostro risponde al nome di Massimiliano Raffa, e con Bach e Shakespeare c’entra poco, essendo siciliano… comunque, alla fine, tutto questo importa poco, forse è meglio parlare di musica.

Musica, quella di Raffa / Punk o come lo si voglia chiamare, che gli ha conquistato i favori di Enrico Ruggeri, che l’ha scelto per accompagnarlo nel concerto del trentennale di carriera al MEI e di Beatrice Antolini, eroina della scena ‘indipendente’ italiana, che ha contribuito a produrgli il disco. Lavoro di quelli poco identificabili, poco classificabili, che mescola pop con un lieve retrogusto di bossanova, cantautorato folk vagamente obliquo, intermezzi quasi prog, episodi dal sapore orchestrale, sprazzi sperimentali tra psichedelia e rumorismo elettronico.

Di ‘punk’, oltre a un brano intitolato ‘Yess, I miss the Ramones’ (il più movimentato del disco) c’è sopratutto un attitudine, poco votata al compromesso; di Johann Sebastian (Bach) ci sono continue ‘spore’, sparse qua e là, tra tastiere dal sapore clavicembalistico e un lieve costante affacciarsi su territori classici;

c’è molto di anni ’60 e ’70, con brani che rievocano certi esperimenti beatlesiani, più che il gusto per il ‘riempimento sonoro’ dei Beach Boys, c’è la stagione felice del folk inglese di quegli anni; ma c’è anche l’indie-pop scanzonato degli ultimi anni e qualche escursioni in territori elettronici.

Tastiere ed effetti vari costruiscono effetti sempre cangianti, prendendo spesso le redini del gioco: non mancano le chitarre, più spesso acustiche, talvolta adeguatamente elettrificate; fanno capolino dei fiati, con delicatezza o smodata vivacità; domina il cantato del protagonista, all’insegna di un’interpretazione spesso e volentieri teatrale, talvolta forse alla ricerca fin troppo insistita di un effetto ‘teatrale’.

Alla fine però prevale la positiva impressione di un disco – e di un autore – inaspettato: di quelli da cui non si sa bene cosa aspettarsi nello scorrere delle undici tracce (dieci, escludendo il breve intro) disco, che anzi, riesce a rivelare sorprese e particolari precedentemente sfuggiti; un ascolto stimolante e in fondo divertente, un bel gioco che una volta tanto non dura poco.

CESARE DEVE MORIRE

Una tragedia ambientata a Roma nell 44 Avanti Cristo, scritta da un inglese nel 1600 circa, messa in scena agli inizi del 21° secolo nel penitenziario romano di Rebibbia, recitata dai carcerati che stanno scontando pene per reati della massima gravità (si va dall’omicidio al traffico di stupefacenti). Ce ne sarebbe abbastanza, per tirare in ballo la potenza del teatro e dell’opera shakespeariana, esercizio a prima vista banale. Eppure. Eppure è tutto qui.
Guardando il film, a cavallo tra lavoro teatrale e docu-fiction, in un esercizio del tutto singolare, non si può fare a meno di usare questo aggettivo: potente. Potente è certamente il “Giulio Cesare”, di una potenza che può essere dispiegata anche tra le mura di un carcere ad opera di attori non professionisti che (trovata geniale del regista dell’allestimento teatrale, Fabio Cavalli, che dirige i lavori del laboratorio di Rebibbia), recitano nel proprio dialetto.
Potenza evocata soprattutto dai volti di quegli attori, segnati dalla vita reale e che per questo assumono ancora maggiore credibilità mettendosi nei panni di personaggi che commettono un crimine, pur con la nobile intenzione di salvare Roma dalla tirannia. Volti scavati e segnati messi in risalto da una fotografia eccezionale che sfrutta al meglio l’efficacia del bianco e nero (altro che The Artist…).
Così, non si può fare a meno di venire coinvolti da questa rappresentazione, che i fratelli Taviani hanno assemblato non seguento pedissequamente il risultato sulla scena, ma riprendendo le varie sequenze nel corso delle prove e quindi inserendo nel film i dubbi degli stessi attori sulla validità della loro interpretazione, i loro momenti di frizione, in un accavallarsi di teatro e vita reale, le parentesi di scoramento dovute a momenti ‘difficili’. Lo spettacolo vero e proprio viene infatti seguito solo nelle fasi finali, con una coda che ci mostra gli attori che, smessi i panni dei loro personaggi, tornano nelle loro celle, e la battuta finale, affidata ad uno di essi: “da quando ho scoperto l’arte, questa cella è diventata una prigione”.
Sarebbe forse scontato, tirare in ballo il valore salvifico dell’arte; eppure, mai come in casi come questo, quel valore emerge con tutta la sua forza, senza che debba ridursi a frasi fatte: vedendo il film si ha realmente l’impressione che attraverso lo studio del “Giulio Cesare” quelle persone riflettano sulla loro condizione, sul mondo ‘esterno’, dal quale sono arrivati e su quello ‘interno’ nel quale vivono.
Sarà un segno dei tempi, ma che un’opera così innovativa in Italia sia arrivata da due registi ottantenni non riesco ancora a capire se sia positivo o negativo; in tutti i casi, “Cesare deve morire” è un gran film, per il modo in cui riporta in scena una delle opere cardini della storia della letteratura (a sua volta riferita a un evento focale della storia della civiltà occidentale) e anche per il suo essere un esempio di cinema ‘diverso’ e per certi aspetti coraggioso.